Cinque grandi videogiochi sandbox e open world

Il logo di Minecraft, uno dei videogiochi sandbox più venduti di tutti i tempi

Sandbox è una parola inglese che negli ultimi anni, grazie all’informatica, sta trovando sempre più ampia utilizzazione anche in italiano. Di per sé, la sandbox non è altro che una sabbionaia, quel recinto pieno di sabbia che a volte si trova nei cortili delle scuole dell’infanzia e in cui i bambini possono giocare liberamente con palette, palle e altro ancora, in modo da dare libero sfogo alla fantasia.

In ambito informatico, una sandbox è la stessa cosa: uno spazio entro cui si possono provare esperienze nuove, inattese, non codificate.

Ad esempio, Wikipedia offre agli utenti registrati una “pagina di prova” (chiamata, in inglese, appunto sandbox) in cui ogni autore può provare ad usare la specifica formattazione del sito, in modo da impratichirsi nei comandi senza correre il rischio che i propri errori divengano immediatamente pubblici.

Nel linguaggio Java, inoltre, il termine indica invece un ambiente controllato in cui eseguire le proprie applet senza correre il rischio che vadano a intaccare le risorse del sistema operativo.

In ambito videoludico

Insomma, in generale è un ambiente fatto apposta per provare nuove soluzioni. Ma è soprattutto in ambito videoludico che questa nuova terminologia sta trovando maggiormente utilizzazione: negli ultimi anni sono infatti comparsi svariati videogiochi che vengono etichettati come sandbox e che stanno avendo un enorme successo.

Si tratta di videogiochi in cui o non c’è un obiettivo specifico da raggiungere, o in cui questo obiettivo può anche essere messo in secondo piano, e il giocatore può quindi completamente inventare la propria esperienza di gioco.

Può così interagire con l’ambiente anche ben al di là di quello che la trama lascerebbe prevedere, esplorando possibilità inattese, creando i propri obiettivi. Vediamo quindi quali sono cinque tra i più importanti e belli videogiochi sandbox e open world degli ultimi anni.

 

1. Grand Theft Auto IV

Negli ultimi mesi abbiamo dedicato vari articoli a Grand Theft Auto V, sicuramente uno dei migliori videogiochi usciti nell’ultimo anno sia per noi che per gli sviluppatori della Game Developers Conference.

Altrettanto bene, però, era andato anche il sesto capitolo (ma numericamente il quarto) della saga, Grand Theft Auto IV, pubblicato nel 2008 prima per PlayStation 3 e Xbox 360 e poi, vicino a Natale, per Windows.

Ambientato in una Liberty City fortemente ispirata a New York, il gioco aveva per protagonista un reduce della guerra del Kosovo che giungeva in città sia per cercare di seguire le orme del ricco cugino, sia per sfuggire alla mafia russa che gli stava dando la caccia.

Un libero viaggio nella realtà della mafia russa

La trama, però, come anche nel più recente capitolo che ne ha calcato per molti versi le orme, era decisamente aperta, tanto è vero che il gioco è considerato una delle pietre miliari del genere open world.

Grand Theft Auto 4Vi sono infatti come al solito delle missioni che permettono di raccogliere denaro e punti, ma il giocatore è libero di muoversi nel mondo della malavita, tanto è vero che non esiste un unico finale risolutivo, ma a seconda delle scelte del giocatore sono disponibili diversi epiloghi.

Ad esempio, c’è un finale denominato “affare” in cui il protagonista Niko decide di accettare una proposta di alleanza del boss mafioso Dimitri. E ce n’è uno “vendetta”, in cui non prende in considerazione la cosa e invece decide di regolare subito i conti.

Il gioco, come spesso accade alle uscite della Rockstar Games, non ha mancato di suscitare polemiche per la crudezza delle situazioni (in Italia il Codacons a suo tempo ha presentato addirittura una serie di esposti in tutte le Procure), ma questo non ne ha affatto inficiato il successo, che invece è stato clamoroso e, ovviamente, redditizio.

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2. Fallout 3

Sempre datato 2008 è anche Fallout 3, terzo e finora ultimo capitolo ufficiale (se si eccettua Fallout: New Vegas, che non può essere considerato un seguito vero e proprio) della saga di Fallout.

