Cinque grandi filosofi francesi contemporanei

Claude Lévi-Strauss, uno degli intellettuali francesi più importanti del Novecento

Forse non può essere definita la patria della filosofia moderna, perché il titolo può esserle conteso dalla Gran Bretagna e dalla Germania, ma di sicuro la Francia è uno dei paesi più “filosofici” della cara e vecchia Europa. Nelle sue università e sulle sue riviste sono nate alcune delle correnti più importanti della storia del pensiero, dall’Illuminismo al Positivismo. E anche nel Novecento i suoi autori hanno saputo influenzare le tendenze non solo accademiche, riscuotendo, in particolare con gli esistenzialisti, un grande successo anche tra il grande pubblico.

Ma oggi, come sta la filosofia francese? Guida ancora il pensiero europeo? Per certi versi sì, anche se è sempre difficile giudicare il pensiero contemporaneo, perché ciò che può aver successo oggi può facilmente venir dimenticato domani. Di sicuro, negli ultimi venti o trent’anni la Francia ha comunque continuato a dare il suo contributo al dibattito pubblico, su vari temi. E, d’altronde, la sua esposizione culturale – così sospesa tra modernità e tradizione – l’ha spesso messa al centro del confronto filosofico e politico.


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Il fatto è che molti dei grandi del Novecento sono però scomparsi da parecchi anni. Sartre e Barthes sono morti nel 1980, Foucault nel 1984, la de Beauvoir nel 1986, Althusser nel 1990, Deleuze e Lévinas nel 1995. Chi ne ha raccolto l’eredità? Chi ha tenuto alto l’onore dei filosofi francesi, arrivando quantomeno ad esprimersi anche nel nuovo millennio? Abbiamo selezionato vari filosofi che, purtroppo, sono attualmente tutti morti, ma che hanno vissuto almeno per qualche anno nel ventunesimo secolo. Ecco i più importanti, in ordine di nascita ed, eventualmente, di morte.

 

Claude Lévi-Strauss

Antropologia e strutturalismo

Claude Lévi-Strauss, uno degli intellettuali francesi più importanti del NovecentoIniziamo da un autore che non è propriamente un filosofo e che, soprattutto è più legato al ventesimo che al ventunesimo secolo. Claude Lévi-Strauss nacque infatti a Bruxelles nel 1908 e fu una delle figure di riferimento della cultura francese del Novecento. È però scomparso, molto anziano, nel 2009 a Parigi, e questo ci permette di includerlo a tutto diritto nella nostra lista.

Di origine ebraica, cresciuto a Parigi, Lévi-Strauss si laureò in filosofia alla Sorbona e cominciò a lavorare come insegnante in un liceo di provincia. La sua voglia di concretezza lo spinse a rifiutare le tendenze idealistiche che si stavano imponendo in Francia in quel periodo, e ad avvicinarsi a varie scienze umane. Si mise perciò a studiare sociologia ed etnologia, fino a quando nel 1935 non gli fu offerta una cattedra in Brasile, che accettò.

Nel paese sudamericano ebbe modo di entrare in contatto diretto con le tribù che vivevano nell’entroterra, studiandone usi e costumi. Dopo una breve tappa in Francia fuggì negli Stati Uniti, dove poté riflettere sulle ricerche effettuato ed elaborare un metodo che denominò “strutturalista”. Ritornato in Francia nel dopoguerra, incontrò un crescente successo grazie alle sue ricerche antropologiche. In particolare, fecero epoca le sue descrizioni della vita ai tropici e dei rapporti familiari.

Negli anni ’60 la sua riflessione, però, si fece più filosofica che antropologica, soprattutto perché le sue teorie iniziarono a mancare di riscontri scientifici. In particolare, egli cercò di applicare lo strutturalismo di Ferdinand de Saussure in campo antropologico, sostenendo che esistevano delle costanti comuni a tutte le culture, che andavano indagate nelle loro strutture. Una di queste, forse la più famosa, era la proibizione dell’incesto, un tabù che per Lévi-Strauss era alla base dell’uscita dallo stato di natura e della nascita di una prima forma di società.

