Cinque grandi film sul rock

Cinque film sul rock

Il rock ‘n’ roll non è solo musica, non lo scopriamo certo noi. È qualcosa di più: è un’atmosfera, un mito, qualcuno potrebbe anche dire una condanna che investe sia i musicisti – che la musica la fanno –, sia i fan che quella musica la ascoltano. E ad alimentare questo mito non concorrono solo i dischi, che sono invece un tassello di un mosaico molto più ampio; al mito contribuiscono anche le riviste specializzate, gli stili di vita, i finali tragici e le relazioni sentimentali maledette.

E, diciamolo pure, anche i film, che a distanza di decenni corrono a celebrare il tal gruppo, a ricordare le varie parabole, a descrivere un’epoca musicale. Senza The Doors, il film di Oliver Stone, il mito di Jim Morrison sarebbe stato forse diverso; senza Tommy la parabola degli Who sarebbe stata meno intensa; senza la versione filmata di The Wall il disco dei Pink Floyd sarebbe stato completo solo a metà; senza This Is Spinal Tap, mockumentary molto più popolare nei paesi anglosassoni che da noi, le vite delle rockstar forse sarebbero guardate con maggior distacco.

Ma quali sono i più importanti film sul rock? Noi abbiamo provato a selezionarne cinque, operando scelte che a volte hanno lasciato l’amaro in bocca pure a noi, perché è ben difficile isolare solo cinque pellicole; ma abbiamo provato a dare spazio a diverse visioni, privilegiando alcuni film che magari si conoscono poco ma che, ci sembra, sono pienamente impregnati dello spirito e dell’epica del rock. Se a vostro avviso avessimo dimenticato qualcosa d’importante, comunicatecelo nei commenti.

 

Tutti per uno – A Hard Day’s Night

Il film dei Beatles che compie cinquant’anni

Sono passati appena pochi giorni – l’evento è stato celebrato tra il 9 e l’11 giugno scorsi – da quando A Hard Day’s Night (o Tutti per uno, com’era conosciuto in Italia all’epoca) ha fatto il suo ritorno nelle sale cinematografiche di mezzo mondo, restaurato e pronto per festeggiare il suo cinquantesimo anniversario: uscì infatti nel 1964, contribuendo a lanciare quel mito dei Beatles che in quei mesi era in feroce e inarrestabile ascesa.

Diretto da quel Richard Lester che avrebbe fatto carriera prima nelle commedie e poi in film d’azione (dirigendo ad esempio Superman II e Superman III), il film doveva nelle premesse essere una semplice pellicola promozionale per i Beatles, che a quel tempo stavano vivendo il loro periodo di massima popolarità in Gran Bretagna.

La bella sceneggiatura di Alun Owen, che aveva passato varie settimane assieme al quartetto di Liverpool per impararne la parlata e i modi, e le buone e autoironiche interpretazioni dei musicisti elevarono però la pellicola a un rango decisamente superiore, divertendo il pubblico delle fan ed esaltando i critici, che ancora oggi lo considerano uno dei film più riusciti dedicati al mondo della musica.

La trama, di per sé, è molto semplice: i Beatles partono in treno da Liverpool in direzione Londra per un importante concerto, ma già sul treno vengono sostanzialmente aggrediti dalle fan, che li costringono a nascondersi insieme al curioso nonno di Paul; arrivati nella capitale, poi, la situazione si ripete fino a quando Ringo, annoiato dalla lunga attesa prima del concerto e imbeccato ancora una volta dal nonno di McCartney, non decide di farsi un giretto per la città, scatenando il panico negli altri Beatle che non riescono a ritrovarlo. Alla fine il batterista, dopo mille disavventure, si ripresenta sul palco e il concerto può finalmente cominciare.

 

American Graffiti

Quando a George Lucas interessava il rock

Oggi George Lucas è considerato, probabilmente a ragione, il re della fantascienza cinematografica, ma pochi ricordano che gli inizi del regista californiano non lasciavano del tutto presagire una carriera del genere; è vero infatti che i suoi primi cortometraggi e pure il suo esordio in un lungometraggio erano a carattere fantascientifico, ma il suo primo film importante, nel 1973, fu ambientato non nel futuro ma nell’America del 1962, cioè di una decina d’anni prima.

Protagonisti di American Graffiti sono quattro ragazzi che passano una notte insieme prima che due di loro partano per il college: il primo, Steve (interpretato da Ron Howard), sembra in un primo tempo motivatissimo a lasciarsi dietro la cittadina, ma poi cambierà idea; il secondo, Curt (Richard Dreyfuss), pare invece non voler partire, ma alla fine deciderà di prendere l’aereo per la costa est.

Profondamente nostalgico, una sorta de I vitelloni all’americana, il film racconta la gioventù di Lucas – che nel ’62 aveva proprio diciott’anni e si accingeva a iniziare il college (che comunque avrebbe frequentato tra la natia Modesto e Los Angeles) – e quella dei cosiddetti baby boomer, cioè la generazione di americani nati durante o immediatamente dopo la Seconda guerra mondiale, cresciuti nel mito del rock’n’roll, delle corse automobilistiche, delle bande di strada, delle radio e del desiderio di qualcosa di più grande che si sarebbe sempre dovuto trovare altrove.

Il film, prodotto con un budget molto modesto, si rivelò un clamoroso campione di incassi, tanto che resta ancora oggi il maggior successo della storia del cinema in rapporto all’investimento, e fu trainato dall’ottima storia, da un cast di giovani promesse (oltre Dreyfuss e Howard, che poi sul filone nostalgico avrebbe costruito gran parte della sua carriera come attore, vi comparivano anche Harrison Ford e Suzanne Somers) ma anche da una calibrata colonna sonora che intervallava le scene del film con i successi dell’epoca, da Buddy Holly ai Beach Boys, da Chuck Berry ai Platters, da Fats Domino a Bill Haley and the Comets.

