Parlare di arte paleocristiana ci spinge a calarci nel contesto socio-politico e storico della tarda romanità. In seno all’Impero romano e alla moltitudine di credo pagani liberamente professati, a partire dal I secolo si diffonde silenzioso un nuovo culto: il cristianesimo. Dottrina molto diversa dalle contemporanee, il cristianesimo si distingueva per il rifiuto di adorare l’immagine dell’imperatore, per la fede in un Dio unico, per la promessa di una vita eterna seguente la morte fisica, ma soprattutto per l’amore e la tolleranza professata verso il prossimo.

Accolto in principio dalle classi meno abbienti di schiavi e liberti, a poco a poco si fa strada anche tra le classi sociali patrizie e senatoriali, le quali metteranno a disposizione delle nascenti comunità (Eccleasiae, guidate molto spesso da un Episcopo) le loro abitazioni (chiamate Domus Ecclesiae, ovvero luoghi di celebrazione domestica, le prime Chiese) come sede di riunioni e celebrazioni. Di questo periodo sono anche le prime catacombe cristiane sorte al di fuori delle mura cittadine, allo scopo di seppellire i defunti secondo il rito di inumazione professato dal cristianesimo.

A partire da Nerone (64 d.C.) e fino al III secolo seguiranno anni di persecuzioni contro i cristiani ad ondate più o meno violente (Decio e Diocleziano), fino a giungere nel IV secolo, con Costantino “il grande”, il quale promosse la libertà di culto del cristianesimo attraverso l’Editto di Milano del 313 d.C. e successivamente con Teodosio, che emanò l’Editto di Tessalonica del 380 d.C., proclamando il cristianesimo religione ufficiale dell’Impero.

Con queste premesse e quindi dal IV secolo si inizia a parlare più precisamente di arte paleocristiana che si protrasse fino a circa il VII secolo, facendosi portavoce del cristianesimo e aiutandone la diffusione in tutte le zone dell’Impero.


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Importante è ricordare che, come nel caso di ogni movimento sia esso politico, socio-culturale, artistico o letterario, l’arte paleocristiana si sviluppò e trasse vita proprio in seno al paganesimo romano, di cui sfruttò l’iconografia e il linguaggio artistico. Essi vennero re-interpretati in modo prettamente simbolico e allegorico, gettando le basi per quella Biblia Pauperum (“Bibbia dei poveri”, in cui cioè l’arte con le sue immagini si fa portavoce delle verità bibliche, raggiungendo anche i fedeli analfabeti) di cui l’arte diventa strumento da questo momento in avanti.

Tra i grandi monumenti figli dall’arte paleocristiana e pervenutici fino ad oggi (sopravvivendo all’incuria del tempo, alle numerose incursioni barbariche e alle spoliazioni del Rinascimento), presenterò brevemente qualche esempio per stimolare la vostra memoria e generare forse apprezzamento per questa parentesi storica e culturale spesso dimenticata, ma di fondamentale importanza per la nostra cultura e la fede cristiana.

 

Basilica di San Paolo Fuori le Mura

Sulla tomba dell’apostolo

La Basilica di San Paolo Fuori le Mura, a RomaLe concessioni costantiniane e il crescente culto dei martiri che si stava sviluppando soprattutto a Roma furono le cause che diedero inizio all’edificazione delle prime basiliche paleocristiane: le cosiddette basiliche “costantiniane”. Esse furono così chiamate perché volute da Costantino stesso, che in molti casi donò alla Chiesa i terreni sui quali edificarle: la Basilica di San Pietro, la Basilica Apostolorum sulla via Appia, la Basilica di San Paolo Fuori le Mura, la Basilica di San Giovanni in Laterano, per citarne solo alcune.

Il nome basilica deriverebbe dal greco (basilikè) e significherebbe “reggia”. Era era una struttura architettonica diffusa nell’Impero romano dove si amministrava la giustizia e dove avvenivano riunioni tra i cittadini. Le basiliche paleocristiane si sviluppano dalle basiliche romane, dunque, ridefinendone la finalità ad uso sacro, e modificandone la planimetria (spostando l’ingresso sul lato corto, collocando l’abside a conclusione della navata centrale, aggiungendo il transetto, decorando riccamente gli spazi interni con mosaici).


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Uno degli esempi più belli di basilica paleocristiana a Roma è senz’altro la Basilica di San Paolo Fuori le Mura, che si trova a circa 2 chilometri dalle mura aureliane (da cui il nome) e che fu eretta sul luogo del martirio per decapitazione dell’apostolo Paolo, avvenuta attorno al 67 d.C. Rimaneggiata come si vedrà più volte nel corso della sua storia, la Basilica di San Paolo Fuori le Mura presenta una tra le più frequenti planimetrie della tradizione basilicale paleocristiana.

