Cinque grandi esponenti del Neoplatonismo pagano e cristiano

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La filosofia può essere letta, secondo alcuni, come uno scontro perpetuo tra alcune, poche correnti che si ripresentano periodicamente nel corso della storia, tanto è vero che c’è anche chi ha sostenuto che tutto il suo sviluppo moderno e contemporaneo non sia altro che un perenne commento a Platone ed Aristotele. Se una semplificazione del genere, a me, pare decisamente eccessiva, è pur vero che alcune tendenze ritornano frequentemente nella storia e nello sviluppo di questa disciplina.

Il Neoplatonismo, in particolare, è una corrente fluida, che di sicuro ha avuto un suo periodo di sviluppo maggiore (durante la fase imperiale romana, tra il III e il V secolo), ma che poi è riemersa varie volte, rivista e aggiornata, almeno fino a tutto il Rinascimento. Una corrente che ha avuto un grandissimo successo e che ha finito per influenzare la politica, la religione, la cultura e soprattutto l’arte di molti secoli, lasciando il suo segno nella storia in maniera piuttosto evidente.

Come il suo nome lascia intendere, è una corrente che nasce come una rivisitazione e una ripresa del pensiero di Platone, ma è anche molto più di questo: perché nel Neoplatonismo antico si ritrovano anche elementi aristotelici e stoici; perché in quello rinascimentale si respira un’aria di rinnovamento che ha dato una grande spinta a quella grande rivoluzione culturale che è stata il Rinascimento stesso; perché ha saputo annoverare tra le sue fila santi come Agostino ma anche la prima importante donna filosofa di cui abbiamo notizia (tra l’altro uccisa proprio dai cristiani), Ipazia. E allora, ricostruiamo brevemente la storia di questa corrente di pensiero tramite cinque importanti esponenti del Neoplatonismo pagano e cristiano.

 

Plotino

Il fondatore della corrente

Testa marmorea di Plotino conservata al Museo di Ostia Antica (foto di Sailko via Wikimedia Commons)Il fondatore del Neoplatonismo è di solito individuato in Plotino, anche se alcuni ritengono che il vero iniziatore della dottrina sia stato Ammonio Sacca, maestro di Plotino stesso, sul quale, però, ci sono rimaste ben poche informazioni.

Plotino nacque attorno al 204 d.C. a Licopoli, in quell’Egitto che all’epoca era provincia romana, anche se ellenizzata; studiò ad Alessandria per vari anni, interessandosi poi anche al pensiero persiano ed orientale. Attorno ai quarant’anni decise di trasferirsi a Roma per aprire una sua scuola, e qui incontrò un grandissimo successo, tanto che la sua dottrina divenne la più seguita e ammirata nell’impero, soppiantando rapidamente lo stoicismo e l’aristotelismo. I suoi scritti sono raccolti in un unico libro, le Enneadi.

Il suo pensiero si richiamava a Platone ma anche alla scuola pitagorica, e si fondava su una precisa svalutazione della materia in favore di un realtà invisibile e superiore che animava il mondo. Secondo Plotino dietro alla molteplicità delle cose che sono presenti nella nostra realtà doveva infatti esistere un principio unico, perché come il 2 presuppone l’1, così anche il molteplice deve presupporre l’unità.

E l’unità di tutte le unità, il presupposto di base di tutto ciò che esiste, non poteva che essere un “uno” assoluto, un “uno” con la “U” maiuscola, l’Uno; un principio divino di cui, però, non si può parlare, perché definirlo vorrebbe dire limitarlo: dire che Dio ha delle caratteristiche implica negare che ne abbia altre. Per questo si può utilizzare solo una teologia negativa, che dica ciò che l’Uno non è.

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Ovvio che, in un’ottica del genere, Dio – che non si può ovviamente né rappresentare né personificare, né tantomeno si può pensare che compia atti d’amore – risulti lontanissimo, estremamente trascendente. Ma non irraggiungibile: secondo Plotino, infatti, l’uomo può percorrere tramite la sua anima un cammino di ascesi e purificazione che lo può portare a raggiungere l’Uno; e in questo percorso, un ruolo fondamentale spetta (come d’altronde in parte già in Platone) all’estetica e alla ricerca del bello.

 

Agostino

La soluzione al problema del male

Sant'Agostino in un dipinto di Philippe de Champaigne conservato al Los Angeles County Museum of ArtSe Plotino agiva in un’ottica ancora pagana – anche se la sua filosofia introduceva un Dio unico e ben diverso dalle divinità greche e romane tradizionali –, Agostino fu il pensatore che portò gli ideali del Neoplatonismo all’interno delle religioni monoteiste, instaurando quello stretto legame tra platonismo e cristianesimo che avrebbe contraddistinto la religione romana per molti secoli, fino almeno agli strali di Friedrich Nietzsche.

