Per secoli, l’arte – come molte altre discipline culturali – è stata puro appannaggio degli uomini: maschi erano i pittori, maschi gli scultori, maschi gli architetti. E anzi proprio in quest’ultimo settore una sorta di antropocentrismo – inteso quasi al limite col maschilismo – ha dominato per gran parte anche del Novecento, resistendo più che in altri settori all’avanzata delle donne e alla loro progressiva conquista di campi del lavoro e della cultura che prima erano inavvicinabili.

In ogni caso, dopo qualche tentativo pionieristico nella prima metà del Novevento, oggi le donne architetto sono molte e proprio negli ultimi anni hanno cominciato finalmente a veder riconosciuto il loro lavoro, con l’attribuzione di numerosi e importanti premi. Vediamo quindi cinque grandi donne architetto che, a nostro modo di vedere, hanno col loro stile e le loro innovazioni segnato gli ultimi decenni.

Il design liquido di Zaha
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Angelica e Bradamante le donne
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Vite straordinarie. Uomini
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Eileen Gray

Il più grande architetto d’interni degli anni Venti

Nata nel 1878 nel paesino di Enniscorthy, nel sud-est dell’Irlanda, Kathleen Eileen Moray Gray è una figura di indubbio rilievo nella storia dell’arte femminile del Novecento. Figlia di un ricco pittore dilettante che fin da bambina la fece viaggiare in Europa per dipingere dal vero, studiò a Londra ma si cominciò ad interessare all’architettura e all’arredamento solo nel 1900, quando visitò l’Esposizione Universale di Parigi. Da lì in poi si dedicò per qualche anno alla creazione di mobili laccati, ma fu solo nel Dopoguerra, incoraggiata anche dall’incontro con gli architetti Jean Badovici (di cui divenne anche compagna per qualche tempo), Gropius e Le Corbusier, che decise di dedicarsi completamente all’architettura di interni, avvicinandosi alle tendenze moderniste e, a tratti, al Bauhaus.

Apertamente bisessuale, capace di grandi passioni e grandi arrabbiature, dopo la Seconda guerra mondiale decise di vivere da reclusa, non lavorando quasi più e venendo di conseguenza ampiamente dimenticata dalla critica, che la riscoprì solo alla fine degli anni Sessanta, poco prima della sua morte. La sua opera principale è probabilmente la casa E-1027, costruita vicino a Monaco, nel sud della Francia, assieme a Badovici: basata su forme squadrate e una pianta a L e realizzata nel bel mezzo della roccia e della vegetazione, la casa ospitava anche il tavolo circolare in vetro E-1027 e la poltrona Bibendum, entrambe progettate dalla Gray; i muri bianchi e minimalisti che lei stessa volle fortemente oggi però non sono più visibili, perché dopo la separazione tra i due, Badovici fece affrescare i muri proprio da Le Corbusier, mandando su tutte le furie l’ex compagna.

 

Denise Scott Brown

L’analisi della città contemporanea

Se c’è un architetto che per prima e più di tutte ha portato alla ribalta la questione della discriminazione dovuta al genere sessuale in questo settore dell’arte applicata è sicuramente Denise Scott Brown, nata (col cognome da nubile di Lakofski) nel 1931 in Rhodesia del nord, oggi parte dello Zambia, ma naturalizzata americana e residente da oltre cinquant’anni a Philadelphia. Lo scandalo, infatti, scoppiò nel 1991, quando il suo secondo marito (il primo, Robert Scott Brown, era morto nel 1959 in un incidente automobilistico) e collega architetto Robert Venturi fu onorato del premio Pritzker, il più prestigioso riconoscimento nel settore di cui parleremo anche più avanti; in aperta polemica con la decisione dell’organizzazione di non assegnarlo congiuntamente alla coppia, che comunque aveva sempre lavorato assieme nei precedenti trent’anni, la Scott Brown non presenziò alla cerimonia, suscitando un certo scandalo nell’ambiente e portando, anni dopo, alla revisione dello statuto del premio, che cominciò ad essere assegnato anche a gruppi di persone e, finalmente, alle donne.

Tra i suoi lavori, sempre realizzati assieme al marito, si segnalano il Seattle Art Museum, l’ala Sainsbury della National Gallery di Londra e numerosi lavori in vari campus americani, dall’Università del Delaware a Princeton, da Harvard all’Università del Michigan. Importante, infine, anche il suo contributo come saggista: Imparare da Las Vegas, in particolare, uscito nel 1972 come un viaggio all’interno dell’architettura eclettica, disordinata e capitalistica di Las Vegas, suscitò molte polemiche ma ha indubbiamente influenzato il linguaggio architettonico e urbano contemporaneo, introducendo ad esempio il concetto di sprawl o città diffusa.