 

Paul Ricœur

Tra sospetto e ascolto

Paul RicœurPaul Ricœur, il secondo filosofo della nostra lista, dello strutturalismo è stato invece un fiero avversario, proponendo una visione fondamentalmente influenzata dalla fenomenologia. Nato nel 1913 a Valence, nella parte centro-meridionale del paese, perse la madre dopo pochi mesi, mentre il padre scomparve nelle trincee della Prima guerra mondiale. Crebbe pertanto a Rennes, affidato ai nonni e a una zia. Si appassionò precocemente alla filosofia e riuscì a laurearsi alla Sorbona nel 1935.

Durante la Seconda guerra mondiale fu catturato dai tedeschi e nel campo di prigionia cominciò ad avvicinarsi alla filosofia di Husserl, traducendolo direttamente dal tedesco. Nel dopoguerra ottenne il primo incarico di insegnamento a Strasburgo, per poi tornare alla Sorbona. Il suo interesse, in questi anni, si spostò dalla fenomenologia all’ermeneutica, cercando di applicare le idee di Husserl nell’ambito delle scienze umane e sociali. Al centro della sua riflessione c’era infatti il problema del senso, che secondo lui si poteva cogliere solo riscoprendo il ruolo del soggetto.

Centrale divenne pertanto l’ermeneutica, vista come volontà di sospetto e volontà di ascolto. Questa, a suo modo di vedere, era la tensione tipica della modernità, in cui i sistemi di valore venivano messi in discussione ma allo stesso tempo ascoltati e interpretati. Celebre, in questo senso, la sua definizione di Marx, di Nietzsche e di Freud come i “maestri del sospetto”, cioè i filosofi che per primi hanno fatto crollare la fede nelle grandi certezze.

Il filosofo francese – che finì anche per diventare rettore dell’Università di Nanterre e per insegnare a Chicago – si è interessato anche di teologia protestante, morale cristiana e logica. Alla fine degli anni ’70, infine, diresse una grande indagine dell’UNESCO sulla filosofia nel mondo.

 

Jean Baudrillard

Dal consumismo all’iperrealtà

Jean Baudrillard, studioso della società consumistaMolto più contemporaneo può essere invece considerato Jean Baudrillard. Da un lato, perché nato in tempi più recenti rispetto a Lévi-Strauss e Ricœur, e cioè nel 1929 (a Reims). Dall’altro, perché l’oggetto del suo interesse è stata la società come si è venuta delineando dagli anni ’50 e, ancor meglio, ’60 del Novecento, cioè la società dei consumi, della quale è stato uno dei teorici più attenti.

Studiò anch’egli alla Sorbona, avvicinandosi già dai tempi del liceo alla patafisica, la corrente artistica creata con fini ironici e assurdi da Alfred Jarry a cavallo tra ‘800 e ‘900. Nei primi anni ’60 lavorò quindi come insegnante liceale, non però di filosofia quanto piuttosto di lingua e letteratura tedesca, che aveva studiato con grande passione. Risalgono a questi anni gli studi delle opere e dei sistemi filosofici di Bertolt Brecht, Karl Marx e Friedrich Engels.


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A partire dalla fine degli anni ’60, però, propose una revisione del pensiero marxiano, ritenuto non più adatto per descrivere la realtà contemporanea. Baudrillard notò infatti che al centro del capitalismo non c’era tanto la produzione, quanto il consumo. E che anzi quest’ultimo precedesse l’altra, perché i bisogni – spesso ideologicamente predeterminati – stanno a monte rispetto alla produzione. Questo ovviamente ridisegnava tutto il sistema, un sistema in cui al centro non c’era più il lavoratore ma il consumatore.

Inoltre, e come conseguenza di quest’analisi economica, nell’ultima parte della sua vita Baudrillard si è concentrato sulla virtualità e sui simulacri, che tendono a sostituire la realtà con una sorta di iperrealtà, cancellando gli aspetti concreti del reale. Una teoria che ha trovato un’apparente conferma soprattutto negli anni ’90, con la spettacolarizzazione delle guerre e dei processi penali (come quello di O.J. Simpson).