 

Quasi famosi

Cameron Crowe e il rock degli anni Settanta

Il film, però, che più di tutti entra nell’epopea del rock e riesce a raccontare quella che forse è stata la sua stagione più eroica e autodistruttiva è Quasi famosi, celebre pellicola del 2000 scritta e diretta da Cameron Crowe (basandosi sui suoi ricordi personali) della quale abbiamo purtroppo già dovuto parlare quando abbiamo ricordato le migliori interpretazioni di Philip Seymour Hoffman, grande attore da poco scomparso.

La pellicola infatti non racconta tanto le vite di giovani americani o inglesi che scandivano la loro esistenza con la musica rock, né il rapporto tra una band e i suoi scatenati fan nei primi anni Sessanta, quando sì le ragazze si strappavano i capelli ma certo non si facevano ancora di acido; no, Quasi famosi è un viaggio che esplora cosa voleva dire essere rock star, anche se non ancora pienamente “famose”, negli Stati Uniti degli anni Settanta.

Ambientato infatti nel 1973, racconta di come un timido adolescente venga ingaggiato da Rolling Stone per seguire per una settimana la band emergente degli Stillwater, coi quali però non riesce a mantenere il necessario distacco, entrando nelle dinamiche del gruppo e soprattutto innamorandosi della loro groupie numero uno, la giovane e praticamente coetanea Penny Lane, che però è protagonista di una vita familiare sostanzialmente allo sfacelo e di una tormentata relazione col chitarrista.

Dopo varie delusioni umane e professionali, il giovane alter ego di Crowe si ritrova davanti – grazie proprio a Penny Lane, che lo stesso giornalista ha aiutato ad uscire da un drammatico tentativo di suicidio – il chitarrista Russell, che finalmente gli concede l’agognata intervista che finirà su Rolling Stone.

 

Alta fedeltà

La musica vista dal punto di vista dei fan

La musica non è solo chi la fa e non è solo chi la ascolta; la musica è anche – o sarebbe meglio dire “era anche” – chi la vende. Forse i più giovani non l’hanno mai vissuto e non sanno di cosa stiamo parlando, ma c’è stato un tempo in cui la musica non solo si comprava tirando fuori dei soldi veri dalle proprie tasche, ma la si comprava entrando in negozi fisici chiamati negozi di dischi (perché sì, c’è stata anche un’epoca in cui la musica la si vendeva incisa su dei dischi), magari scambiando qualche parola col negoziante o con qualche altro avventore, consigliandosi un acquisto o raccontandosi della nuova band del momento. Oggi tutto questo, in larga parte, non esiste più o si è ridotto a un mercato di nicchia, di aficionados, ma sicuramente quella stagione è stata importante per ogni appassionato che si è trovato a viverla.

Il film che meglio racconta tutto questo, a nostro avviso, è probabilmente Alta fedeltà, pellicola uscita nel 2000 per la regia del bravo Stephen Frears (Le relazioni pericolose, Rischiose abitudini, The Queen e altro ancora) e tratta da un bel romanzo di Nick Hornby.

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Alta fedeltà
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Il film presenta Rob Gordon, proprietario di un negozio di dischi, che cerca di ricapitolare la sua vita e soprattutto i suoi rapporti fallimentari con le donne, barcamenandosi tra l’altro tra la sua attività commerciale e i suoi strampalati collaboratori, che periodicamente gli propongono di stilare delle classifiche (chiamate top five) su qualsiasi argomento, cioè più o meno di fare quello che facciamo anche noi tutti i giorni sul nostro sito con i nostri articoli.

La pellicola è divertente, sagace e ben interpretata – John Cusack, che tra l’altro ha collaborato alla sceneggiatura, è uno splendido protagonista, ma c’è anche un indimenticabile Jack Black – e soprattutto dipinge in maniera dissacrante la vita dei veri fan della musica pop.

 

School of Rock

L’importanza di avere un maestro come Jack Black

Se, come avete d’altronde visto nel filmato qui sopra, Jack Black già nel 2000 si dimostrava uno degli interpreti più “rock” del cinema hollywoodiano, la sua fama è stata pienamente confermata nel 2003 con School of Rock, una commedia che gioca tutte le sue carte proprio sulla storia di questo genere musicale.

La storia infatti si concentra su uno squattrinato musicista che, per un equivoco, inizia ad insegnare in una scuola elementare come supplente, senza metterci particolare impegno; la scoperta del fatto che i suoi ragazzi sembrino avere però un certo talento musicale lo porta a dare lezioni di rock ai suoi giovani allievi, insegnando loro i cardini di ogni genere e trasmettendo una buona dose di passione.

L’obiettivo è quello di far gareggiare i ragazzi a un concorso cittadino in cui si esibirà anche l’ex band del professore, e, tra mille incidenti e chiarimenti, i ragazzi riusciranno ad esaltare il pubblico suonando It’s a Long Way to the Top (If You Wanna Rock ‘n’ Roll) degli AC/DC, facendo anche dimenticare le perplessità di molti genitori e della severa preside della scuola.

Jack Black, molto apprezzato per la sua convincente e complessa interpretazione (pur essendo una commedia leggera, doveva dimostrare importanti doti canore e non eccedere nella caricatura del personaggio), d’altronde non è solo un attore, ma anche un musicista: in quegli stessi anni, infatti, usciva il primo album dei Tenacious D, la band che Black forma assieme all’amico Kyle Gass, divenuta famosa grazie a una serie sulla HBO e poi protagonista a sua volta, nel 2007, di un’intera pellicola cinematografica, Tenacious D e il destino del rock, scritta e interpretata dal duo.

 

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