Cinque grandi canzoni dei Red Hot Chili Peppers

Cinque grandi canzoni dei Red Hot Chili Peppers

Quando, nel 1994 e soprattutto nel 1995, il romanzo di Enrico Brizzi Jack Frusciante è uscito dal gruppo iniziò a vendere e a diffondersi tra gli adolescenti, molti di quelli che non avevano letto il libro si chiesero chi fosse quel fantomatico Jack Frusciante del titolo e quale fosse il gruppo da cui era uscito.

Qualcuno, però, già lo sapeva, perché il gruppo in questione era salito alla ribalta, tre o quattro anni prima, con un disco che ne aveva consacrato la fama a livello internazionale: l’album in questione era Blood Sugar Sex Magik, pubblicato dalla Warner e prodotto da Rick Rubin, e il gruppo era quello dei Red Hot Chili Peppers di Anthony Kiedis e Flea, ai quali si erano da poco affiancati il batterista Chad Smith, che dalla band non sarebbe più uscito, e il chitarrista John Frusciante, il cui nome era stato mutato in Jack all’interno del romanzo di Brizzi per timore di noie legali.

Frusciante, che aveva fatto il suo ingresso nella lineup alla fine del 1988 per sostituire Hillel Slovak (morto di overdose), aveva mollato la band dopo il grande successo proprio di Blood Sugar Sex Magik a causa dei litigi con Kiedis e dei suoi problemi con la droga e con la fama; poi vi sarebbe rientrato nel 1998, in tempo per incidere i dischi di maggior successo della storia del gruppo, fino a mollare di nuovo nel 2009 per dedicarsi ai suoi progetti solisti.

Dato però che proprio Frusciante, col suo stile personale e la sua inventiva, contribuì a creare il sound che più ha segnato la storia dei Red Hot Chili Peppers, quando abbiamo deciso di scegliere cinque canzoni che a nostro modo di vedere erano quelle fondamentali della discografia della band ci siamo accorti che il chitarrista newyorkese ci aveva sempre ampiamente messo lo zampino, fondendo i suoi riff alla ritmica di Flea e alla voce di Kiedis. Vediamo allora insieme cinque grandi canzoni dei peperoncini californiani.

 

Give It Away

da Blood Sugar Sex Magik, 1991

Blood Sugar Sex Magik ebbe un grande ed inatteso successo, probabilmente, perché sapeva mescolare assieme la storia della band ed il suo futuro, il tipico funk che avevano elaborato negli anni giovanili e le più moderne tendenze dell’alternative che in quegli anni stava cominciando ad emergere negli States. Una commistione nuova ed evocativa che si ritrova anche nei primi due brani che abbiamo scelto, tra loro diversissimi, la Give It Away che strizza l’occhio al rap e al crossover e la Under the Bridge che è invece una tipica ballata rock.

Partiamo dalla prima: pubblicata come singolo quasi in contemporanea all’uscita dell’album, la canzone ebbe inizialmente qualche problema ad imporsi, sia per il suo testo che per il video che era stato diretto da Stéphane Sednaoui, entrambi decisamente provocatori per gli standard dell’epoca.

Oltre alla mancanza di una linea melodica – cosa che infastidiva i DJ radiofonici –, infatti, il testo si rivelava molto criptico ed è non a caso stato interpretato in vari modi nel corso degli anni: c’è chi lo vede come un invito alla donazione del sangue, chi invece come un inno all’assunzione di droga, chi ancora come una semplice serie di allusioni sessuali. Ancora più ambiguo è il video, in cui i Peppers, col corpo pitturato d’oro (ma, a causa del bianco e nero delle riprese, pare argento) danzano e si agitano in un paesaggio desertico.

Nonostante tutti questi presunti handicap, la canzone, una volta trasmessa dalle prime radio californiane, sfondò rapidamente, entrando in classifica fino a raggiungere la vetta dei brani Modern Rock di Billboard e conquistando a fine anno un Grammy per la miglior performance hard rock; ma i riconoscimenti ottenuti nel corso degli anni da Give It Away sono moltissimi, non ultimo il fatto di essere stata introdotta nella Rock and Roll Hall of Fame tra i 500 brani che hanno plasmato il rock. Infine, alcuni appassionati hanno calcolato che questa è la canzone che i Red Hot Chili Peppers hanno suonato più spesso dal vivo in tutta la loro carriera, visto che le sue esecuzioni superano ampiamente quota 700.

