Cinque grandi storie di Dylan Dog non scritte da Tiziano Sclavi

Dylan Dog e Groucho, creature di Tiziano Sclavi spesso riprese in mano anche da altri autori

Come saprete, dal numero uscito qualche giorno fa (Una nuova vita, scritto e disegnato da Carlo Ambrosini) è partita la tanto annunciata opera di rinnovamento di Dylan Dog, affidata alla supervisione di Roberto Recchioni.

Il personaggio creato da Tiziano Sclavi nel 1986 e diventato fenomeno di costume nei primi anni ’90, era – a detta dei fan e della critica – da qualche anno in una fase di stanca e, soprattutto, continuava a perdere lettori. Cosa che ha cominciato a preoccupare non poco, a quanto si dice, la casa editrice e lo stesso Sclavi. Da qui la decisione di operare una svolta netta, passando la supervisione appunto da Giovanni Gualdoni a Recchioni e apportando alcune novità alla vita di Dylan che conosceremo un po’ alla volta nei prossimi mesi.


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A me, a questo punto, è però sorta una domanda. Visto che la “crisi” di Dylan Dog è di solito identificata prima col calo e poi con l’addio (definitivo?) di Sclavi alle sceneggiature, è davvero possibile che il mensile della Sergio Bonelli Editore sia diventato da più di cinque anni un fumetto mediocre? Che nessun autore sia riuscito a raccogliere l’eredità dello scrittore pavese?

Detta in altri termini: al di là delle storie di Sclavi, davvero nessuno è riuscito a soddisfare il palato dei lettori di Dylan Dog? A me sembrava impossibile, ed infatti ecco il nostro elenco di cinque grandi storie dell’indagatore dell’incubo non scritte da Tiziano Sclavi.

 

Dylan Dog 39 – Il signore del silenzio

di Giuseppe Ferrandino e Giampiero Casertano

Nei primi anni del mensile, quasi tutte le storie furono firmate da Tiziano Sclavi, il creatore di Dylan Dog, capace in una ventina di numeri di caratterizzare i personaggi principali e il tono della serie in modo indelebile. Molte di queste storie furono veri capolavori: L’alba dei morti viventi, Attraverso lo specchio, Cagliostro, Memorie dall’invisibile, Morgana e così via.

Solo pochi, in quelle prime stagioni, poterono affiancare Sclavi mantenendo il livello della serie sugli standard imposti dal creatore. Tra questi primeggia sicuramente Giuseppe Ferrandino. Ischitano, all’epoca poco più che trentenne, Ferrandino è da anni scomparso dalle pagine dei fumetti, avendo preferito dedicarsi ai romanzi. Con Adelphi ha infatti pubblicato, tra gli altri, Pericle il Nero e Il rispetto (ovvero Pino Pentecoste contro i guappi), romanzi di buon successo e di atmosfere hard boiled. Con Mondadori, invece, ha dato alle stampe Spada.

Ma anche con l’horror disegnato se la cavava più che bene. Ne è prova questa Il signore del silenzio (dicembre 1989), forse la sua prova più riuscita. Una storia disegnata da un Giampiero Casertano in stato di grazia non solo nel segno, ma anche nella costruzione della tavola e nella scelta delle inquadrature. Ne risulta una storia in cui occulto e spiegazione razionale si confondono e compenetrano e in cui alla trama giallo-paranormale si affiancano riflessioni sul senso della vita e sulle domande esistenziali.

 

Dylan Dog 66 – Partita con la morte

di Claudio Chiaverotti e Corrado Roi

Oltre al già citato Ferrandino, l’altro scrittore che dava in quegli anno il cambio in pianta stabile a Sclavi era il torinese Claudio Chiaverotti. Questi aveva esordito sulla serie ad appena 24 anni con un’altra storia che per poco non è rientrata in questa cinquina, Il buio, disegnata da Piero Dall’Agnol. Da lì in poi avrebbe sceneggiato 80 albi nella serie regolare, senza contare speciali e altri volumi extra. Venendo a volte amato e altre volte criticato da un pubblico che all’epoca stravedeva per Sclavi, ma rischiava di risultare ingiusto verso altri autori.

A distanza di anni, invece, si deve rimarcare come Chiaverotti sia stato uno dei più importanti artefici del successo del personaggio, con storie come Goblin, Il mistero del Tamigi, La clessidra di pietra, I delitti della Mantide o Il confine. La sua storia più riuscita, però, a mio parere è Partita con la morte, pubblicata nel marzo 1992 per i disegni di Corrado Roi. In questa storia si immagina una sfida a scacchi – che ha ripercussioni molto gravi nel mondo dei vivi – tra la morte in persona e il moribondo Harvey Burton, mescolando reminiscenze bergmaniane ad atmosfere propriamente sclaviane (con tanto di filastrocca che accompagna le morti).

