Cinque grandi esempi di poesia ermetica

Le migliori poesie ermetiche italiane

Quello dell’ermetismo può difficilmente essere definito come un vero e proprio movimento; si può parlare, piuttosto, di un atteggiamento che accomunò autori molto diversi tra loro, ma che avevano in comune un uso particolare della parola. Quello che si proponevano gli autori poi associati all’ermetismo è un ritorno a una poesia pura, spogliata di ogni retorica e sentimentalismo.

L’influenza francese e la poesia pura

Ispirandosi alle correnti francesi del decadentismo, del simbolismo e del surrealismo, i poeti ermetici danno vita a una poesia dal carattere volutamente oscuro e chiuso, che verrà definita poesia pura; il poeta ermetico ricerca l’essenzialità. La parola è nuda e diventa strumento iniziatico. Vengono impiegate analogie di difficile interpretazione, termini astratti, un’assenza di connessioni logiche.

Anche se si parla di ermetismo solo a partire dagli anni Trenta, il termine può riferirsi anche a scrittori come Ungaretti e Montale, che scrissero prima, ma le cui opere ispirarono i poeti della nuova generazione. Vengono proposti qui cinque esempi di poesia ermetica, tratti da cinque autori diversi, per mostrare quante diverse sfaccettature seppe assumere questo atteggiamento letterario.

 

Giuseppe Ungaretti – Veglia

La parola, l’attimo, la guerra

Giuseppe Ungaretti negli anni della vecchiaiaLa fase della poesia ungarettiana che può essere considerata più vicina alle posizioni dell’atteggiamento ermetico è sicuramente la prima, quella che portò alle raccolte Il porto sepolto (1916) e Allegria di naufragi (1919), confluite poi in un’unica raccolta nel 1931, intitolata L’allegria. Nella poesia di Giuseppe Ungaretti assume un’importanza fondamentale la componente autobiografica, in cui l’arte assume il significato anche esoterico di un’esperienza assoluta e totale. Si ispira a Mallarmé e decostruisce il verso tradizionale, dando vita alla poetica dell’attimo, in cui la parola diventa una folgorante illuminazione.

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

Ungaretti, nato ad Alessandria d’Egitto, si stabilisce definitivamente in Italia nel 1914, quando decide di arruolarsi per combattere nella guerra che stava per raggiungere la sua nazione. L’esperienza bellica segnerà profondamente la sua poetica e tornerà più volte nei suoi componimenti.

Veglia è stata scritta al fronte l’antivigilia di Natale del 1915. Presenta al lettore la realtà della guerra in tutta la sua crudezza, senza retorica né dimostrazioni di eroismo. La crudeltà della battaglia è messa in mostra con versi brevissimi, che rendono ancora più potente l’immagine di un’immobilità deformata dalla morte. Il rovesciamento del finale racconta della riscoperta dell’amore e della vita, che inevitabilmente nasce dalla morte e dall’orrore.

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Eugenio Montale – Non chiederci la parola

Le cose, il destino, la paralisi

Eugenio Montale al tavolo da lavoroContrario alla poetica dell’oscurità tipica di Ungaretti, per Eugenio Montale semplicità e chiarezza devono essere caratteristiche fondamentali del messaggio poetico. Pur non rifiutando la tradizione, Montale la rielabora. È convinto che la parola non sia in grado di raggiungere l’infinito, perché prima deve confrontarsi con il reale. La parola di Montale non allude, indica piuttosto oggetti definiti e concreti, tra cui si realizzano relazioni complesse.


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La poetica delle piccole cose di Montale si presenta come una forma di polemica nei confronti della tradizione aulica e ufficiale, che tendeva a rappresentare realtà generiche e indeterminate. Nella poesia montaliana gli oggetti, le immagini e le voci del mondo diventano simboli, emblemi del fato dell’uomo, che è destinato a un’inevitabile infelicità a causa della sua condizione esistenziale. Ciò porta a provare perplessità, un senso quasi di paralisi. L’uomo può non accettare il suo destino, ma non può liberarsene.

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Montale qui cerca di dare voce all’impossibilità di comunicare un messaggio positivo: la parola come portatrice di significato è insufficiente. Il poeta si sente estraneo nei confronti dell’uomo sicuro e in pace, che altri non è se non il conformista. Questa poesia equivale a una dichiarazione di poetica a favore del linguaggio anti-lirico, scabro e anti-musicale.

 

Salvatore Quasimodo – Alle fronde dei salici

L’analogia, la Sicilia, la realtà

Salvatore Quasimodo, uno dei più famosi poeti ermeticiLa fase iniziale della poesia di Salvatore Quasimodo segna un marcato divorzio nei confronti della lingua parlata: nei suoi componimenti, infatti, troviamo una parola che non vuole comunicare. Essa ha piuttosto un valore assoluto ed enfatizzato, che tende inevitabilmente all’astrazione. Quasimodo impiega molte analogie ed evita spesso i rapporti logici, ottenendo effetti di indeterminatezza. I temi delle prime raccolte sono la nostalgia per la Sicilia, la casa, la madre, l’infanzia.