La serie è nata come gioco di ruolo, ma recentemente si è evoluta in un gioco sandbox – o, più precisamente, open world – in cui il giocatore può vagare all’interno di uno scenario post-apocalittico.

Gli elementi interessanti, qui, dal nostro punto di vista sono parecchi. Prima di tutto, il giocatore può scegliere liberamente il personaggio da guidare, creandolo da zero e impostandone nome, sesso e caratteristiche, tramite una carrellata – che funge anche da tutorial – che segue il protagonista dall’infanzia fino all’età adulta.

Quando il mondo è regolato dal karma

Inoltre, nel gioco è presente un sistema denominato Sistema Karma che tiene traccia di tutte le azioni liberamente compiute dal giocatore, sia quelle “buone” che quelle “cattive”, determinando così una sorta di punteggio che regola l’interazione del mondo col protagonista.

La copertina di Fallout 3

Così, se il personaggio compirà delle buone azioni riceverà, in genere, reazioni positive dall’ambiente, mentre si verificherà il contrario se commetterà dei crimini, rischiando tra l’altro di venire scoperto e di pagare le conseguenze delle sue azioni.

La storia si svolge sulla costa est degli Stati Uniti, in quella che viene chiamata la Zona Contaminata di Washington D.C., ovvero ciò che resta della capitale degli USA dopo la guerra atomica che, nella finzione della trama, si è svolta nel 2077.

Il gioco ha venduto milioni di copie in tutto il mondo ed è stato acclamato dalla critica; nelle uscite più recenti, inoltre, comprende anche cinque espansioni uscite nei mesi successivi al lancio che rendono ancora più intrigante l’esperienza di gioco.

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3. Just Cause 2

Come abbiamo visto finora, il concetto di sandbox è talmente ampio e variegato da ammettere innovazioni tra loro diversissime e a volte anche contraddittorie. Just Cause 2, uscito nel 2010 per PlayStation 3, Xbox 360 e Windows, ad esempio è uno sparatutto che ha lavorato molto sull’aspetto della libertà d’azione.

Il giocatore infatti prende in mano il personaggio di Rico Rodriguez, già presentato nel primo capitolo della saga, e si ritrova fin dall’inizio catapultato su un isolotto del sud-est asiatico in cui un regime filo-occidentale è stato rovesciato da un colpo di stato, con la nascita di uno “stato canaglia” che ora gli Stati Uniti vogliono debellare.

Rodriguez, al quale vengono ovviamente assegnate delle missioni e degli obiettivi, è però libero di muoversi su tutto il territorio dell’isola (la mappa è addirittura di 1000 chilometri quadrati), ignorando le missioni e cercando di esplorare il territorio

E in questo territorio non è raro imbattersi in vari nemici che, grazie a un’intelligenza artificiale particolarmente evoluta, riescono anche a sfruttare l’ambiente in cui si trovano per nascondersi e ripararsi.

Una difficoltà adattabile

Inoltre, una cosa che personalmente mi ha sempre intrigato parecchio è il sistema di difficoltà adattabile.

Il motore del gioco, infatti, percepisce le abilità del giocatore – cioè il suo essere un principiante o un esperto – e quindi crea situazioni di volta in volta adeguate alle sue capacità, in modo da non rendere il gioco troppo complesso all’inizio ma nemmeno troppo semplice man mano che si fanno dei progressi.

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Infine, la versione per PlayStation permette di registrare direttamente le proprie azioni nel gioco e di esportarle su YouTube, cosa che di per sé favorisce la condivisione con la comunità di giocatori ma soprattutto è quasi un invito ad avventurarsi in esperienze nuove, alla ricerca di qualcosa di sempre inedito e particolare.

 

4. Red Dead Redemption

Forse ancora più acclamato dai fan e dalla critica rispetto a tutti i titoli che abbiamo menzionato finora è Red Dead Redemption, pubblicato da Rockstar Games nella primavera del 2010 per PlayStation 3 e Xbox 360.