All’interno è organizzata secondo una pianta a croce latina, con 5 navate, 4 file di 20 colonne di granito, volta a capriate, pareti di marmi policromi come pure il pavimento, e tondi musivi sopra le arcate e colonne a divisione delle navate (ogni tondo rappresenta l’immagine dei papi da Pietro a Francesco). All’esterno si articola invece con un nartece con 13 colonne corinzie (riedificato nel 1890), un quadriportico con al centro la bellissima statua di San Paolo reggente la spada, segno del suo martirio, realizzata nel XIX secolo da Giuseppe Obici, e una meravigliosa facciata a spioventi riccamente decorata a mosaico, ricostruita in tempi più recenti su modello dell’originale.

San Paolo Fuori le Mura, dunque, subì nel corso dei secoli numerosi rifacimenti conseguenti a vari eventi (il sacco di Roma del 1527, un devastante incendio del 1823 e il terremoto del 1348) e molto di quello che vediamo oggi venne ricostruito, o aggiunto con l’avanzare degli anni (come ad esempio il Ciborio di Arnolfo di Cambio della fine del XIII secolo sotto il quale si trova una scala che conduce alla tomba del Santo).

Una curiosità è data dalla presenza qui del nartece (ancora di origine greca) che sanciva a quest’epoca una gerarchia dei fedeli: era infatti lo spazio antistante la basilica in cui i catecumeni (coloro che non avevano ancora ricevuto il battesimo), dovevano collocarsi per partecipare al rito, restando separati dalla comunità all’interno della basilica. San Paolo Fuori le Mura divenne meta non solo di pellegrinaggio sulla tomba di San Paolo, ma rimane tutt’oggi tappa giubilare nel percorso delle sette Chiese da visitare, tappa indispensabile per ricevere l’assoluzione.

 

Battistero di San Giovanni alle Fonti

Dalla Milano di Sant’Ambrogio

I resti del Battistero di San Giovanni alle Fonti a MilanoA seguito della suddivisione dell’Impero con la Tetrarchia di Diocleziano (dal 285 d.C.), Milano iniziò ad assumere un ruolo sempre più importante nell’Italia della tarda romanità e come centro di diffusione del cristianesimo. Il governatore Ambrogio, che successivamente fu onorato della nomina di vescovo di Milano, fu nominato per reggerne le sorti in questo delicato momento di passaggio, e fu grazie a lui che la città rifiorì con l’erezione di diversi momenti tra cui le basiliche (dette ambrosiane: la Basilica di Sant’Ambrogio e San Lorenzo Maggiore, tra le altre) e il Battistero di San Giovanni alle Fonti.

La struttura del battistero come edificio indipendente e distaccato dal resto della planimetria basilicale inizia a diffondersi in questo periodo, come evoluzione del lavacrum (primi “fonti battesimali” in cui la vasca o il lavacrum era posta nella zona antistante l’ingresso della basilica, in genere nel quadriportico) e del mausoleo (contemporaneo edificio a pianta centrale utilizzato per la sepoltura di personalità cittadine di rilievo). Come nel mausoleo si onorava la morte corporale, nel battistero si celebrava il passaggio tra la morte del peccato nella rinascita in Cristo. Gli otto angoli di cui si caratterizzava infatti questa struttura sono simbolo della rinascita dal peccato, visto che Gesù risuscitò l’ottavo giorno.


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Il Battistero di San Giovanni alle Fonti, voluto da Ambrogio e concluso molto probabilmente nel 386 d.C., è oggi purtroppo quasi completamente scomparso. Si trovava nell’attuale area del sagrato del Duomo, dove un tempo sorgevano anche la Basilica di Santa Maria Maggiore e Santa Tecla (oggi scomparse). Le fonti tramandano che durante la veglia pasquale del 387 d.C. Ambrogio vi battezzasse Agostino d’Ippona e il figlio Adeodato.

Gli storici dell’arte concordano sulle testimonianze pervenuteci che descrivono il Battistero di San Giovanni alle Fonti come un vero e proprio gioiello artistico con pareti riccamente decorate e in cui si alternavano 4 nicchie semicircolari e 4 nicchie rettangolari, con marmi policromi nel pavimento e una grande vasca per il rito del battesimo per immersione (profonda circa 80 centimetri).

La sua struttura architettonica sarà ripresa più volte in età romanica, ad esempio nel Battistero di Parma e nel Battistero di Pisa. Curioso è sapere che il Battistero di San Giovanni alle Fonti venne distrutto per edificare il Duomo di Milano, intorno al 1300. Oggi rimangono le sue rovine, accessibili attraverso un passaggio sotterraneo percorribile dall’interno del Duomo. Come dire: il vecchio che cede il posto al nuovo…

 

Sarcofago di Giunio Basso

Il passaggio dalla cremazione all’inumazione

Il Sarcofago di Giunio Basso conservato ai Musei Vaticani, ottimo esempio di arte paleocristianaNon si conoscono molti esempi di sarcofagi romani realizzati prima del II secolo, poiché nell’Impero romano era diffuso il rito della cremazione dei defunti. Nonostante questo, però, a partire dal II secolo dell’Impero, all’incinerazione si iniziò ad affiancare gradualmente (grazie a dottrine pagane sviluppatesi lungo il Mediterraneo) l’inumazione e con essa la pratica di decorare sarcofagi divenne parte integrante del patrimonio culturale della tarda romanità.