D’altronde, anche biograficamente l’incontro col Neoplatonismo ha avuto un ruolo fondamentale nella vita di Agostino: nato in nord Africa nel 354, il futuro vescovo aderì in gioventù al manicheismo, praticando una vita non certo integerrima dal punto di vista morale. Col trasferimento (come retore) prima a Roma e poi a Milano si avvicinò alla filosofia di Plotino e, grazie anche all’influenza di sua madre e del vescovo Ambrogio, decise di convertirsi al cristianesimo, sentendo che quella religione e il Neoplatonismo gli davano le risposte che lui stava cercando.


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Il problema fondamentale nella vita di Agostino in quella fase era infatti quello del male: com’era possibile che un Dio buono e onnipotente avesse creato un mondo in cui il male è così presente e forte? Il manicheismo una risposta, in questo senso, la dava: il male esiste perché c’è un principio maligno, un “dio del male”, che l’ha generato, e che si contrappone al principio benigno.

Ma all’interno di una religione monoteista sembrava non esserci soluzione, almeno fino alla comparsa delle Enneadi: secondo Plotino, infatti, l’imperfezione del nostro mondo materiale non deriva da un’impotenza della divinità, né tantomeno da una sua precisa volontà, ma dalla lontananza che separa il nostro mondo dall’Uno (una visione non troppo lontana, tra l’altro, da quella esposta da Platone stesso nel Timeo).

Così, Agostino adattò la dottrina neoplatonica al cristianesimo, dando una prima soluzione a uno dei più fondamentali problemi dell’uomo: non è Dio ad aver voluto il male; il male, anzi, non esiste in sé, ma è solo mancanza di bene.

 

Ipazia

La martire del libero pensiero

Ipazia come si ritiene sia stata ritratta da Raffaello nella sua famosa "Scuola di Atene"Fino a qualche anno fa, la vita e la ricerca di Ipazia erano affare per specialisti; è vero che la filosofa egiziana di lingua greca è stata forse ritratta tra i massimi dell’antichità da Raffaello Sanzio all’interno del suo celebre affresco La scuola di Atene (anche se la sua identificazione è dubbia), ma la sua figura non è certo una di quelle che si studiano a scuola e a volte neppure all’università. Ad averle ridato dignità almeno agli occhi del grande pubblico è stato soprattutto il film Agora di Alejandro Amenábar interpretato da Rachel Weisz, uscito nel 2009.

Nata poco dopo la metà del IV secolo ad Alessandria d’Egitto, Ipazia era figlia di un importante astronomo e matematico, di cui fu prima allieva e poi collaboratrice; a quanto pare, contribuì alle ricerche di quella scuola alessandrina che stava cercando di perfezionare e anche superare le ipotesi di Tolomeo sull’universo.

Proprio questo clima di fervore e di libertà di pensiero favorì il suo accostamento alla filosofia, e in particolare alla filosofia neoplatonica, che insegnò, pare, calcando la mano sul ruolo della filosofia come scienza delle scienze e strumento per comunicare con gli altri uomini e con Dio.

Tra l’altro, in quella fase della sua evoluzione storica il Neoplatonismo viveva una certa tensione col cristianesimo. La corrente filosofica e la religione, infatti, avevano trovato terreno comune – in Italia prima e in nord Africa poi – nella predicazione di Agostino, contemporaneo di Ipazia, ma in altre zone dell’impero stentavano a camminare di pari passo.

Inoltre, le scuole neoplatoniche si moltiplicavano e ognuna rivendicava per sé il primato, o comunque l’onore di essere l’unica a discendere direttamente, di maestro in maestro, da Plotino; così la storia ci ha tramandato varie visioni di Ipazia, a volte vista come vera filosofa dedita alla speculazione e a volte come semplice insegnante di dottrine altrui, per sminuire o esaltare la scuola alessandrina in contrapposizione con quella ateniese o romana. Purtroppo, non abbiamo alcun testo della filosofa che dirima la questione.

Quel che sappiamo di sicuro è il modo in cui Ipazia morì. Nei primi anni del V secolo l’importante centro egiziano era infiammato da un conflitto politico e religioso: patriarca della città era stato nominato Cirillo, un uomo non certo tenero che già da teologo era stato durissimo nei confronti dell’eterodossia; il ruolo di prefetto, e quindi di capo politico della città, era invece esercitato da Oreste, che voleva garantire le libertà anche delle altre fedi, visto che ad Alessandria vi erano anche moltissimi ebrei e pagani.

Cirillo, secondo le fonti a lui contemporanee, attuò una tattica spregiudicata: fece cacciare gli ebrei dalla città, forte del fatto che il prefetto non potesse giudicare l’operato di un vescovo, e aizzò dei monaci – i parabolani – affinché attaccassero proprio Oreste.

Infine, fu probabilmente il mandante – non si sa se diretto o indiretto – dell’omicidio di Ipazia, che fu assalita mentre rientrava a casa e uccisa con dei cocci dentro ad una chiesa. Cirillo, per inciso, è ancora oggi venerato come santo sia dalla Chiesa cattolica che da quella ortodossa, e meno di un secolo e mezzo fa è stato proclamato dottore della Chiesa.

