Il Liberty è una corrente molto particolare nella storia dell’arte moderna: popolare, ribelle e anticonvenzionale, fu soprattutto l’arte delle “seconde città“, di Barcellona invece che di Madrid, di Glasgow invece che di Londra, di Bruxelles invece che (almeno in parte) di Parigi.

Fu anticonvenzionale fin dal nome, da un lato perché variò in ogni paese (in Italia fu ispirato ai magazzini londinesi di Arthur Liberty; in Francia e Gran Bretagna fu Art Nouveau; in Spagna, Arte Modernista; in Germania, Jugendstil, cioè stile della gioventù; in Austria, Sezessionstil, ovvero Secessione viennese e così via), dall’altro perché tale nome sottolineava quasi sempre una rottura forte col passato.

Dal punto di vista architettonico, lo stile ci ha lasciato palazzi, hotel e case residenziali in tutta Europa e in qualche caso anche nel Nord America, toccando come detto spesso città che non era state particolarmente amate dai movimenti artistici precedenti: ecco i cinque esempi che abbiamo scelto per voi.

 

Casa Batlló a Barcellona

di Antoni Gaudí, 1904-1907

Cominciamo da Barcellona e dall’architetto che più di tutti ne ha influenzato e plasmato lo stile nel Novecento, Antoni Gaudí; un architetto che un po’ a fatica si fa rientrare nel Liberty in quanto il suo stile (ribattezzato Modernismo Catalano) aveva sì forti connessioni con l’Art Nouveau che si stava imponendo nel resto d’Europa, ma anche caratteri particolari, specifici, con influenze gotiche, fantastiche e un’originalità senza pari. Prova forse massima di questa straordinaria inventiva è la Casa Batlló, situata al numero 43 di Passeig de Gràcia e in parte visitabile pure all’interno.


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Costruita all’inizio del Novecento per l’industriale Josep Batlló e ricavata da un precedente edificio molto più anonimo (e più basso di due piani), la casa colpisce subito per la facciata, divisa in tre porzioni: in basso, attorno alle finestre si disegnano delle forme sinuose e irregolari intervallate da colonne che ricordano ossa; a metà, invece, le finestre e i terrazzi sono separati dall’installazione di dischi di ceramica e vetro di vari colori, a dare un forte elemento di luminescenza; in alto, infine, una serie di tegole di ceramica lucida ricordano quasi le squame di un rettile.

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Decorazioni altrettanto fantasiose ricorrono sui balconi (perlopiù a forma di conchiglia) e all’interno dell’abitazione, nella scelta degli infissi e nel cortile.

 

Le entrate della metropolitana di Parigi

di Hector Guimard, 1900-1912

All’inizio del Novecento, a Parigi, il giovane Hector Guimard era l’architetto più in voga: tra i 28 e i 31 anni aveva realizzato il Castel Béranger, facendosi influenzare dai precetti architettonici del belga Victor Horta, di poco più vecchio di lui, e vincendo il concorso per la “facciata più bella” di un nuovo edificio parigino.


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Per questo, quando nell’anno 1899 si avvicinavano l’inaugurazione dell’Esposizione Universale di Parigi e la seconda Olimpiade, in concomitanza delle quali si voleva inaugurare la nuova metropolitana, Guimard fu contattato dalla Compagnie du chemin de fer métropolitain de Paris per disegnare le entrate delle varie stazioni dopo che un apposito concorso (a cui Guimard non aveva partecipato) aveva dato risultati deludenti.

L’architetto realizzò 141 strutture in ferro battuto, perlopiù ad edicola scoperta, fortemente ispirate a motivi floreali com’era tipico dell’Art Nouveau, con steli che sorreggevano la scritta Métropolitain (a volte con anche, in piccolo, la firma Hector Guimard Arch.), divenute negli anni talmente celebri da essere ormai identificate con la stessa metropolitana parigina ed essere nominate monumento storico della Repubblica Francese.

 

Scuola d’arte di Glasgow

di Charles Rennie Mackintosh, 1897-1909

Nella seconda metà dell’Ottocento Glasgow, importante città della Scozia, conobbe un rapido sviluppo, legato principalmente all’industria navale: le commesse arrivavano da ogni parte del mondo e questo favorì una crescita economica ma anche più frequenti contatti con culture lontane come ad esempio quella giapponese.

Charles Rennie Mackintosh, l’architetto probabilmente più importante di tutta l’Art Nouveau britannica, si formò proprio in quest’ambiente, facendosi influenzare da una varietà di stili che riversò fin da subito anche nelle sue prime opere, come la nuova sede della Scuola d’Arte di Glasgow (di cui egli stesso era stato allievo e dove aveva conosciuto sua moglie) in Renfrew Street, che gli fu commissionata dopo che lo studio per cui lavorava vinse il concorso indetto dal preside Newbery.

