Spesso i romanzi, almeno quelli di maggior successo, vengono adattati nella forma cinematografica, ma quasi mai, per quanto bene possa essere fatto un film, questa versione riesce ad eguagliare la qualità della prima: tra cinema e letteratura, infatti, c’è un salto difficilmente colmabile, dovuto alla natura stessa dei due mezzi di comunicazione.

Mentre il cinema solletica maggiormente la nostra sfera sensoriale e soprattutto visiva, un libro parla essenzialmente alla mente. È forse proprio per questo che storicamente, in letteratura, un peso fondamentale è sempre stato attribuito alla psicologia dei personaggi, cosa che non sempre avviene al cinema; una psicologia che a volte viene indagata fin nei minimi dettagli. Si parla, non a caso, di romanzo psicologico nei casi in cui una storia sembra vivere più nella mente del suo protagonista che non nei fatti effettivamente raccontati. E dunque, scopriamo insieme cinque tra i principali esempi di romanzo psicologico.


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Murasaki Shikibu – La storia di Genji

Alla corte dell’imperatore del Giappone

"Storia di Genji", un classico della letteratura nipponicaQuello che i critici considerano essere il primo romanzo psicologico è La storia di Genji, uno scritto che risale addirittura all’XI secolo e che precede vari antesignani europei del genere, come anche l’Elegia di Madonna Fiammetta del nostro Giovanni Boccaccio. Autrice del libro fu la dama Murasaki Shikibu, in realtà uno pseudonimo derivante da uno dei suoi personaggi e dal mestiere del padre, visto che il suo nome è tutt’oggi ignoto; figlia di un funzionario presso la corte imperiale, scrisse anche una raccolta di 128 poesie, pubblicate, come il suo romanzo, postume.

Il libro ha per protagonista Genji lo splendente, secondogenito dell’imperatore del Giappone e di una concubina, che vive una vita piena di avvenimenti e soprattutto di storie amorose, che spesso – ma non sempre – culminano in un matrimonio, in un’epoca in cui era frequente la poligamia e solo un uomo di ottimo rango poteva garantire una certa sicurezza, comunque sempre fragile, alle donne. Più in generale, si tratta di un grande affresco della società di corte giapponese dell’epoca, tra lotte di potere, amori d’interesse e passioni, tradimenti e fallimenti, destinato in origine alle altre dame (e fu per questo che fu scritto in giapponese, visto che la lingua usata dagli uomini d’alto lignaggio era invece il cinese) ma presto diventato il primo vero romanzo della letteratura orientale.

 

Stendhal – Il rosso e il nero

Un giovane ambizioso nella Francia della Restaurazione

"Il rosso e il nero" di StendhalMolto più noto a noi occidentali è Il rosso e il nero, capolavoro del francese Stendhal pubblicato per la prima volta nel 1830. Pur essendo al suo secondo romanzo in carriera, il grande narratore che avrebbe presto sfornato altri capolavori come La Certosa di Parma mette qui all’opera un talento fuori dal comune non solo nel raccontare gli eventi della trama, ma soprattutto nell’indagare la psicologia dei suoi protagonisti, in un’epoca, tra l’altro, che ben poco concedeva ad un’analisi scientifica dei caratteri, presa com’era dal sentimento e dalle passioni. Così, Stendhal è stato più volte esaltato, soprattutto postumo, da chi poi avrebbe abbracciato i dettami del realismo e del naturalismo, ma anche da personaggi come Nietzsche, che vedevano in lui quasi i prodromi di un’analisi esistenzialista.


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La storia, ispirata a Stendhal da un fatto di cronaca letto in una gazzetta, è quella di Julien Sorel, un ambizioso ammiratore di Napoleone Bonaparte che, grazie a una certa scaltrezza ma anche all’indifferenza per la morale, tenta di scalare la società francese del periodo, passando da plebeo a nobile grazie alla corte che fa a due donne di rango elevato, prima Madame de Rênal, moglie del suo sindaco, e poi la giovane Mathilde, figlia di un marchese parigino che può finalmente concedergli l’agognata posizione. Ma la situazione degenera presto e Sorel è costretto a pagare il conto della propria ambizione.

