Cinque grandi film di Steven Spielberg

Steven Spielberg

Sia che lo adoriate visceralmente, sia che lo troviate insopportabile, non ci sono dubbi che Steven Spielberg sia stato uno dei più importanti registi degli ultimi trent’anni.

Da quando ha fatto la sua comparsa nel panorama cinematografico statunitense, sul finire degli anni ’70, i suoi film hanno infatti incassato svariati miliardi di dollari, all’inizio senza incontrare un favore particolare da parte dei critici, ma poi con sempre maggiori consensi, come dimostrano anche le statuette vinte agli Oscar.

E allora, visto che la carriera di Spielberg è ormai decennale, ricapitoliamola tramite una cinquina sui suoi cinque migliori film, cinquina che ovviamente accontenterà alcuni e scontenterà altri: ma, come al solito, ci sono a disposizione sempre i commenti per integrare ed ampliare la lista.

 

I predatori dell’arca perduta

La prima risalita dopo il flop

Partiamo dal 1981. Steven Spielberg, all’epoca, era una delle grandi promesse di Hollywood: aveva già realizzato blockbuster come Lo squalo e film apprezzati dalla critica come Duel e Incontri ravvicinati del terzo tipo, ma la sua ultima pellicola, 1941 – Allarme a Hollywood, si era rivelata un flop.

Bisognava quindi riprendere al più presto a fare incassi, e Spielberg riuscì a farlo subito alleandosi con quello che sarebbe diventato il suo principale socio d’affari, George Lucas: il regista di Star Wars affidò infatti all’amico la sceneggiatura de I predatori dell’arca perduta, primo capitolo di quella che sarebbe diventata una delle saghe di maggior successo della storia del cinema, quella di Indiana Jones.

Incontri ravvicinati del terzo
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Lo Squalo
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Duel
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Un James Bond pulp

Il film era un omaggio al cinema a basso costo e ai fumetti pulp di prima della guerra e degli anni ’50, che sia Lucas che Spielberg avevano adorato durante la loro infanzia; inoltre esaudiva l’antico desiderio del regista americano di dirigere un film “alla James Bond”, seppure ambientato in scenari completamente diversi.

Il successo fu clamoroso, sia grazie alla sapiente regia, che dimostrava che ormai Spielberg era il re della suspense, sia grazie all’azzeccata scelta di Harrison Ford, che Lucas non voleva – per paura di vederselo associato come suo attore feticcio dopo le apparizioni in Star Wars e American Graffiti – ma che divenne una scelta obbligata dopo il rifiuto di Tom Selleck, impegnato in Magnum, P.I.; inoltre, influenzò così tanto l’immaginario degli spettatori da potenziare e rivitalizzare un intero nuovo genere narrativo, quello dell’archeologia avventurosa, che da quel momento in poi è divenuto protagonista di film, fumetti, romanzi ed altro ancora.

 

E.T. l’extra-terrestre

Il film che commosse il mondo

Pian piano l’estetica e l’immaginario spielbergiano andavano definendosi. Certo, c’erano l’avventura e la suspense, ma il regista di Cincinnati non voleva limitarsi solo a quello: come già era emerso nelle prime prove dietro alla macchina da presa, amava raccontare storie legate all’infanzia, alla scoperta di nuovi mondi, ai sentimenti e ai legami che si vengono a creare tra persone di età diverse quando le circostanze le mettono l’una di fronte all’altra.

Proprio su questi elementi si basa anche E.T. l’extra-terrestre, uno dei più grandi successi sia di critica che di pubblico di tutta la carriera di Spielberg. Basato su un soggetto dello stesso regista, poi sceneggiato dalla fida collaboratrice Melissa Matheson (per vent’anni moglie proprio di Harrison Ford), il film raccontava con un andamento quasi disneyano l’incontro tra un bambino – evidente alter ego dello stesso Spielberg – e un piccolo extraterrestre perduto.

Anche in questo caso — e anzi più che non con tutti i film precedenti — gli incassi furono straordinari: E.T., pur senza attori di primo piano, superò i record fatti registrare pochi anni prima da Star Wars e stabilì un primato capace di resistere parecchi anni, prima di farsi superare di nuovo da un’altra pellicola di Spielberg che vedremo più avanti.

Il film che piacque all’ONU

Ma sono soprattutto gli attestati di appezzamento che giunsero da tutto il mondo a dare l’idea di quanto quella pellicola seppe smuovere le coscienze: il presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, e sua moglie Nancy si dissero commossi dopo la proiezione privata di E.T.; la principessa Diana scoppiò letteralmente in lacrime nel cinema in cui assistette all’anteprima; l’ONU premiò il regista con una medaglia della pace; ma più in generale con un solo film Spielberg riuscì a cambiare completamente l’immaginario collettivo sugli alieni, trasformandoli da pericolosa minaccia in possibili amici con cui collaborare e a cui poter volere persino bene.

 

Jurassic Park

Il successo coi dinosauri nell’anno d’oro 1993

Il 1993 fu un anno molto importante per Spielberg: ormai regista (e produttore) affermato, poteva tranquillamente scegliere i progetti a cui liberamente dedicarsi, senza l’assillo degli incassi né della critica.

C’era una cosa che però in realtà ancora gli mancava: non aveva mai vinto l’Oscar come miglior regista, cosa che – a giudicare dalle dichiarazioni che egli stesso fece qualche anno dopo — un poco gli pesava. Ma, appunto, il 1993 fu un anno che gli consentì di togliersi parecchie soddisfazioni.

