Cinque grandi pittori francesi dell’800

Bal au moulin de la Galette di Renoir, uno dei più grandi pittori francesi dell'800

L’arte vive di stili, di tendenze, di influenze reciproche. Tutta la storia dell’arte, a ben guardare, non è infatti tanto l’unione di singoli talenti, ma il procedere di correnti, che vengono sì arricchite dai singoli, ma hanno una loro ragion d’essere che va ben oltre il tal pittore o la tal pittrice.

D’altro canto, ogni maestro fa scuola, e nel campo della creazione, come hanno sostenuto in molti, spesso si ruba e si rielabora e non si crea niente dal nulla.

Così, se vogliamo soffermarci su un momento storico preciso e su una precisa area geografica, non è difficile imbattersi in artisti capaci di dare il via a un nuovo modo di intendere la pittura e di influenzarsi l’uno con l’altro.

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L’Italia del Rinascimento, la Germania del romanticismo, la Francia degli impressionisti, la Parigi delle avanguardie di inizio ‘900. Ognuno dei filoni principali è contrassegnato da coordinate molto chiare.

Impressionisti e non solo

Oggi vogliamo concentrarci sulla Francia del XIX secolo, una terra che in quei cento anni fu protagonista della scena artistica mondiale. Durante il romanticismo, forse, non vide i suoi artisti esprimersi ai massimi livelli, a causa anche della perdurante influenza del neoclassicismo. I movimenti successivi, però, nacquero e si svilupparono proprio in Francia, spesso a Parigi.

Pensiamo, solo per rimanere nell’ambito più famoso, al successo rivoluzionario dell’Impressionismo, capace di sovvertire completamente i canoni artistici.

Quali furono, però, i cinque pittori più rappresentativi dell’Ottocento francese? Per rispondere a questa domanda abbiamo operato una selezione difficile ed estrema, che ci ha portato purtroppo a lasciare fuori pezzi da novanta come Édouard Manet, Jean-Auguste Dominique Ingres, Henri de Toulouse-Lautrec, Camille Pissarro e altri.

Ma, ci pare, i cinque che abbiamo scelto non si potevano proprio escludere dalla cinquina.

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1. Edgar Degas

Iniziamo, seguendo il criterio dell’anzianità, con un impressionista sui generis come Edgar Degas.

Nato a Parigi nel 1834, il pittore è solitamente associato alla corrente dell’Impressionismo, anche se il suo uso della luce non era estremo come quello dei suoi colleghi. I suoi soggetti, inoltre, erano spesso rappresentati all’interno di ambienti chiusi e non en plein air.

I primi anni della sua carriera, d’altronde, furono caratterizzati dalla sperimentazione di diversi generi. Passò in rapida successione dalla natura morta al ritratto, dal quadro storico alle immagini di cavalli.

Il soggetto principale divennero però presto le ballerine, i caffè e la vita quotidiana di Parigi. A partire dalla metà degli anni ’70 dell’Ottocento, comunque, cominciò a ritrarre – con nuove tecniche, influenzato dagli altri impressionisti – anche le classi più umili, come le stiratrici e le modiste. E a mostrare grandi doti di indagine psicologica.

Impressionista sì, ma fino ad un certo punto

Mescolando realismo ed impressionismo [1], rimase sempre fedele alla figura femminile e alle sue forme. È stato però spesso accusato di misoginia per lo sguardo disincantato con cui le rappresentava.

Interessante anche la sua produzione come scultore, dove tornarono quasi sempre i temi legati alla danza. Alla fine della sua vita, si stimò che più della metà delle sue opere – tra pittura e scultura – fosse dedicata a ballerine.

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2. Paul Cézanne

Nacque invece nella parte più meridionale della Francia, cinque anni dopo Degas, il secondo pittore della nostra cinquina, Paul Cézanne.