Dopo questa e un’altra manciata di storie su Dylan Dog, Chiaverotti e Roi si sono trovati a collaborare ancora su Brendon, il personaggio creato nel 1998 dallo sceneggiatore torinese e del quale il disegnatore è stato il primo copertinista.

 

Dylan Dog 108 – Il guardiano della memoria

di Carlo Ambrosini

Carlo Ambrosini è uno degli autori più interessanti della scuderia Bonelli, casa editrice con la quale collabora addirittura dal 1980 e cioè dai tempi di Ken Parker. All’inizio solo disegnatore, ha via via iniziato a scriversi da solo le storie. In questa doppia veste ha esordito prima sulla rivista Orient Express e poi è approdato sull’albo di Dylan con l’apprezzata Dietro il sipario. Inoltre ha poi dato vita a una serie regolare molto apprezzata dalla critica come Napoleone (dal 1997 al 2006) e a una miniserie di 14 numeri dedicata addirittura a un critico d’arte, Jan Dix.


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Ma Ambrosini è sempre rimasto nel cuore dei fan dylaniati, per vari motivi. In primo luogo perché le sue due storie da autore completo (a cui se ne è aggiunta, questo mese, una terza: quella Una nuova vita citata in apertura) sono sempre state tra quelle più gradite dai lettori. In secondo luogo, perché ha prestato le sue matite e i suoi pennelli a illustrare Il lungo addio, la storia di Sclavi e Marcheselli che figura almeno nella top three di tutti i lettori della serie e che per alcuni è il miglior racconto in assoluto.

Chiaro che quindi nel 1995, quando mandò in stampa Il guardiano della memoria, Ambrosini viaggiava in un certo senso sul velluto, ma non per questo la sua storia è più scontata o banale. Al centro c’è un intricato viaggio nei meandri della memoria, dei suoi misteri e dei suoi segreti, con una storia che si legge come un mosaico in cui solo nel finale tutti i pezzi vanno a collimare.

 

Dylan Dog 200 – Il numero duecento

di Paola Barbato e Bruno Brindisi

Uno dei pregi della serie di Dylan Dog è che in genere i numeri celebrativi sono ben scritti e ben disegnati, riuscendo ad evitare di cadere nelle scontate celebrazioni e nella melassa. Il duecentesimo numero, un traguardo importante raggiunto però ormai già dieci anni fa, fu affidato alle mani di Paola Barbato e Bruno Brindisi. All’epoca l’una era l’astro nascente della serie (a volte amata e a volte odiata, com’è capitato spesso con gli sceneggiatori del dopo-Sclavi) e l’altro forse il disegnatore principe del mensile, tanto è vero che di lì a poco gli sarebbero stati affidati anche i numeri 241 e 242 (quelli del ventennale) e il 250 (scritto da Sclavi).

La storia in questione è un viaggio nel passato di Dylan e soprattutto del suo “padre spirituale”, l’ispettore Bloch. Di questi ci vengono raccontati il difficile rapporto col figlio Virgil e la rivalità tra quest’ultimo e l’indagatore dell’incubo, con un finale mozzafiato e, ovviamente, triste.

Da sempre apprezzata dallo stesso Sclavi – che pur non scrivendo più per Dylan continua a supervisionare le storie del suo personaggio –, la Barbato è, a quanto si è venuto a sapere in queste settimane, assieme a Recchioni una delle persone chiave del nuovo corso del personaggio. Un personaggio a cui per la verità negli ultimi anni si era dedicata meno, lavorando anche ad altri progetti (romanzi editi da Rizzoli come Il filo rosso, graphic novel pubblicate sempre dalla Bonelli e il fumetto sentimentale Davvero).

 

Dylan Dog 280 – Mater morbi

di Roberto Recchioni e Massimo Carnevale

Finora abbiamo citato più volte Roberto Recchioni, il nuovo responsabile delle testate di Dylan Dog. Non abbiamo spiegato come è arrivato, però, a questo importante ruolo. Ricostruire una biografia fumettistica del prolifico autore romano sarebbe troppo lungo, ma basti citare le due pietre miliari che ne hanno fatto il candidato ideale per la Bonelli: da un lato, la creazione, assieme a Lorenzo Bartoli, di John Doe per l’Eura; dall’altro, la scrittura di alcuni apprezzati episodi del mensile dell’indagatore dell’incubo e in particolare del racconto Mater morbi.

Ispirata ad alcuni problemi di salute vissuti in prima persona dallo stesso Recchioni, la storia – ben illustrata da Massimo Carnevale, già creatore grafico di John Doe – racconta l’incontro tra Dylan e la malattia, col suo carico di assurdità e dolore. E affronta di petto il delicato tema dell’eutanasia, qualche anno fa (ora, purtroppo, un po’ meno) al centro del dibattito politico.

Tra l’altro, a giudicare dalle dichiarazioni della vigilia, proprio quest’idea di riavvicinare Dylan Dog all’attualità sarà il tema portante di questa “nuova vita” del personaggio.

 

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