Cinque grandi scrittori giapponesi contemporanei

Viaggio alla scoperta di cinque grandi scrittori giapponesi contemporanei (foto di Alexandre Boue via Wikimedia Commons)
Viaggio alla scoperta di cinque grandi scrittori giapponesi contemporanei (foto di Alexandre Boue via Wikimedia Commons)

Quando si studiano la filosofia, la poesie e la storia dell’arte dell’Ottocento e del primo Novecento, un certo spazio viene lasciato alle cosiddette giapponeserie, cioè alle importazioni ed influenze nipponiche che iniziarono a comparire nelle case, nelle librerie e negli stessi lavori dei grandi autori. Di colpo, si trattasse di Schopenhauer, van Gogh o Ungaretti, mezza Europa sembrava affascinata dall’Oriente e dal suo stile di vita, che veniva scoperto praticamente per la prima volta.

Qualcosa del genere – anche se a tinte decisamente più pop – è avvenuto nell’ultimo trentennio, quando soprattutto lo storytelling nipponico ha invaso ed influenzato enormemente l’Occidente, prima a livello popolare tramite i cartoni animati (gli anime), poi anche attraverso i fumetti (i manga) e la letteratura, sia quella commerciale che quella più elevata e ricercata.

Dopo aver presentato in passato un po’ degli uni e degli altri, oggi vorremmo parlarvi dei libri orientali che sempre più spesso affollano i nostri scaffali: la prima invasione arrivò alla fine degli anni Ottanta col successo di Banana Yoshimoto, mentre lo scorso decennio – e anche questi stessi mesi – sono stati caratterizzati dal successo di Haruki Murakami; ma, oltre a loro, quali sono i più interessanti scrittori giapponesi contemporanei? Scopriamolo insieme.

 

Kenzaburō Ōe

L’esistenzialismo in Giappone dagli anni Sessanta ad oggi

Kenzaburō Ōe (foto di Hpschaefer via Wikimedia Commons)

Due sono stati i grandi scrittori giapponesi che emersero immediatamente dopo la fine della Seconda guerra mondiale: da un lato Yasunari Kawabata, il primo vincitore di premio Nobel per la letteratura nipponico, dall’altro il suo amico Yukio Mishima, morto suicida.

Tutti e due se ne andarono nel giro di pochi mesi, tra il 1970 e il 1972, in un momento in cui il Giappone, per quanto sempre più progredito tecnologicamente, era ancora molto distante dall’Occidente in termini di mentalità e conoscenze; alla loro scomparsa, la palma di narratore più importante del paese venne raccolta probabilmente da Kenzaburō Ōe, che non a caso è stato l’unico altro scrittore oltre a Kawabata, almeno finora, ad aver raggiunto gli onori del Nobel, nel 1994.

Nato nel 1935 nel sud del paese, si appassionò fin da giovane ai libri europei, tanto che a Tokyo si laureò in letteratura francese con una tesi su Jean-Paul Sartre, avvicinandosi immediatamente all’esistenzialismo, dal quale sarebbe stato influenzato per tutta la vita.

L’esordio letterario avvenne alla fine degli anni Cinquanta con alcuni racconti, ma fu soprattutto la nascita del suo primo figlio, Hikari, avvenuta nel 1963, a cambiargli la vita sia come uomo che come scrittore: il bambino, infatti, nacque affetto da una lesione cerebrale piuttosto grave che costrinse lo scrittore a fare i conti sia con le difficoltà dell’essere padre di un portatore d’handicap, sia con i pregiudizi della società giapponese.

Il primo libro a trattare la questione fu Un’esperienza personale, uscito nel 1964 e tradotto in italiano da Corbaccio, anche se il tema ritornò pure in molti libri successivi. Mentre il figlio è riuscito, nel corso degli anni, a diventare un apprezzato compositore, Ōe ha continuato a scrivere, riscontrando particolare successo anche con Insegnaci a superare la nostra pazzia, in cui sono raccolti i suoi primi romanzi brevi, Note su Hiroshima, in cui racconta le sue frequenti visite alla città bombardata nel corso degli anni Sessanta, e il recente Il bambino scambiato.

 

Haruki Murakami

Il prossimo giapponese a vincere il Nobel?