Un artista che visse appieno il periodo di grande successo dell’Impressionismo, che gli fu tutto sommato vicino e che almeno all’inizio espose spesso le sue opere assieme ai maestri di questa corrente. Un artista che però, in ultima istanza, rimase in fondo estraneo ad essa. Non a caso, oggi è perlopiù annoverato tra i post-impressionisti.

La percezione della coscienza riportata su tela

La sua pittura, pur lavorando sui colori e sul tentativo di far vibrare la luce, era anche ispirata ai classici che aveva a lungo studiato al Louvre. In particolare a El Greco, che su di lui aveva avuto un’influenza profonda.

La sua pittura si basava su piccole pennellate, ripetute ossessivamente sulla tela fino a dare vita a forme complesse. Questo stile così facilmente riconoscibile gli consentiva anche di studiare approfonditamente i suoi soggetti.

Cézanne stesso definiva la sua arte una sorta di nuovo classicismo. Uno stile non volto – come il neoclassicismo – a imitare gli antichi ma a ricreare il mondo nella propria coscienza. Diventava fondamentale, così, la percezione, mentre la pittura si trasformava in una sorta di letteratura figurata.

E d’altronde di letteratura Cézanne se ne intendeva parecchio. Suo compagno di liceo ad Aix-en-Provence e poi amico di una vita era stato infatti Émile Zola, il celebre scrittore esponente del Naturalismo francese. Ma la sua influenza sul mondo culturale francese fu ampia. Non è un caso che sia Matisse che i Picasso, i due grandi del ‘900, lo abbiano definito «il padre di tutti noi».

 

3. Claude Monet

Dopo due artisti che costeggiarono l’Impressionismo, aderendovi solo in parte o per nulla, arriviamo a un pittore che invece di quel movimento fu protagonista: Claude Monet.

Nato a Parigi nel 1840 ma cresciuto a Le Havre, Monet scoprì nella provincia, grazie all’insegnamento di Eugène Boudin, l’amore per la pittura en plein air. Un amore che avrebbe contraddistinto tutta la sua arte.

Il padre dell’Impressionismo

Dopo essersi trasferito di nuovo a Parigi per studiare, iniziò a frequentare altri giovani pittori come Pissarro. Qui sviluppò anche le linee generali di quello che sarebbe divenuto l’Impressionismo, di cui è considerato il padre. D’altronde, lo stesso nome del movimento deriva da un suo quadro, Impressione, levar del sole, esposto nel 1874.

Certo, gli inizi non furono facili. Senza l’appoggio economico del padre, col quale aveva litigato, e incompreso nella sua arte così antiaccademica, arrivò più volte a spostarsi per sfuggire ai creditori. E a tentare anche il suicidio.

La guerra con la Prussia e la fuga a Londra per evitare il servizio militare gli consentirono di conoscere l’opera di Constable e Turner. Questi due maestri assestarono l’ultima decisiva influenza sulla sua pittura.

Da lì in poi, e per tutti gli anni ’70, Monet sfornò un capolavoro dietro l’altro. Ridefinì così il ruolo della luce in pittura, studiandone tutti gli effetti anche a diverse ore del giorno.

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Nel decennio successivo spinse ancora più in là la sua arte, mentre arrivavano finalmente i riconoscimenti ufficiali. Grazie al denaro finalmente messo da parte, poté acquistare una grande proprietà a Giverny, in Normandia.

Lì dipinse incessantemente le ninfee del suo laghetto, che sorgeva all’interno di un giardino giapponese. Le ritrasse in mille modi, in quadri via via sempre più grandi che oggi rappresentano uno dei marchi di fabbrica del suo stile. Morì, proprio in quella casa, nel 1926.

 

4. Pierre-Auguste Renoir

Altro grande esponente dell’Impressionismo fu Pierre-Auguste Renoir, uno dei primissimi aderenti alla corrente, anche se più giovane di Monet. Nato a Limoges nel 1841, crebbe a Parigi, allevato da una famiglia piuttosto umile.