 

Under the Bridge

da Blood Sugar Sex Magik, 1991

Poche tracce dopo Give It Away, all’interno di Blood Sugar Sex Magik spuntava un brano completamente diverso, Under the Bridge, una ballata malinconica che contraddiceva quasi tutto quello che i Red Hot avevano prodotto fino ad allora. Lo stesso Anthony Kiedis, che ne aveva scritto il testo su un quadernetto qualche anno prima, era restio a mostrarla al resto della band, e fu solo l’intermediazione di Rick Rubin – che aveva scoperto la canzone scartabellando tra le cose scritte dal cantante – a spingerlo a provare a tirarne fuori qualcosa.


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Il tema del brano è la dipendenza dalle droghe, dalla quale Kiedis era uscito già da qualche tempo ma che ancora non riusciva completamente a dimenticare; attraversando una fase della propria vita in cui si sentiva particolarmente solo anche all’interno della band (Flea e Frusciante, infatti, avevano legato non solo musicalmente, ma anche per la comune abitudine a fumare marijuana) e ripensando agli anni precedenti in cui gli sembrava di aver rovinato tutto per colpa degli «speedball che si sparava sotto un ponte», Kiedis elaborò la canzone e la presentò, con un accenno di melodia, ai suoi compagni, che subito si industriarono per scriverne la parte musicale.

Il brano fu scelto dalla Warner come secondo singolo estratto dall’album dopo che, ad un concerto, alcuni emissari della casa discografica videro il pubblico cantarla tutta a memoria, ed entrò immediatamente in classifica, restandoci per ventisei settimane e arrampicandosi fino al secondo posto assoluto, proiettando quindi la band nell’Olimpo dei grandi.

Ad aiutarne le sorti contribuì anche il video che fu passato con grande frequenza da MTV, video realizzato da Gus Van Sant, che aveva conosciuto Flea durante la lavorazione di Belli e dannati e che seppe catturare lo spirito della canzone, delineando pure la nuova immagine pubblica dei musicisti (ad esempio la strana mise di John Frusciante ebbe una profonda influenza sul look alternative degli anni ’90).

 

Scar Tissue

da Californication, 1999

Come detto, Frusciante lasciò il gruppo poco dopo il successo di Blood Sugar Sex Magik, nel bel mezzo del tour in Giappone, e fu sostituito da una girandola di chitarristi che si interruppe con Dave Navarro, ex dei Jane’s Addiction. Per quanto Navarro fosse un chitarrista di buon livello, la sua alchimia col resto della band stentò a decollare e infatti all’uscita di One Hot Minute, il primo album con la nuova formazione, i critici non mancarono di far notare le differenze con Frusciante. Andatosene pure Navarro, anche lui per problemi di droga, e disintossicato nel frattempo Frusciante, i Peppers riuscirono finalmente a tornare alla formazione del grande successo commerciale in tempo per mandare in stampa un disco che ne avrebbe virato ancora una volta l’identità, Californication.

L’album, che uscì nel giugno del 1999, fu il loro più grande successo commerciale, capace di vendere 15 milioni di copie in tutto il mondo e per la prima volta di sfondare veramente anche all’estero; alla base di questo successo c’era un parziale ammorbidimento delle loro sonorità, ancora influenzate dal metal, dal rap e soprattutto dal funk ma sempre più tendenti verso l’alternative e brani più pacati e lenti.

Scar Tissue, il primo singolo e la canzone probabilmente più famosa del disco, è l’emblema di tutto questo: non a caso nel video, che fu realizzato di nuovo da Stéphane Sednaoui, la band tornava nel deserto come in Give It Away, ma invece di agitarsi con la pelle tinta d’oro ora i componenti stavano seduti tutti incerottati su un’auto che viaggiava verso l’orizzonte, facendosi portatori di un mood completamente diverso.