 

Fëdor Dostoevskij – Delitto e castigo

Il vero padre del romanzo psicologico moderno

Il celebre "Delitto e castigo" di DostoevskijIl genere del romanzo psicologico, nonostante i libri di cui abbiamo parlato finora, cominciò ad imporsi in realtà nella seconda metà dell’Ottocento, complice da un lato l’affermazione della borghesia – che rigettava i classici valori cavallereschi in favore di uno sguardo più introverso e interessato alle relazioni tra gli uomini – e dall’altro, soprattutto con l’approssimarsi del Novecento, le nuove scoperte in campo psicologico, prima fra tutte la teoria della psicanalisi di Freud. Una tendenza che fu aperta, negli anni ’60 e ’70 dell’Ottocento, da uno dei più grandi narratori di ogni epoca, il russo Fëdor Dostoevskij.


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Vari sono infatti i suoi libri che potrebbero rientrare all’interno del filone del romanzo psicologico: da Umiliati e offesi a I fratelli Karamazov, quasi tutte le sue opere – come d’altronde anche quelle di altri suoi colleghi russi del periodo – indagano i recessi dell’animo umano. Delitto e castigo è, da questo punto di vista, forse la più celebre: il protagonista è un giovane studente universitario che decide di uccidere l’usuraia che gli ha prestato dei soldi, ma poi rimane vittima del rimorso, non riuscendo ad essere quel superuomo al di sopra della morale (come, ancora una volta, Napoleone) che avrebbe voluto essere. Il centro del libro diventa quindi il suo tormento interiore, in un modo che avrebbe presto aperto la strada ad un altro maestro del romanzo psicologico come Franz Kafka.

 

Knut Hamsun – Fame

Un lento viaggio verso la pazzia

"Fame" di Knut Hamsun, uno dei più importanti (e meno noti) romanzi psicologiciMolti sono i romanzi psicologici che avremmo potuto inserire in questa lista: da quelli di Thomas Mann a quelli di Marcel Proust, da quelli di Luigi Pirandello a quelli di Virginia Woolf. Tutti classici che però risentono anche di altre influenze e temi – il decadentismo, la crisi dell’io, il flusso di coscienza – e per i quali ci sarà sicuramente modo di parlare altrove; un libro che invece ha lasciato un segno indelebile sul genere ma che, almeno qui in Italia, viene spesso dimenticato è Fame di Knut Hamsun, grande scrittore e premio Nobel norvegese. Il libro uscì per la prima volta nel 1890 e fu tradotto in tedesco ed inglese pochi anni dopo, influenzando rapidamente, secondo quanto ha sostenuto Isaac B. Singer in una sua celebre introduzione, Thomas Mann e Arthur Schnitzler, Francis Scott Fitzgerald e Ernest Hemingway.

La storia, in parte autobiografica, è quella di uno scrittore che si trova a vagare per la capitale, allora chiamata Christiania e oggi Oslo, una città che si sta trasformando in una moderna metropoli e che però lui vive in maniera angosciosa; in particolare, sembra non essere in grado di trovare lavoro e quindi di pagarsi un posto in cui vivere, scendendo lentamente ma inesorabilmente in uno stato di prostrazione fisica e soprattutto psichica. Finisce così per incontrare vari personaggi, coi quali però instaura relazioni a tratti assurde, e sembra più volte scivolare nella pazzia, prima di trovare lavoro, al porto, su un mercantile russo e lasciare la civiltà che tanto lo stava avvilendo.

 

Italo Svevo – La coscienza di Zeno

La confessione per il medico curante

"La coscienza di Zeno", forse il più celebre romanzo psicologico italianoConcludiamo con un po’ d’Italia: il quinto libro, in ordine cronologico, che abbiamo scelto di presentare è infatti La coscienza di Zeno, celebre capolavoro di Italo Svevo che, come ricorderete dai vostri studi liceali, prende avvio da un tentativo di (auto)analisi del protagonista, stimolato dal suo psicanalista, uno dei primi adepti della dottrina freudiana, tale dottor S.; e anzi è proprio il dottor S., nella celebre prefazione, a spiegare di voler dare alle stampe per ripicca – alla faccia della deontologia professionale – quello che era un diario che Zeno aveva iniziato a scrivere per cercare di guarire dalle sue nevrosi.

Il libro è così una vera e propria confessione del suo protagonista, un inetto esponente di una famiglia agiata, davanti ai vari problemi che la vita gli pone, siano essi il vizio del fumo, il rapporto conflittuale con il padre, la scelta di una moglie prima e di un’amante poi, la gestione di un’azienda. Con uno stile fortemente ironico, Svevo scava nella psiche di Zeno Cosini, mostrandone i ragionamenti e le angosce – oltre che i complessi freudiani, anche se interpretati in maniera non rigorosa – fino ad arrivare però alla conclusione che il vero malato non è tanto il suo protagonista, quanto la società stessa, che con la sua presunta normalità si è condannata all’immobilismo.

 

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