Nel dopoguerra la sua poesia cambia: il verso diventa più lungo e lineare, la realtà assume connotazioni più concrete, il messaggio diventa più accessibile, tanto che può assumere significati politici e sociali. I suoi versi, quindi, diventano più discorsivi e narrativi.

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
tra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese:
oscillavano lievi al triste vento.

La poesia inizia con una lunga e angosciata domanda sul significato della poesia in un mondo distrutto dalla guerra, oppresso e soffocato. La risposta viene data negli ultimi versi, e non può che essere negativa: essa comunica tutto lo strazio dell’uomo che ha vissuto la guerra e una forte protesta contro tutte le atrocità commesse. L’andamento è meditativo e solenne, così come le immagini di sacrificio e martirio. Alla fine, la poesia può offrire solo silenzio.

 

Alfonso Gatto – Nello spazio lunare

L’allusione, il simbolo, gli affetti

Alfonso GattoNel 1938 Alfonso Gatto fonda insieme a Vasco Pratolini la rivista Campo di Marte, che durerà soltanto un anno ma che sarà fondamentale per diffondere le idee e le poesie dell’Ermetismo. Le prime due raccolte di Gatto sono quelle che più rispecchiano queste idee: si tratta di Isola (1932) e Morto ai paesi (1937). Qui troviamo un generalizzato rifiuto nei confronti dei problemi della storia. Il linguaggio è astratto e allusivo, e produce di conseguenza immagini fantastiche, di difficile interpretazione. Anche il vissuto viene trasfigurato attraverso una mitologia simbolica.


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In seguito si assiste a un parziale distacco nei confronti delle posizioni più estreme dell’Ermetismo. Gatto comincia ad avvicinarsi alle tematiche storiche, affrontando importanti problemi civili e sociali e riservando anche uno spazio agli affetti familiari.

Nello spazio lunare
pesa il silenzio dei morti.
Ai carri eternamente remoti
il cigolìo dei lumi
improvvisa perduti e beati
villaggi di sonno.

Come un tepore troveranno l’alba
gli zingari di neve,
come un tepore sotto l’ala i nidi.

Così lontano a trasparire il mondo
ricorda che fu d’erba, una pianura.

Questa poesia trasporta il lettore in un’atmosfera di immobilità e silenzio, in cui il senso della lontananza è intimamente mescolato a quello dell’eternità. In un tale ambiente la realtà assume contorni fiabeschi e il paesaggio è irreale. I pochi elementi reali sono stilizzati e bloccati. L’umanità appare stanca e sofferente per il senso di precarietà; ormai è consapevole che la felicità appartiene solo al passato.

 

Mario Luzi – Canto notturno per le ragazze fiorentine

Il simbolismo, l’esistenza, l’inquietudine

Mario LuziMario Luzi, morto nel 2005, è considerato come uno degli esponenti di punta dell’Ermetismo. Il suo intento principale fu quello di dotare la poesia di strumenti adatti a interpretare la realtà e, in una prima fase, si distinse per il suo interesse nei confronti dell’esistenza, ispirato a Montale. Fondamentale fu la sua ammirazione per il simbolismo francese (si laureò in letteratura francese e insegnò per molti anni all’università), da cui trasse il linguaggio prezioso e che lo portò a evitare la realtà contingente e storica.

Nelle fasi successive si distinse soprattutto per la rappresentazione di paesaggi e atmosfere tetre, che esprimevano la sua inquietudine profonda tipica del Novecento. Nella sua vita riuscì a trovare una grande consolazione nella fede cristiana, senza mai lasciarsi andare al dogmatismo.

Lasciate il vostro peso alla terra
il nome dentro il vostro cuore
e volate via,
quaggiù non è vostro l’amore.

Nella sua profondità si libra il biancore notturno,
le ore passano senz’orme
e ovunque una dolce carità
di voi, d’ogni bellezza parla del vostro corpo che dorme,

e dormendo naviga senza dondolare al suo porto,
lascia consumare il suo volto
il suo tenue colore ed il fiore
del viso dove odoran le giovani pene, il desiderio raccolto.

Come acque di un fiume sepolto rampollano dalla notte
le immagini addormentate
di voi, dei vostri occhi assenti;
senza forma, senza calore passan sul cuore degli adolescenti.

Dalla terra volano via gli eventi, le dolci passioni
escono dai corpi spenti,
la povertà le illusioni,
i sorrisi profondi delle umane consolazioni.

Noi non amiamo che quella vanità che ci addolora,
vi porta di ora in ora leggere
come un lume che non si può tenere
ma solo morirne. Come cere colano intorno le stagioni,

e noi andiamo con la volontà di Dio dentro al cuore
per le strade nel lieve afrore
delle vostre stanze socchiuse,
nell’ombra che sommerge le vostre pupille deluse.

Lasciate il vostro peso alla terra
il nome dentro il nostro cuore
e volate via,
quaggiù non è vostro l’amore.

Luzi canta la fragile figura femminile destinata alla morte. La poesia è pervasa da un sentimento di perdita e assenza. Le ragazze descritte in questo canto sono simili alle figure senza spessore dei dipinti antichi, come se fossero fantasmi. Non possono fare altro che andarsene per cercare l’amore.

 

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