Haruki Murakami nel 1982
Haruki Murakami nel 1982

Se un vincitore di premio Nobel per la letteratura l’abbiamo appena visto e l’altro l’abbiamo citato in apertura, quello che forse sarà il terzo scrittore nipponico a raggiungere questa onorificenza è probabilmente Haruki Murakami, un romanziere che soprattutto negli ultimi quindici anni ha visto le sue quotazioni crescere esponenzialmente sia in madrepatria, sia soprattutto all’estero e pure in Italia, dove anzi i suoi ultimi libri hanno venduto moltissimo e acceso interessanti dibattiti.

D’altro canto, anche per formazione personale Murakami è stato forse il primo a mescolare con tale sapienza elementi della cultura nipponica con quelli del mondo occidentale, da lui amato e studiato prima tramite la musica e poi attraverso la letteratura, subendo profonde influenze da Franz Kafka, Raymond Carver, J.D. Salinger e molti altri scrittori del Novecento.

Girovago fin da bambino, Haruki Murakami è nato a Kyoto nel 1949 ma gli anni della formazione li ha passati tra Kobe e Tokyo, dove si sposò prima ancora di laurearsi in letteratura (con una tesi sul cinema americano), seguendo le orme di entrambi i genitori, professori di letteratura al liceo.

Il suo primo lavoro serio, però, ebbe poco a che fare coi libri: dopo varie esperienze in una emittente televisiva, in un negozio di dischi e in una caffetteria, decise di aprire assieme alla moglie un jazz bar, battezzato Peter Cat, dal nome di un suo vecchio animale domestico.

Fu anzi proprio quest’esperienza di costante incontro con le persone che lo spinse a trovare l’ispirazione per il suo primo libro, Ascolta la canzone nel vento, che apriva la cosiddetta trilogia del Ratto e che fu pubblicato nel 1979; il grande successo anche fuori dal Giappone arrivò però anni dopo, prima con Nel segno della pecora e poi soprattutto con Norwegian Wood. Tokyo blues, vero caso letterario incentrato sulle dolorose scoperte dell’adolescenza.

Da allora il percorso di Murakami è stato letteralmente in discesa: ha dedicato qualche volume al suo Giappone e soprattutto alle sue passioni (è il caso di L’arte di correre, ad esempio), ma soprattutto ha convinto sempre di più delle sue abilità di scrittore con romanzi basati sull’incontro tra persone diverse come Kafka sulla spiaggia e soprattutto il recente 1Q84, probabilmente il romanzo più discusso degli ultimi anni.

 

Natsuo Kirino

La giallista invisa ai media tradizionalisti

Copertina di Le quattro casalinghe di Tokyo, forse il libro più celebre di Natsuo Kirino
Copertina di Le quattro casalinghe di Tokyo, forse il libro più celebre di Natsuo Kirino

Legata più a una narrativa di genere è invece la carriera di Natsuo Kirino, nome d’arte dietro cui si nasconde Mariko Hashioka, una delle gialliste più importanti del paese del Sol Levante e capofila di quel movimento di scrittrici di detective fiction che è emerso con prepotenza negli ultimi anni in Giappone.

Nata nel 1951, figlia di un architetto, ha vissuto per vari anni in diverse città giapponesi, prima di stabilirsi a Tokyo, dove si è sposata nel 1975 e ha avuto una figlia nel 1981, cambiando però vari lavori, incapace di decidere quale fosse il più adatto a lei.

Solo negli anni ’80 decise di frequentare dei corsi di scrittura e così nel 1993, a quarantadue anni, riuscì a pubblicare il primo romanzo, inedito in Italia; il successo internazionale arrivò però nel 1997, con Out (in italiano tradotto come Le quattro casalinghe di Tokyo da Neri Pozza), capace di aggiudicarsi il più prestigioso premio giapponese riservato ai gialli – il Mystery Writers of Japan Award – e di arrivare in finale all’americano Edgar Award.

Il successo, però, ha portato anche le polemiche: per il ruolo della donna nei suoi romanzi, che finisce spesso e volentieri per uccidere il proprio uomo, è stata spesso attaccata dai media più tradizionalisti, che si sono a volte rifiutati di intervistarla e hanno affermato che le donne dovrebbero scrivere solo storie d’amore; forse anche per questo la Kirino è diventata suo malgrado quasi un’icona del nuovo femminismo letterario nipponico.

Il successo è continuato anche coi romanzi successivi, soprattutto Morbide guance e i recenti Grotesque e Real World; il suo stile, influenzato dal giallo hard-boiled americano ma anche da elementi horror, mantiene comunque un livello alto di empatia col lettore, mostrando un’immagine realistica del Giappone contemporaneo e delle sue storture e paranoie.