Per Mackintosh, che all’epoca aveva meno di trent’anni, si trattava del primo lavoro importante e lo portò a termine in due fasi; nella prima era ancora abbastanza forte l’influenza neogotica, come si vede nella facciata molto verticale e nell’utilizzo di timpani e torri, mentre nella seconda fase emergono nuovi materiali come l’acciaio e i motivi floreali che decorano tutti gli interni, dove maggiore è la vicinanza con l’Art Nouveau continentale. Inoltre Mackintosh progettò un innovativo sistema di areazione e illuminazione completamente elettrico che, oltre che estetico, aveva anche un carattere funzionale com’era nei dettami della nuova arte.

 

Palazzo della Secessione a Vienna

di Joseph Maria Olbrich, 1897-1898

A cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, Vienna rappresentò indubbiamente una delle capitali dell’arte mondiale: la Secessione viennese – anche se di brevissima durata – aveva permesso a talenti quali quelli di Klimt e Schiele di raggiungere fama imperitura, ma spesso ci si dimentica che a fianco dei pittori l’altra componente importante del movimento era costituita dagli architetti, con nomi come quelli di Otto Wagner (il più vecchio del gruppo, che, prima di lasciare l’Accademia, aveva scritto fior di manuali adottati in tutta Europa), Josef Hoffman e Joseph Maria Olbrich, autore del palazzo che divenne la sede della Secessione, creato per ospitare le mostre degli artisti che si riconoscevano nel gruppo fondato nel 1897 da Gustav Klimt.


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Sviluppato proprio a partire da un disegno di Klimt, finanziato da Karl Wittgenstein (padre del futuro filosofo Ludwig) ed eretto tra Friedrichstrasse e Getreidemarkt, il palazzo ha una semplice pianta quadrata su cui si ergono pareti lisce e disadorne se non per un fregio floreale, tanto da ricordare un tempio più che un palazzo destinato a mostre d’arte; sulla facciata, poi, campeggia il motto della Secessione, «Al tempo la sua arte, all’arte la sua libertà», sopra al quale si erge la caratteristica cupola traforata, composta di foglie di lauro in rame ma coperte di lamina d’oro, che crea un forte contrasto tra la lucentezza dorata e il bianco del resto della struttura.

Olbrich, morto ad appena 40 anni nel 1908 per leucemia, fu incaricato anche di organizzare quasi tutte le esposizioni che si tennero all’intero dell’edificio nei primi anni, improntandole su criteri completamente nuovi per l’epoca, con le opere disposte ad altezza dello sguardo e raggruppate per autore.

 

Casa Municipale di Praga

di Osvald Polívka e Antonin Balsanek, 1905-1911

Come detto, il Liberty non si impose solo nell’Europa occidentale, ma ebbe anzi grande successo pure nei paesi dell’est, dove forte fu l’influenza della Secessione viennese dovuta al perdurare dell’Impero Asburgico, influenza che si mescolò a tendenze autoctone e allo sviluppo economico che ad inizio Novecento attraversò in particolare la Boemia (dove fortissima fu l’impronta pure del pittore Alfons Mucha) e, più a nord, i paesi baltici.

A Praga sicuramente il palazzo più importante che fu costruito sulla base del credo secessionista fu la Casa Municipale, eretta nel luogo in cui si trovava l’antico Palazzo Reale medievale, abbandonato da secoli e divenuto fatiscente, di fianco alla celebre Porta delle Polveri, al 5 di Náměstí Republiky.

Il palazzo, pensato come edificio civico per ospitare mostre, concerti ed altri eventi culturali e oggi sede anche di caffè e ristoranti (oltre che meta di visite guidate), è all’esterno strutturato su un corpo centrale – dominato da un mosaico a lunetta opera di Karel Špillar e da una balconata da cui fu proclamata tra l’altro nel 1918 la nascita della Repubblica Cecoslovacca – e due ali asimmetriche; di particolare rilievo tutte le decorazioni che adornano la struttura, opera dei maggiori artigiani cechi dell’epoca, come le vetrate decorate a motivi floreali, i pannelli in legno, le ceramiche, gli specchi e, sull’esterno, le statue l’Umiliazione del popolo e la Resurrezione del popolo di Ladislav Šaloun. In tutto l’edificio conta oggi più di 1.200 stanze e il volume è di circa 14mila metri cubi.

 

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