Per una volta è ambientato non in un mondo ipertecnologico ma nel Far West di inizio Novecento, in un’epoca in cui anzi il mito della frontiera era ormai vicino al capolinea e l’atmosfera che si respirava era decisamente decadente.

D’altronde, al momento del lancio la casa di produzione aveva notevolmente alzato l’asticella delle aspettative.

Due anni prima aveva pubblicato il già citato Grand Theft Auto IV, che era considerato un capofila del genere open world, e ora voleva riposizionarsi in vetta all’innovazione nel settore, annunciando a chiare lettere che Red Dead Redemption sarebbe stato «il gioco open world definitivo».

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Nel campo dei videogiochi, con buona pace dei tipi di Rockstar, non esiste per fortuna nulla di definitivo, perché l’innovazione e il cambiamento sono all’ordine del giorno, ma di sicuro il gioco western che produssero in quella stagione fu uno dei migliori di sempre.

Moralità e immoralità nel decadente Far West

Anche qui il giocatore ha infatti a disposizione una mappa molto ampia, all’interno della quale può muoversi con treni, diligenze e soprattutto cavalli, che può comprare, domare o rubare.

Red Dead RedemptionVi è una trama principale che si sviluppa tramite missioni che si attivano arrivando in determinati luoghi, ma al personaggio è concesso di spaziare liberamente lungo il territorio, svagandosi in attività che consentono di approfondire l’ambientazione ma anche interagendo con gli sconosciuti in vere e proprie “missioni non ufficiali”.

Per fare solo qualche esempio, si possono cacciare gli animali e rivenderne pelliccia e carne, si può andare al cinema a vedere un film muto oppure entrare al saloon per giocare a poker, dadi o blackjack.

Inoltre, in un modo che può in parte ricordare quello di Fallout 3, il gioco prevede che le azioni del protagonista ne aumentino la moralità o l’immoralità, cosa che comporta un diverso modo di agire degli sconosciuti e dei personaggi che si troveranno ad interloquire col giocatore.

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5. Minecraft

L’apoteosi del genere sandbox è però stata raggiunta solo recentemente, con l’arrivo e l’inatteso successo di Minecraft, gioco dal quale sono nati numerosi epigoni e che probabilmente sta dando il via a un nuovo genere videoludico a se stante.

Sviluppato in Java tra il 2009 e il 2011 e presto portato sui dispositivi mobili basati su Android e iOs (anche se con qualche critica, visto che al giocatore viene fornito un apparato ridotto rispetto alla versione per PC), il gioco ha rapidamente conquistato settori di mercato, sbarcando anche sulle console tra il 2012 (Xbox 360) e il 2013 (PlayStation 3).

Di cosa si tratta? Per farla breve, qualcuno – a ragione – lo ha definito una sorta di “computerizzazione” del concetto di fondo dei LEGO.

Con i celebri mattoncini colorati puoi ovviamente costruire quello che l’industria danese ti suggerisce, ma puoi anche dare libero sfogo alla tua fantasia, creando mondi completamente nuovi, smontando e rimontando, e inventando all’interno di questi mondi sempre nuove avventure.

Nessuna missione

Ebbene, in Minecraft avviene più o meno lo stesso. Ci sono varie modalità di gioco, ma in quella più celebre – sopravvivenza – devi usare dei cubi (o blocchi) tridimensionali per costruire armi, case, elementi vari.

La copertina di Minecraft nella versione per la Xbox 360Questi elementi ti devono permettere di difenderti dagli attacchi delle forze ostili (che siano interne al gioco o che provengano da altre persone reali che giocano in modalità multiplayer), di procurarti da mangiare, di riuscire insomma a sopravvivere.

Non c’è una missione da compiere, uno scopo da raggiungere. Il mondo si può esplorare e addirittura modificare a proprio piacimento, costruendo e abbattendo, combattendo e difendendosi.

Inoltre grande varietà è garantita anche dalla presenza di ulteriori modalità di gioco (tra cui quella estrema, più complessa e difficile, e quella creativa, più votata alla creazione e meno allo scontro), dai frequenti aggiornamenti rilasciati dagli sviluppatori e dalla possibilità di scaricare e installare delle modifiche create dai fan.

 

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