 

Pierre Bourdieu

Le classi sociali e l’habitus

Pierre BourdieuSociologo per formazione e tutto sommato per interessi fu anche Pierre Bourdieu, nato nel 1930 nella zona dei Pirenei e scomparso nel 2002. Dopo aver studiato all’École Normale Supérieure di Parigi, prestò servizio militare in Algeria, fermandosi nella colonia francese anche negli anni successivi come assistente universitario. Tornato in patria, bruciò rapidamente le tappe della carriera accademica, ottenendo le prime cattedre attorno a metà anni ’60.

Quando la contestazione studentesca prese piede, il suo pensiero – influenzato sia dallo strutturalismo che dal marxismo – iniziò ad imporsi, anche perché gli studenti vi trovavano, teorizzate, molte delle loro rivendicazioni. Particolarmente rilevante fu, in quel periodo, la sua analisi dei processi culturali. Secondo lui la scuola francese, ma più in generale il modello scolastico occidentale, non aveva come reale scopo la mobilità sociale e la selezione degli individui migliori, ma il rafforzamento del potere di una determinata classe.


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L’educazione, infatti, per lui tendeva ad inculcare degli habitus, cioè un determinato modo di rapportarsi con la cultura, il modo tipico della borghesia. Questo discorso gli servì per introdurre il concetto di “violenza simbolica”, per il quale è ancora oggi particolarmente rilevante nel campo della sociologia. Una violenza non imposta tramite un’azione fisica, ma tramite l’imposizione di una determinata visione del mondo.

Inoltre sono celebri le sue prese di posizione a favore del popolo algerino, che ben conosceva, delle lotte sindacali dell’est Europa e delle proteste giovanili anche successive. Infine, ha studiato anche le caratteristiche del predominio maschile sulle donne e soprattutto le logiche delle classi sociali. Esse, infatti, sono distinte dal possesso non tanto (o non solo) del capitale economico individuato da Marx, ma anche dall’accesso al capitale sociale (le “reti”), al capitale culturale (in cui rientra il gusto, così importante nel pensiero di Bourdieu) e al capitale simbolico (i simboli di legittimazione).

 

Jacques Derrida

Il padre della decostruzione

Jacques Derrida, il più famoso dei filosofi francesi contemporaneiConcludiamo con quello che probabilmente è stato il filosofo francese più noto e importante dell’ultimo trentennio, Jacques Derrida. Nato nel 1930 in Algeria da una famiglia ebrea, si diplomò nel 1948 non dopo aver avuto parecchi problemi scolastici ed essere stato addirittura bocciato. Tutto cambiò quando scoprì la filosofia, prima tramite la mediazione degli esistenzialisti.

A Parigi, dove si trasferì nel 1949, riuscì ad entrare (al terzo tentativo) all’École Normale Supérieure, dove fu allievo di Althusser e Foucault. A partire dai primi anni ’60 cominciò poi a riscuotere particolare successo in prima persona, grazie a una serie di conferenze che tenne in Europa e in America. Un successo non privo, però, di contestazione, soprattutto da parte della scuola analitica britannica, con cui gli scontri furono frequenti.

Alla base del pensiero del filosofo francese c’era il concetto di decostruzione, che ebbe una grande influenza negli anni successivi anche in campi ben distanti dalla filosofia. Partendo da Husserl ed Heidegger, che Derrida considerava suoi maestri, il filosofo sviluppò e portò alle estreme conseguenze il concetto di ermeneutica. La decostruzione, in concreto, non è altro che una pratica per distruggere i testi della tradizione filosofica, o meglio rivelarne l’annullamento reciproco.

In questo, Derrida è una sorta di anti-filosofo, o un filosofo in senso nietzschiano. Perché il suo scopo è distruggere la filosofia, mostrando il carattere di “presenza differita” dei suoi testi fondamentali, di presenza-assenza dell’essere, che si aliena e si mostra allo stesso tempo. Una decostruzione che non si limita però solo al linguaggio o alla filosofia, ma abbraccia anche i campi del vivere comune e della politica, a cui Derrida rivolse la sua attenzione soprattutto nell’ultima parte della sua vita.

 

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