È quasi il momento degli Esami di Stato, quelli che un tempo erano noti come Esami di Maturità. Per quanto gli anni passino e la tipologia d’esame si modifichi, rappresentano sempre un rito di passaggio epocale nella vita dei nostri giovani. E un momento topico, in cui si cerca di tirare le somme su quanto si è studiato per 5 anni.

Come saprete, l’Esame consta di varie prove, alcune scritte e una orale. In quest’ultimo caso, da qualche anno la classica interrogazione si apre in maniera atipica, ma interessante. Invece di procedere con le solite domande e risposte, al candidato viene lasciato un po’ di spazio – in genere attorno ai 15 minuti – per esporre un proprio approfondimento personale. È quella che viene chiamata “tesina”. Grazie a delle slide e ad un discorso preparato a tavolino lo studente cerca di collegare varie materie, secondo un tema che gli è caro.

La parte più bella dell’Esame

È la prova forse più interessante e innovativa degli esami (e quella che i professori poco lungimiranti meno sopportano). Perché cerca di andare oltre il solito nozionismo, stimolando il ragazzo a mostrare le proprie capacità di collegamento, analisi, intuizione. E soprattutto spingendolo a cercare qualcosa che per lui sia veramente e profondamente interessante nei programmi svolti.

Il guaio è che spesso si arriva alla preparazione di questa tesina quando ormai si è agli sgoccioli della quinta. Quando c’è poco tempo e ci sono poche energie per tirare fuori dal cappello qualcosa di originale e valido. E allora, in alcuni casi ci si rifugia in tesine preconfezionate che si trovano tranquillamente sul web. Tesine che però mancano di ogni originalità, e che per questo possono irritare i commissari d’esame, che magari hanno già sentito quelle stesse parole in decine di altre occasioni.

Allora, uno dei punti chiave di una buona tesina è lasciarsi trascinare dalle suggestioni personali. E non accontentarsi di formule già preconfezionate. Visto che il tema della follia è particolarmente amato (e inflazionato), abbiamo deciso di confezionare cinque utili consigli in un articolo apposito. Ecco dunque cinque idee valide e originali per una tesina sulla follia.

 

Pensate bene a perché scegliete questo tema

E raccontatelo alla commissione

Pensate bene al motivo per cui avete scelto quella tesinaLa differenza tra una tesina sulla follia banale e una originale, come anticipavamo, si trova spesso nelle motivazioni che stanno dietro alla scelta. Quando portate un argomento come quello della pazzia, infatti, dovete sapere che si tratta di un tema che la commissione ha già sentito altre volte, e che quindi può legittimamente sospettare sia stato “ispirato” da qualche libro di testo o da qualche sito internet. La prima cosa da fare, quindi, è convincerli del contrario.

Dovete pertanto prima di tutto chiedervi: perché voglio fare una tesina sulla follia? Cos’è che mi spinge verso questa direzione? Perché questo tema mi affascina? Può darsi che qualche anno fa abbiate visto un film che vi è rimasto particolarmente impresso. Forse avete ascoltato qualche canzone su questo tema. Può darsi anche che abbiate letto qualche fumetto o visto qualche serie TV.

Cosa vi ha fatti interessare a questo argomento?

Dovete farvi venire in mente cosa, in principio, ha destato il vostro interesse. Una volta trovato, dovete piazzarlo in apertura della vostra tesina. Nel caso di un film, ad esempio, potete scegliere una sequenza (pochi secondi, al massimo un paio di minuti) da proiettare davanti alla commissione, per far capire lo spunto che ha dato il via al vostro approfondimento.

Nel caso di un libro o di un fumetto, potete riportare una citazione, anche relativamente lunga: non dev’essere per forza una singola frase. Se lo ritenete opportuno potete dilungarvi anche con un capoverso o comunque qualche riga. Ad esempio, pensate a quanto potrebbe star bene aprire con le celebri vignette in cui il Joker delinea a Batman la sua personale linea di confine tra sanità e pazzia. Insomma, scegliete e motivate.

 

Rovesciate la prospettiva: siamo tutti folli

Con qualche suggerimento sui collegamenti

Siamo tutti folli, in realtà?Di solito, in sede d’esame la follia viene collegata al genio. Il ragazzo che espone la sua tesina infatti sottolinea come alcuni dei più grandi pensatori ed artisti dell’Ottocento e del Novecento possano essere considerati dei folli, a volte in senso clinico, altre volte in senso “spirituale” o scientifico.

Pensate a Luigi Pirandello, che spesso descrisse la follia nelle sue opere e che aveva una moglie che soffriva di problemi mentali. O a van Gogh e Virginia Woolf, entrambi morti suicidi. Oppure a Friedrich Nietzsche, ricoverato a lungo. O a Hitler, che certo qualche problema l’aveva. Oppure a certi fisici come Albert Einstein, geniale ma un po’ fuori dagli schemi. L’elenco potrebbe essere lunghissimo e a suo modo interessante. Se non fosse che l’hanno già preparato decine di altri maturandi prima di voi.