 

Zaha Hadid

L’irachena che ha progettato il MAXXI

Abbiamo già fatto notare più volte come per molti decenni sia stato difficilissimo per le donne farsi strada nel mondo dell’architettura, per tutta una serie di motivi; immaginatevi ora quanto debba essere stato più complicato per Zaha Hadid, che oltre ad essere donna era, nell’Inghilterra dei primi anni ’80, pure un’immigrata. Nata a Baghdad nel 1950 da una famiglia dell’alta borghesia, la Hadid in realtà ha da molti anni ben pochi contatti col suo paese d’origine: l’università la fece prima a Beirut – dove conseguì una laurea in matematica – e poi in Inghilterra, dove studiò architettura.

Proprio in Gran Bretagna decise di iniziare a lavorare e poi, nel 1980, di aprire il suo studio, fino ad arrivare a prendere la cittadinanza britannica; qui ha infatti potuto sviluppare un suo stile molto personale, basato su prospettive ardite, una grande varietà di punti di fuga ma anche, contemporaneamente, la scelta di forme sinuose in una visione che è stata definita lo specchio del caos della vita moderna. Premiata nel 2004 col premio Pritzker – il già citato premio paragonato a una sorta di Nobel per l’architettura – e nel 2009 col Premio Imperiale giapponese, ha firmato decine di opere in tutto il mondo, tra le quali primeggiano in Italia il MAXXI e la Stazione Marittima di Salerno, in Europa il Ponte-Padiglione dell’Expo di Saragozza, il Trampolino di Bergisel a Innsbruck e il London Aquatics Centre di Londra e nel resto del mondo il Rosenthal Center for Contemporary Art di Cincinnati.

 

Kazuyo Sejima

La prima donna alla Biennale Architettura

Altra vincitrice di Pritzker Prize, stavolta nel 2010, è la giapponese Kazuyo Sejima, nata nel 1956 a Ibaraki. Caratterizzata dal grande utilizzo di superfici lucide come marmo, vetro e metalli vari, da grandi finestre che danno risalto alla luce naturale e da una certa pulizia delle linee, l’architettura della nipponica si è sviluppata negli ultimi decenni in particolare in collaborazione con Ryue Nishizawa, suo ex dipendente promosso ad associato nel 1995 e col quale la Sejima ha fondato lo studio SANAA (Sejima And Nishizawa And Associated).

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Insegnante alla prestigiosa Tama Art University di Tokyo – forse la più importante università artistica del paese – e a Princeton, la Sejima ha anche diretto, prima donna di sempre, la sezione architettura della Biennale di Venezia, curando l’Esibizione del 2010. Tra i suoi progetti si segnalano, in patria, il Museo di Arte Contemporanea del 21simo secolo di Kanazawa, l’ufficio di polizia nella Stazione Chofu di Tokyo e il Centro Civico Onishi di Gunma, mentre all’estero risaltano il Padiglione di Vetro presso il Museo d’Arte di Toledo, il Centro Teatrale e Artistico di Almere, in Olanda, e il New Museum of Contemporary Art a New York. In Italia, infine, un suo lavoro si può apprezzare ad Arezzo, dove ha disegnato il Prada Beauty Store.

 

Maya Lin

Quando l’architettura incontra la scultura

L’ultima esponente della nostra cinquina è l’americana Maya Lin, che riassume nella sua figura e nei suoi lavori molti degli elementi a cui abbiamo accennato finora e, quasi, sembra aprire la strada ai futuri sviluppi di questa arte. Nata ad Athens, in Ohio, nel 1959, figlia di immigrati cinesi (il padre era un ceramista, la nonna pare addirittura sia stata la prima donna architetto in Cina), la Lin ha esordito infatti giovanissima, nel 1981, ad appena ventuno anni, con un’opera a metà strada tra la scultura e l’architettura: quand’era ancora una semplice studentessa di Yale, infatti, decise di inviare un suo progetto per il concorso per la realizzazione di un monumento dedicato alle vittime della Guerra del Vietnam; il suo progetto superò quello di altri 1.400 candidati e fu realizzato a Washington.

Nonostante qualche polemica iniziale, dovuta alla giovanissima età della Lin e, addirittura, alle sue origini orientali, il monumento (un muro a V incastrato come una ferita nel terreno, dove sono scritti i nomi dei caduti) è diventato uno degli emblemi della capitale, tanto che nel 2007 è stato giudicato il decimo monumento statunitense più bello dall’American Institute of Architects. Altri suoi lavori importanti sono il Civil Rights Memorial a Montgomery, in Alabama, il Women’s Table in memoria del ruolo delle donne a Yale e il Confluence Project, che nel corso degli ultimi anni l’ha vista lavorare a numerose installazioni lungo alcuni punti storici lungo il Columbia River e lo Snake River nel nord ovest degli Stati Uniti.

 

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