 

Ryū Murakami

La coscienza critica della società nipponica

Ryū Murakami
Ryū Murakami

Molto meno noto in Occidente ma ugualmente molto apprezzato in Giappone è anche un omonimo – e quasi coetaneo – di Haruki Murakami, quel Ryū Murakami che in Italia è celebre soprattutto per Tokyo Decadence e Tokyo Soup, tradotti da Mondadori nella sua Piccola Biblioteca degli Oscar.

I motivi di questa difficile importazione del materiale del secondo Murakami sono vari, e non investono solo l’Italia: sicuramente, decisivo è il forte legame che i romanzi dello scrittore hanno con la società giapponese, spesso presentata in maniera critica e con un’analisi lucida e impietosa dei suoi difetti, difetti che però non sempre sono comprensibili per il lettore occidentale.

Nato nel 1952 a Sasebo, nel sud del paese, Ryū Murakami è un uomo dalla personalità e dagli interessi poliedrici: già al liceo si fece notare prima come batterista in una rock band, poi come rugbista e infine come giornalista capace di occupare la scuola e di guadagnarsi una condanna a tre mesi di arresti domiciliari ad appena diciott’anni d’età; all’università cominciò poi ad interessarsi di letteratura, cinema e scultura, passando dall’una all’altra disciplina quasi senza soluzione di continuità.

Il primo successo gli arrise nel 1976, quando il suo romanzo Blu quasi trasparente sconvolse il Giappone per la sua descrizione disincantata degli adolescenti tossicodipendenti: il successo fu tale che il libro fu tradotto in molte lingue ed arrivò anche in Italia grazie a Rizzoli, anche se oggi è fuori catalogo e non più ristampato.

Altrettanto bene andò Coin Locker Babies, la storia di due bambini abbandonati nei depositi bagagli a moneta di una stazione di Tokyo, ancora inedito in Italia (anche se da tempo sembra esserne in lavorazione un adattamento cinematografico con star occidentali), a cui seguirono l’autobiografia 69 e l’apprezzato Tokyo Soup.

Tokyo Decadence, il già citato libro che è attualmente quello più facile da trovare in italiano, si concentra invece sulla degradazione della capitale nipponica, città alienante in cui vivono vere e proprie schiave del sesso che vagheggiano il tempo della loro infanzia come una sorta di età dell’oro.

Ma Ryū Murakami non si occupa solo di letteratura: da anni conduce infatti una trasmissione televisiva su TV Tokyo dedicata agli affari e alla finanza, mentre negli ultimi tempi ha fondato una propria compagnia specializzata nella produzione e nella vendita di e-book per dispositivi mobili.

 

Banana Yoshimoto

Dal successo di Kitchen agli ultimi lavori

Banana Yoshimoto agli inizi della sua carriera
Banana Yoshimoto agli inizi della sua carriera

Prima che negli anni ’90 il talento di Haruki Murakami conquistasse il grande pubblico italiano, la letteratura giapponese era nota nella nostra penisola soprattutto per i libri di Banana Yoshimoto, che giovanissima aveva ottenuto un enorme successo con Kitchen, capace di vendere milioni di copie in tutto il mondo ma tradotto per la prima volta fuori dal Giappone proprio dall’italiano Giorgio Amitrano, grande esperto di cultura giapponese.

Nata nel 1964 a Tokyo, figlia di un importante filosofo giapponese, la Yoshimoto si chiama in realtà Mahoko e ha deciso di utilizzare lo pseudonimo di Banana solo alla pubblicazione della sua prima opera, l’inatteso successo Kitchen che la rese improvvisamente, a poco più di vent’anni, la scrittrice nipponica più venduta nel mondo.

Alla base di un successo così travolgente c’era l’attenzione per il mondo giovanile giapponese e per come questo riuscisse a relazionarsi coi dolori e le difficoltà della vita, ma anche – come hanno notato alcuni – la capacità di importare nei suoi racconti alcuni elementi tipici della narrazione dei manga che tanto peso hanno nella formazione dei giovani orientali.

Da allora la Yoshimoto ha continuato a sfornare libri a un ritmo impressionante, suscitando entusiasmi ma anche critiche per una scrittura che viene a volte giudicata troppo commerciale, nonostante tratti di temi universali come la vita, la morte e l’amore, spesso mettendo a confronto l’ideologia tradizionale giapponese con quella delle generazioni più giovani.

Particolare successo hanno avuto, nel corso degli anni, Sonno profondo del 1989, Il coperchio del mare del 2004 e A proposito di lei del 2008.

 

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