Cinque grandi esponenti del decadentismo europeo

Giovane decadente, bel quadro di Ramon Casas che ironicamente rappresenta lo spirito del decadentismo

I movimenti letterari e artistici spesso assumono nomi diversi di paese in paese. Ogni nazione ama mettere in risalto le proprie specificità e così in certe occasioni si finisce per perdere lo sguardo d’insieme, per non riuscire a captare come i varie tendenze nazionali sono legate tra loro.

Tra i tanti casi che potremmo citare come esempio c’è anche quello del decadentismo, corrente che è ben conosciuta e studiata in Italia, ma altrove non sempre è considerata un movimento unitario.

L’origine del nome, in realtà, è francese. Deriva infatti dal verso di una poesia di Paul Verlaine, un sonetto composto nel 1883 e intitolato Languore. «Sono l’impero alla fine della decadenza», scriveva il poeta maledetto, paragonando la sua mancanza di slancio vitale all’epoca di crisi dell’Impero romano. Gli altri poeti che riconoscevano in Verlaine il loro capofila si ritrovarono subito in quel verso, e presto si formò un vero e proprio gruppo. Anatole Baju, tre anni più tardi, fondò anche una rivista, intitolata appunto Le décadent.


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Dal simbolismo francese alla Prima guerra mondiale

In Francia quella fase è più facilmente ricordata come quella del simbolismo. In Italia è invece considerata appunto l’inizio del decadentismo, una corrente più ampia e variegata, che avrebbe secondo i nostri critici dominato la scena europea fino agli inizi del Novecento, almeno fino alla Prima guerra mondiale. Una corrente che nel nostro paese non avrebbe toccato solo la poesia, ma anche la prosa, il teatro, la pittura, e altrove almeno in parte anche l’architettura e le arti decorative.

A questo riguardo, nel nostro paese si possono citare nomi di primissimo piano, ancora oggi studiati a scuola in maniera approfondita. Giovanni Pascoli, Gabriele D’Annunzio, Antonio Fogazzaro, Luigi Pirandello, Italo Svevo sono solo alcuni dei più famosi.

Ma all’estero, quali sono stati i più grandi poeti, scrittori ed artisti del decadentismo? Abbiamo selezionato i cinque che a nostro avviso sono più rappresentativi, anche se l’elenco sarebbe dovuto essere ovviamente molto lungo. Casomai, se non vi ritrovate con le nostre scelte, segnalate qualche altro nome nei commenti.

 

Arthur Rimbaud

E gli altri poeti maledetti

Arthur Rimbaud, poeta maledetto per eccellenza e padre del decadentismoAbbiamo detto che fu proprio da una poesia di Verlaine che in un certo senso si originò il movimento. Il poeta nativo di Metz, però, apparteneva a una schiera abbastanza nutrita di letterati che a fine ‘800 si richiamavano all’opera di Charles Baudelaire, l’autore de I fiori del male. Assieme a lui, in un gruppo che lo stesso Verlaine avrebbe definito dei poeti maledetti, la critica annoverava Tristan Corbière, Stéphane Mallarmé, Arthur Rimbaud, Auguste Villiers de L’Isle-Adam e Marceline Desbordes-Valmore.

Per la verità, però, Rimbaud a quel tempo, era già lontano, altrove. Nato a Charleville nel 1854, era stato il più precoce e forse il più talentuoso di quei poeti. Ancora adolescente aveva composto delle poesie che facevano impallidire i colleghi, e aveva tentato di conquistare il ruolo di poeta-veggente dando libero sfogo ai propri sensi. Già nel settembre 1871 era a Parigi, ospite del ben più maturo Verlaine, del quale divenne rapidamente l’amante.

Il difficile rapporto con Verlaine

Furono mesi intensissimi, sia umanamente che letterariamente, che però si sarebbero conclusi male. Il rapporto con Verlaine si chiuse nel 1873 praticamente a pistolettate, con quest’ultimo poeta incarcerato per 18 mesi.

Dal punto di vista poetico, Rimbaud compose Una stagione all’inferno, il poema che è il suo capolavoro. Pubblicato ma distribuito solo a pochi amici – tra cui lo stesso Verlaine –, fu una delle ultime opere dell’ancor giovanissimo poeta. Dopo le Illuminazioni, che furono pubblicate a sua insaputa, non scrisse più, dedicandosi a viaggi e lavori anche molto umili. Scomparendo completamente di scena, come forse gli ideali del decadentismo richiedevano.