Sì presentò nei cinema prima di tutto con Jurassic Park, pellicola che riprendeva il suo amore per l’avventura fine a se stessa e lo perfezionava a un livello tecnico mai visto prima. Tratto da un romanzo di Michael Crichton, il film si avvaleva degli effetti speciali della Industrial Light & Magic di George Lucas e, com’è noto, raccontava del fantascientifico progetto di realizzare un’isola nuovamente abitata da dinosauri.

Da E.R. ai dinosauri

Spielberg in realtà si accostò al progetto in maniera un po’ anomala: venne a conoscenza della trama del libro di Crichton ancora prima che fosse pubblicato, visto che in quel periodo lui e il romanziere stavano collaborando a quella che sarebbe poi divenuta la serie televisiva E.R.; quando Crichton tentò poi di piazzare la sua idea ad Hollywood, il regista si associò alla Universal e riuscì a battere la concorrenza delle altre case di produzione che si erano fatte avanti.

Ciononostante Spielberg non era inizialmente interessato a dirigere di persona l’opera, soprattutto perché dopo Hook aveva intenzione di dedicarsi a un progetto più intimo e drammatico che vedremo al prossimo punto della nostra cinquina. Fu però proprio la Universal a convincerlo a ritornare sui propri passi, e a farlo mettere subito al lavoro su questo blockbuster, ben sapendo che dopo un film drammatico come quello che aveva in programma (e che vedremo) sarebbe stato ben difficile mettere Spielberg al lavoro su un action movie.

 

Schindler’s List

Un viaggio all’interno del nazismo e dell’Olocausto

Il progetto di cui vi accennavamo prima – quello che Spielberg avrebbe voluto realizzare prima di Jurassic Park – e che non vi abbiamo voluto anticipare per non togliervi il gusto della sorpresa era Schindler’s List, una pellicola che, in quanto ad apprezzamento del pubblico e della critica, è riuscita ad eguagliare e forse addirittura superare gli encomi di E.T.

Il rifiuto di Scorsese e Polanski

Da tempo Spielberg accarezzava l’idea di un lungometraggio incentrato in qualche modo sull’Olocausto: d’altronde egli stesso era di origine ebraica e, pur essendo cresciuto negli Stati Uniti del dopoguerra, aveva spesso subito pregiudizi antisemiti nel corso della sua giovinezza. Per questo motivo la sceneggiatura — affidata a Steven Zaillian e tratta da un libro di Tommaso Keneally – era già pronta da tempo, ma Spielberg non se la sentiva di dirigere un film così delicato, e per questo contattò vari altri registi a cui offrire la pellicola, tra cui Martin Scorsese e Roman Polanski, che però rifiutarono per gli stessi motivi che avevano tenuto lontano Spielberg dalla regia.

Alla fine il produttore decise così di prendere in mano la situazione in prima persona e di girare il film quasi interamente in bianco e nero; anche per le parti dei protagonisti furono contattati vari attori prima di optare per Liam Neeson e Ralph Fiennes, entrambi all’epoca non di primissimo piano.

Il film fu un successo clamoroso che ripagò Spielberg anche di alcune amarezze subire un precedenza: agli Oscar si aggiudicò sette statuette, tra cui quella di miglior film e miglior regia; ma poi arrivarono pure tre Golden Globe, sei BAFTA e numerosi altri premi in giro per il mondo. Un successo anche economico, a cui Spielberg rispose rinunciando al proprio compenso personale in segno di rispetto verso le vittime dell’Olocausto e devolvendolo a una Fondazione, creata per l’occasione, che si occupa di preservare la memoria di quel tremendo periodo storico.

 

Salvate il soldato Ryan

La guerra come non la si era mai vista prima

Concludiamo con una pellicola che ha ormai più di 15 anni, ma che ci sembra essere ancora oggi l’ultimo grande film di Spielberg, a cui sono seguite varie produzioni interessanti ma non in grado di imporsi come dei classici: Salvate il soldato Ryan, datato 1998.

La pellicola – che fruttò a Spielberg il suo secondo Oscar come miglior regista – si concentrava sulla Seconda guerra mondiale, un altro dei temi più cari del cineasta, spesso sfiorato in molti suoi film precedenti ma mai affrontato di petto, seguendo cioè le vicissitudini delle truppe al fronte. Anzi, lo stesso Spielberg spiegò in alcune interviste che per anni aveva cercato una storia ambientata durante il grande conflitto tra angloamericani e nazisti che potesse riassumere tutti i valori e gli ideali che lui stesso vedeva in quell’evento bellico, e solo con quel copione propostogli da Tom Hanks l’aveva finalmente trovato.

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Band of Brothers e altri prodotti derivati

In particolare, sia il pubblico che la critica apprezzarono notevolmente la lunga sequenza iniziale, in cui si presentava lo sbarco in Normandia con un realismo e una cura nei dettagli che mai si erano viste prima sul grande schermo. Un’esperienza che non mancò di esaltare anche lo stesso Spielberg e Hanks, che immediatamente dopo questo film passarono a produrre insieme la premiatissima serie tv Band of Brothers, sempre dedicata alle truppe americane in Europa durante il secondo conflitto mondiale, e a rilanciare in grande stile pure i videogiochi di guerra che cercavano di riprendere il realismo della pellicola, come Medal of Honor, che fu prodotto e in parte sceneggiato proprio dallo stesso Spielberg.

 

Segna altri film di Steven Spielberg nei commenti.