La canzone fu scritta partendo da alcune prove che Frusciante stava eseguendo con la sua chitarra, prove che aveva già sperimentato all’interno dei suoi lavori solisti e che consistevano nel suonare due note uguali ma separate da un’ottava con una ritmica particolare; appena ebbe modo di sentire il chitarrista strimpellare, Kiedis se ne uscì con il testo, che gli giunse quasi automatico, un testo in cui si parla di rinascita dopo le molte ferite – intendendo in particolare la dipendenza dalla droga – del cantante stesso ma anche degli altri componenti della band, visto che pure Frusciante si era appena disintossicato. La canzone balzò in testa – e rimase in quella posizione per sedici settimane consecutive – della classifica Modern Rock di Billboard e trascinò tutto l’album, aggiudicandosi il Grammy come migliore canzone rock dell’anno.

 

By the Way

da By the Way, 2002

Passati tre anni, nel 2002 i Red Hot Chili Peppers doppiarono il successo di Californication con By the Way, disco che proseguiva la strada intrapresa verso il rock mainstream inserendo una forte linea melodica all’interno di praticamente ogni brano.

Primo singolo estratto e titletrack dell’album fu By the Way, una canzone che sia Kiedis che Frusciante – per loro stessa ammissione – non ritenevano dotata del necessario appeal commerciale ma che fu sostanzialmente scelta dai discografici, sia per l’energia che emanava, sia soprattutto per la capacità di sintetizzare la nuova identità della band, con strofe in cui dominava ancora lo stile rappato e funky del canto di Kiedis e un ritornello in cui tutta l’agitazione veniva messa a tacere per lasciare spazio alla pura e semplice melodia.

La canzone fu un successo immediato, ancora una volta non più solo nella natia California ma in tutto il mondo: in America rimase per quattordici settimane consecutive in vetta alla classifica Modern Rock, insidiando il record di sedici settimane di Scar Tissue, ma pure in Italia arrivò alla posizione numero uno.

Anche in questo caso, parte del successo si deve pure al video che potete vedere qui di seguito, diretto da Jonathan Dayton e Valerie Faris, che già aveva collaborato precedentemente con la band: completamente slegata dal testo della canzone, la clip presenta infatti un tassista che carica sulla propria auto Kiedis e che, quando lo riconosce, praticamente lo rapisce, fino a quando il cantante non riesce a farsi soccorrere da Flea e Frusciante e scappare, con una rocambolesca fuga dal finestrino (con il batterista Smith che però, ignaro di tutto, diventa il successivo cliente del tassista disturbato).

 

Snow (Hey Oh)

da Stadium Arcadium, 2006

Se l’ultimo album prodotto dalla band – I’m with You, datato 2011 – ha segnato per molti versi un cambio di rotta nella storia dei Red Hot Chili Peppers, sia per l’approdo di Josh Klinghoffer alla chitarra, sia per l’apertura a sonorità pop/rock, Stadium Arcadium, il disco precedente, era stato probabilmente l’apice del cammino intrapreso da Under the Bridge e soprattutto Scar Tissue in poi.

L’album doppio del 2006, infatti, metteva insieme forse in maniera definitiva l’alternative e il funk in un prodotto che piacque sia al grande pubblico che alla critica, che non a caso tributò alla band ben cinque Grammy, tra cui quello di miglior album e band rock dell’anno.

I singoli estratti furono in tutto cinque nel giro di un anno, tra l’aprile 2006 e l’aprile 2007; il terzo – dopo Dani California e Tell Me Baby – fu Snow (Hey Oh), una canzone melodica che sembrava quasi potesse stare più a suo agio all’interno del precedente By the Way che non in Stadium Arcadium, ma che contribuì parecchio alle vendite del disco soprattutto per l’ottimo riscontro che ebbe sui media: già dalla sua uscita, infatti, cominciò ad essere usata da trasmissioni televisive, serial (il finale dell’ottava stagione di Scrubs, per citarne uno, inizia proprio con Snow), spot e quant’altro, ampliando il pubblico dei Red Hot a persone che, per gusti e forse anche per età, non erano normalmente abituate ad ascoltarli; da questo punto di vista, decisivo fu anche il fatto che Steve Jobs, alla presentazione ufficiale del primo iPhone, scegliendo dalla sua libreria musicale decidesse di far partire proprio questo brano.

Ancora una volta, il tema centrale è la voglia di redenzione di Kiedis e compagni, qui simboleggiata dalla purezza della neve: secondo quanto dichiarato dal cantante, il brano «riguarda la sopravvivenza, una nuova partenza. Ho incasinato tutto, ma ho una lavagna bianca – una tela di neve – e posso ricominciare da capo».

 

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