 

Giovanni Pico della Mirandola

Sulla dignità dell’uomo

Il celebre filosofo rinascimentale Giovanni Pico della Mirandola in un ritratto a lui contemporaneoFacciamo ora un poderoso balzo in avanti e arriviamo al Rinascimento. Durante il Medioevo, infatti, la filosofia platonica e quella delle scuole che da essa erano nate finirono in buona parte nel dimenticatoio; il motivo di questa decadenza è da ricercarsi da una parte nella perdita di molti volumi (quasi tutte le opere di Platone erano sconosciute agli studiosi dei cosiddetti “secoli bui”), dall’altra nel diverso clima culturale, che era decisamente più favorevole ad Aristotele.

Furono gli umanisti prima e gli studiosi che si accalcavano alla corte medicea di Firenze poi a riscoprire il pensiero del grande filosofo ateniese, spesso mediato anche dall’interpretazione plotiniana. E uno dei primi a svolgere questo compito fu Giovanni Pico della Mirandola, piccolo sovrano modenese dalla grandissima cultura, divenuto fin da giovane celebre in tutta Europa per la sua conoscenza dei classici e delle lingue e per la sua memoria enciclopedica.

Morto improvvisamente ad appena 31 anni, a lui si devono una manciata di opere, le più famose delle quali sono L’essere e l’uno e, soprattutto, il De hominis dignitate.

Seguace di Marsilio Ficino, forse il primo vero neoplatonico rinascimentale, Pico centrò la sua riflessione sul ruolo dell’uomo nel creato, così importante in quell’epoca in cui gli esseri umani si riscoprivano degni di imparare, filosofare, osare.

Nel De hominis dignitate, composto nel 1486, il pensatore infatti sosteneva che l’uomo fosse l’unico essere del cosmo a non avere una natura predeterminata, a non essere né celeste né terreno, né mortale né immortale, e che fosse anzi egli stesso a «forgiare il proprio destino», scegliendo se vivere al livello degli angeli o delle bestie.

Parole che si riallacciano sicuramente alla filosofia platonica, in cui così importante è l’elevazione personale dell’individuo staccandosi dalle “catene” che ci legano alla mortalità e alle cose caduche, ma che colpirono nel segno anche nei confronti della mentalità rinascimentale, diventando quasi il manifesto di un’intera epoca.

 

Giordano Bruno

L’eretico più famoso della storia della filosofia

La celebre statua di Giordano Bruno a Campo de' Fiori, a Roma, luogo in cui fu arso vivoConcludiamo con il più originale dei pensatori neoplatonici, e con quello che – assieme ad Ipazia – sostenne il proprio amore per il libero pensiero fino alle più estreme conseguenze: Giordano Bruno.

Nato a Nola nel 1548, fu filosofo eclettico, perfettamente inquadrato nella sua epoca ma capace anche di immaginare realtà che sarebbero state comprese solo secoli dopo e di anticipare – lui che non era affatto uno specialista – alcune delle più importanti scoperte astronomiche dei decenni successivi.

Frate domenicano, iniziò ben presto a dimostrarsi insofferente nei confronti dei dogmi che gli imponeva la religione, come dimostrano vari fatti da lui stesso raccontati poi nelle deposizioni successive: in particolare, il primo grosso dubbio di fede che gli venne fu sulla Trinità, un dubbio prettamente neoplatonico visto che per lui la divinità non poteva essere trina ma doveva per forza di cose essere Uno, e manifestarsi semplicemente in tre modi diversi (uno dei quali, lo Spirito, poteva identificarsi come l’Anima del mondo dei neoplatonici).

In odor d’eresia, passò così la vita a spostarsi da una città all’altra, prima in Italia e poi all’estero, trovando spesso ospitalità grazie al fatto che era uno specialista dell’arte della memoria e che sapeva insegnarla a nobili curiosi.

Oltre alle dispute filosofiche e metafisiche, lo interessava il cosmo, e infatti fu il primo a teorizzare un universo infinito ed aperto, ma anche la possibilità dell’esistenza di altri mondi, cose che entravano prepotentemente in contrasto non solo con il sistema aristotelico-tolemaico ma anche con il sentire comune dell’epoca.

Infine, iniziò ad attaccare sempre più prepotentemente la Chiesa cattolica, elaborando una visione di Dio molto originale, un Dio che fosse contemporaneamente mens super omnia e insita omnibus, cioè trascendente e immanente, perché allo stesso tempo superiore e staccato dal mondo ma anche capace di plasmare la realtà da dentro.

Arrestato a Venezia a causa del tradimento di un nobile che l’aveva invitato in città e lo stava ospitando, venne estradato a Roma nel 1593 e più volte interrogato. Nel 1599 gli venne proposta un’abiura, in cui avrebbe rinnegato alcune sue tesi filosofiche ed elementi del copernicanesimo, sulla quale tentennò per qualche tempo.

Infine decise di non accettarla e per questo fu condannato al rogo, condanna a cui pare rispose con la frase: «Forse tremate più voi nel pronunciare contro di me questa sentenza che io nell’ascoltarla». Fu arso vivo a Campo de’ Fiori, a Roma, il 17 febbraio del 1600.

 

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