Con l’avvento del cristianesimo, inumare i defunti divenne pratica comune, dettata dalla fede nella resurrezione della carne secondo cui il corpo si ricongiungerà con l’anima alla fine dei tempi. Questo diede impulso all’origine delle catacombe ma soprattutto alla decorazione di sarcofagi commemorativi. Uno tra i sarcofagi paleocristiani meglio conservati e giunti fino a noi oggi è il Sarcofago di Giunio Basso (circa 395 d.C.), che fu dedicato all’omonimo prefetto romano convertitosi al cristianesimo. L’iscrizione del fregio sovrastante le decorazioni cita infatti che Giunio Basso mediante il battesimo ricevette la salvezza che derivava dalla rinascita nella Chiesa.


Nel sarcofago (oggi conservato al Museo del Tesoro di San Pietro ai Musei Vaticani), la narrazione si dispone su due registri a fasce, incorniciati da colonne e delimitati superiormente da una trabeazione, i cui riquadri a bassorilievo riproducono scene tratte dall’Antico Testamento (sacrificio di Isacco, Adamo ed Eva e l’albero del peccato) e dal Nuovo Testamento (Cristo consegnato a Pilato, cattura di Pietro, San Paolo condotto al martirio…).

Nel fregio superiore, al centro, domina l’immagine di Cristo nell’iconografia della Traditio Legis (in cui, sul suo trono, Cristo consegna la Nuova Legge a San Paolo e a San Pietro).

 

Mosaici pavimentali di Santa Maria Assunta

Le tessere musive di Aquileia

Uno dei mosaici di Santa Maria Assunta ad AquileiaLa città di Aquileia, come pure Milano, assunse un ruolo di crescente prestigio durante l’era tardo-romana nell’epoca della Tetrarchia. Distrutta dalla calata degli Unni nel 425 d.C., rimangono oggi esempi del suo splendore paleocristiano. All’interno della Basilica di Santa Maria Assunta, edificata attorno al IV secolo e riedificata successivamente nell’XI secolo, si può ammirare uno tra i più bei pavimenti musivi pervenutici dall’antichità, riscoperto di recente (attorno al XIX secolo) durante degli scavi archeologici.

L’intera superficie pavimentale è ricoperta da tessere musive e si può dividere idealmente in quattro grandi zone per favorirne la lettura, in cui si alternano i riquadri con i volti dei mecenati – promotori e finanziatori dell’impresa – e la scena allegorica del gallo contro la tartaruga (il bene che vince il male); i riquadri con volti di Costantino e della famiglia imperiale; la Vittoria alata con corona e palma (allegoria del sacrificio dei martiri che ha dato vittoria alla Chiesa); ed una grande scena marina con pescatori, allegoria della missione del cristianesimo di diffondere la parola di Cristo tra le moltitudini, concludendosi con scene della storia biblica di Giona.

 

Affresco del Buon Pastore alle Catacombe di Priscilla

Il simbolismo della pittura paleocristiana

L'affresco del Buon Pastore alle Catacombe di PriscillaLe catacombe si diffusero nell’Impero romano tra il II e il III secolo, estendendosi per chilometri (le Catacombe di San Callisto ne misurano 20) sotto la planimetria di alcune città dell’Impero, Roma in primis. Furono esse ad ospitare i primi seppellimenti dei martiri cristiani e ad allargarsi ad accogliere le sepolture delle crescenti comunità di fedeli. Curiosa la tecnica costruttiva che gli scavi hanno portato alla luce, visto che esse si svilupparono in altezza ma con gli stati più profondi in realtà di datazione più recente.

Fu in questi spazi bui e angusti, scavati nel tufo, che si iniziò a diffondere una pittura paleocristiana le cui raffigurazioni allegoriche e simboliche divennero il nuovo linguaggio dei fedeli (pesce, colomba, vite e tralci, buon pastore, pescatori, orante…). Si utilizzava la tecnica ad affresco, derivata certamente dalle grottesche romane, ma qui reinterpretata alla luce dei nuovo significati cristiani. L’Affresco del Buon Pastore, datato intorno al III secolo e conservato a Roma nelle Catacombe di Priscilla (dal nome della ricca romana che donò il terreno su cui vennero realizzate), si trova nel cosiddetto loculo della Velata, ed è un bellissimo e raro esempio di pittura dell’epoca paleocristiana.

Il tema del Buon Pastore sembrerebbe derivare dal culto pagano di Ermes. Con il cristianesimo, il Buon Pastore diventa Gesù che guida il suo gregge, anime di fedeli che si fanno indirizzare dalla sua parola. La raffigurazione mostra il Buon Pastore al centro, circondato da due pecore e che ne sorregge un terza attorno al collo, vestito come un romano, con una tunica senza maniche. In maniera simmetrica, due alberi si trovano alla sua destra e alla sua sinistra, sui quali due colombe, simbolo di pace, sono adagiate.

 

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