Il suo talento naturale gli permise però di avvicinarsi fin da subito agli altri giovani e promettenti pittori che studiavano e si formavano nella capitale francese. Così, alla prima esposizione impressionista del 1874 – quella presso lo studio del fotografo Nadar – lui era presente. E le sue opere già parlavano in maniera particolarmente potente.

Lo specialista dei giochi di luce e di ombra

I suoi soggetti prediletti erano due: da un lato i nudi, dall’altro i giovani alle feste e ai balli. Nel primo caso, la sua modella preferita era Aline Victorine Charigot, che sarebbe poi diventata sua moglie. D’altronde, il suo talento nel rappresentare il corpo femminile lo rende uno dei maestri dell’eros artistico di ogni epoca.

Nel secondo caso, quello delle feste, il soggetto gli consentiva di sfruttare al massimo i giochi di luce e di ombra che gli ombrelloni e gli alberi generavano. Creava così sui suoi quadri degli effetti che pochi altri riuscivano a replicare.

Dopo le difficoltà economiche che anche lui visse negli anni ’70, nel decennio successivo arrivò il successo, poi coronato anche da riconoscimenti ufficiali. Passò gli ultimi anni della sua vita nel sud della Francia a causa dell’artrite reumatoide. Morì nel 1919 in Provenza.

È infine ricordato anche per i suoi eredi. Il suo figlio primogenito, Pierre, divenne attore [2]. Il secondo, Jean, divenne uno dei più importanti registi della storia del cinema francese [3]. Infine fu nonno di Claude Renoir, importante direttore della fotografia.

 

5. Paul Gauguin

Concludiamo con Paul Gauguin, un pittore che – pur formatosi nell’epoca del trionfo dell’Impressionismo – seppe superarlo. E che aprì la strada ai nuovi scenari che la pittura non solo francese avrebbe approfondito nel ‘900.

Un artista errabondo

Nato a Parigi nel 1848, ebbe un’infanzia particolarmente avventurosa. I suoi genitori e i suoi nonni erano infatti intellettuali liberali e in parte libertini. Lui così, pur rimasto prematuramente orfano di padre, poté crescere tra la Francia e il Perù.

Dopo qualche anno nella marina militare, iniziò a dipingere da autodidatta solo a 23 anni, pur non mettendo fine alla sua vita errabonda. Si sposò addirittura con una donna danese che seguì a Copenaghen, salvo ritornare in Francia poco dopo.

Dall’Impressionismo al cloisonnisme

Aderì quindi per qualche anno all’Impressionismo, producendo dipinti di buona fattura. Dopo un altro viaggio, questa volta in Centro America, conobbe il giovane Vincent van Gogh, col quale strinse amicizia.

Iniziò in questo periodo a cercare delle forme nuove, trascurando gli effetti della luce. Produsse anzi colori piatti che anticipavano le ricerche dei fauves. Rinunciò inoltre alla prospettiva e cominciò a mostrare sempre più insofferenza rispetto alla Francia e all’Europa.

Nacque così un nuovo stile, chiamato cloisonnisme, che influenzò anche van Gogh, almeno fino alla definitiva rottura tra i due. Uno stile che fu poco apprezzato durante la vita di Gauguin, ma che sarebbe stato rivalutato dopo la sua morte [4].

Nel 1891 Gauguin arrivò per la prima volta a Tahiti, ritornandovi poi qualche tempo dopo e passandovi tutti gli ultimi anni della sua vita. Lì avrebbe cercato di raggiungere, nei suoi dipinti, l’equilibrio con la natura tipico di quelle popolazioni.

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Note e approfondimenti

[1] Egli stesso non amava essere definito impressionista, e preferiva l’appellativo di realista.
[2] Fu, tra le altre cose, il primo a impersonare il commissario Maigret.
[3] Molto apprezzato dai giovani della Nouvelle Vague, che lo consideravano il loro maestro, è artefice di capolavori come La cagna e La grande illusione.
[4] Anche nel suo caso, sono famosi gli apprezzamenti di Matisse e di Picasso.

 

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