 

William Morris

Architetto, teorico, scrittore

William Morris, scrittore e artista spesso sottovalutatoGli artisti che presenteremo in questa cinquina sono tutti molto noti e ormai parte nel nostro panorama culturale. Meno noto, ma per la verità non meno importante, è invece William Morris. Nato nei dintorni di Londra nel 1834, fu uno dei più importanti teorici dell’architettura del suo tempo, pur non essendo egli stesso architetto.

Scrisse e disegnò molto, ma è difficile inquadrarlo in un genere specifico. Oggi è ricordato principalmente come un designer ante-litteram, un importante autore del rilancio delle arti decorative e un precursore del fantasy, sempre in un’ottica vicina al decadentismo. Oltre che, per non farsi mancare nulla, uno dei padri del socialismo inglese.


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Ad Oxford, dove studiò, conobbe alcuni importanti pittori preraffaelliti come Dante Gabriel Rossetti, Edward Burne-Jones e Ford Madox Brown, entrando nel loro circolo. Non dipinse mai però veramente opere di quel genere, né si dedicò all’architettura, come sembrava inizialmente voler fare.

Il suo contributo artistico fu principalmente diretto verso le arti applicate. L’idea era quella di elevare gli artigiani al rango di artisti, rifiutando le esigenze della produzione in serie e dell’industrializzazione. D’altronde, proprio l’elemento centrale del decadentismo era il rifiuto del progresso, anche se in un’ottica vitalistica e di esaltazione dei sensi. Disegnò così carta da parati, decorazioni su vetro e motivi ricorrenti e innovativi, utilizzati in parte ancora oggi.

Perfino collaboratore di Marx

In politica si interessò, almeno per un certo periodo, alla diffusione delle idee comuniste, fondando la Lega Socialista nel 1884. Collaborò inoltre con lo stesso Karl Marx, che viveva a Londra, e cercò di porsi come mediatore tra quest’ultimo e gli anarco-socialisti, per la verità non riuscendo nell’intento.

Parallelamente a tutto questo, fondò la SPAB (la Società per la Protezione degli Edifici Antichi, attiva ancora oggi in Inghilterra) e soprattutto si dedicò ad una intensa attività letteraria. In realtà una stroncatura giovanile lo tenne a lungo lontano dall’ambiente, ma superata una certa età raggiunse una veloce fama, sia con poemi che con romanzi storici.

Scrisse anche utopie fantapolitiche come Notizie da nessun luogo e, nell’ultima parte della sua vita, romanzi che oggi definiremmo fantasy. E che pare abbiano avuto una certa influenza su J.R.R. Tolkien e C.S. Lewis.


 

Oscar Wilde

L’estetismo decadente ai suoi massimi livelli

Oscar Wilde, il più amato tra gli scrittori irlandesiIl decadentismo nelle isole britanniche è però noto, dalle nostre parti, soprattutto per un altro letterato: Oscar Wilde. Un personaggio che fu forse addirittura più eclettico e particolare di Morris, anche se in vita ebbe molti meno onori. Nato a Dublino nel 1854, studiò al Trinity College, ottenendo risultati eccellenti in particolare in letteratura greca e vincendo varie borse di studio.

Dopo la laurea si stabilì a Londra, dove si fece conoscere dall’alta società per il suo carattere originale e la battuta pronta. I suoi articoli molto satirici venivano spesso ospitati sulle riviste della capitale, ma altrettanti – e forse anche di più – erano quelli che lo deridevano.

I capolavori decadenti

Dava infatti già da parlare il suo atteggiamento dandy e una certa affettuosità pubblica nei confronti degli uomini, che presto gli avrebbe procurato non pochi problemi. Sul finire degli anni ’80 dell’Ottocento cominciò comunque anche a pubblicare libri di buon successo, come Il fantasma di Canterville e Il principe felice e altri racconti.

Furono però i primi anni ’90 quelli della sua più fervida creatività. Nel 1891 pubblicò Il ritratto di Dorian Gray, capolavoro ispirato a Contrcorrente di Joris Karl Huysmans e al mito del Faust. Due anni dopo arrivarono i drammi Salomé e Una donna senza importanza, presto seguiti da un altro capolavoro come L’importanza di chiamarsi Ernesto. Purtroppo gli scandali lo travolsero presto e lo portarono a una morte prematura.

 

Gustav Klimt

Il decadentismo a Vienna: la Secessione

Gustav Klimt, maestro della Secessione viennese, grande corrente del decadentismo europeoConcludiamo il nostro percorso con due pittori. Perché il decadentismo nacque sì come corrente letteraria, ma investì presto anche l’arte. Lo stile decadente, infatti, non seguiva i dettami di un manifesto, ma era più che altro un sentire comune. Un sentire proprio di chiunque, a cavallo tra Ottocento e Novecento, fosse animato da una certa sensibilità. E la sensibilità dei poeti non è distante da quella degli artisti, a ben guardare.

Gustav Klimt nacque a Vienna nel 1862. Compì i suoi studi presso la Scuola d’Arte e Mestieri dell’Austria, lavorando a quelle arti applicate il cui ruolo veniva esaltato, in quegli stessi anni, in Gran Bretagna da Morris. Guadagnò già in gioventù una certa notorietà, ma una serie di lutti improvvisi lo tenne per qualche anno lontano dall’arte. Vi tornò alla fine del secolo, fondando assieme ad altri 19 colleghi la Secessione viennese, un movimento che si poneva contro la tradizione accademica.


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Oro e Art Nouveau

Influenzato dallo studio dei mosaici ravennati, Klimt cominciò in questo periodo a perfezionare il proprio stile, inserendo l’oro musivo nelle sue tele. I suoi capolavori sono tutti di questo periodo, e contraddistinti anche da un certo erotismo: bisogna ricordare almeno Giuditta I, Danae e Il bacio.

Dopo il periodo art nouveau, negli ultimi anni della sua vita si avvicinò all’espressionismo, influenzato dai colleghi e amici Schiele e Kokoschka. Morì improvvisamente nel gennaio 1918.

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Edvard Munch

Non solo L’urlo

Edvard Munch da giovaneCome abbiamo detto, il decadentismo non fu una corrente codificata, ma piuttosto un sentire comune. Più in generale, fu un sentimento di rifiuto della modernità, dello svilimento dei sentimenti e dei rapporti che il progresso sembrava portare con sé. C’era chi si rifugiava in atteggiamenti edonistici, c’era chi descriveva la rovina attorno a sé, c’era chi esaltava il bello antico o puro, artigianale. Edvard Munch, pittore norvegese celebre per il suo L’urlo, apparteneva alla schiera di quelli che non si rassegnavano a un mondo ormai diventato ostile.

D’altronde, la vita di Munch fu segnata dalla tragedia fin dalla più tenera infanzia. Nato nel 1863, perse la madre a 5 anni e l’amatissima sorella maggiore Johanne Sophie a 14, entrambe per tubercolosi. Il padre fu preso da depressione e da manie, la sorella Laura impazzì, un altro fratello morì subito dopo il matrimonio. La salvezza del giovane Edvard fu la frequenza della Scuola d’Arte e Mestieri. Lì si fece all’inizio influenzare dall’espressionismo e dall’impressionismo, ma conobbe anche un gruppo di artisti ribelli che lo avvicinò agli ideali decadenti.

Il Manifesto di Saint Cloud

Le sue prime opere furono accolte malissimo dalla critica norvegese, e questo lo spinse a spostarsi a Parigi. Lì, dopo mesi di tormento e studio, scrisse il Manifesto di Saint Cloud, in cui formalizzò il suo nuovo ideale estetico, influenzato da Gauguin, van Gogh e Toulouse-Lautrec.

Fu poi a Berlino che dipinse o espose i suoi primi capolavori: oltre a L’urlo, meritano di essere ricordati Il Fregio della vita, Il Monte Calvario e Sera sul viale Karl Johan.

Il suo stile molto provocatorio però creò malumori anche nella capitale tedesca, dove pure le avanguardie avevano sviluppato un gusto piuttosto estremo. Nei primi anni del ‘900, ormai dipendente dall’alcool, Munch ebbe un pesante crollo nervoso che lo portò a diventare anche vittima di allucinazioni. Tornò in Norvegia e, ripresosi, cominciò a dipingere quadri dai toni più vivi e meno pessimisti. Morì nel 1944.

 

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