È facile dimostrare che siamo tutti folli

Allora, forse, vale la pena di provare a rovesciare le carte in tavola. Ad esempio, vedendo la follia non come un’eccezione, ma come la regola, come qualcosa di condiviso. Non diciamo, spesso, che siamo tutti folli? Che questi tempi sono pazzi e incoerenti? Ebbene, proviamo a vedere se è davvero così. Tra attentati terroristici brutali, scene di delirio collettivo, trionfo di movimenti irrazionali, dimostrarlo non dovrebbe essere difficile.

Allora, se sposiamo questa visione, dobbiamo cercare dei collegamenti con le varie materie dell’ultimo anno di studi. Chi ha dipinto la follia come un “male sociale”? Ovviamente, non si può che partire da Freud e dal suo Il disagio della civiltà. Ma poi il campo può essere rapidamente allargato. In storia si può parlare ad esempio del nazismo come di una sorta di delirio collettivo: anche ammettendo che Hitler fosse pazzo, come mai gli sono andati tutti dietro? E in letteratura si può rispolverare Pirandello, ma anche Svevo. Mentre in inglese può funzionare Edgar Allan Poe.

Ci si può però collegare anche alle materie scientifiche. Il mondo in cui viviamo è, per certi osservatori, “impazzito”. E alla base di questo delirio ci sarebbe anche la scienza, con le sue invenzioni che rischiano di sfuggirci di mano. Già porsi al livello di Dio – o di chi per lui – può essere considerato una sorta di pazzia: e quindi l’ingegneria genetica o la pretesa di conoscere i misteri del cosmo manifestano il desiderio dell’uomo di superare i limiti della sua mente. Ma le idee anche in questo caso potrebbero essere molte. Sbizzarritevi.

 

Più che di folle, parlate di veggente

Chi vede più in là

Il veggenteMettiamo il caso che non abbiate voglia di cambiare prospettiva. Che voi desideriate parlare proprio di folli geniali, di artisti che – loro soli – hanno creato grandi opere. Bene, si può fare. L’importante, anche in questo caso, è approfondire e non rimanere in superficie. Perché questi pazzi ci affascinano? Cos’hanno di così speciale? Vien da dire: perché sanno vedere cose che gli altri non riescono a vedere, perché colgono il lato oscuro della realtà.

È un po’ come in quella famosa favola di Hans Christian Andersen, I vestiti nuovi dell’imperatore. Lì un bambino è l’unico che ha il coraggio di dire che “il re è nudo”, nonostante il fatto sia evidente. Così, allo stesso modo, il folle è l’unico che squarcia il “velo di Maya” e dice le cose come stanno, anche se dietro ad una coltre di delirio.


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Allora, più che di folle converrebbe parlare di veggente. Fare riferimento, cioè, a persone che – con il loro andare contro gli schemi – hanno anticipato cose che la maggioranza non vedeva. Pensate, ad esempio, al folle di Nietzsche, nella famosa pagina de La gaia scienza in cui si annuncia la morte di Dio. O pensate ad esempio ai rilievi che Einstein muoveva contro la meccanica quantistica: per lui era da pazzi pensare che Dio giocasse a dadi col mondo. Eppure quella dottrina sopravvive ancora oggi.

Ma gli esempi di folli che hanno saputo vedere più in là sono moltissimi, soprattutto se poi ci si sposta anche nei secoli precedenti. Newton scrisse nell’ultima parte della sua vita lettere deliranti, eppure era quello che diceva anche: «Se ho visto più lontano è perché sono salito sulle spalle di giganti». Hegel, d’altra parte, esaltava il ruolo dei veggenti all’interno della storia, perché erano quei pochi che sapevano dare “degli strappi”, benedetti e aiutati dall’Assoluto. E se vi spostate in letteratura, c’è spazio per Frankenstein e per molti scienziati pazzi e anticipatori.

 

Dal folle alle folle

Un’etimologia forse non così divergente

Lo studio delle folleUn ultimo spunto interessante che vogliamo darvi viene da un gioco di parole. “Folle” è infatti un termine che, in italiano, ha un doppio significato. Al singolare è il sostantivo che indica una persona matta, pazza o comunque estremamente fuori dagli schemi. Ma, se si intende la parola al plurale, indica gli assembramenti di persone, le masse. Masse che tanta parte hanno nella storia del Novecento, in ogni campo.

Il gioco di parole, in realtà, sembra essere casuale. L’origine etimologica dei due termini pare infatti differente. “Folle” deriva dal provenzale fol (che ha dato origine sia al francese fol che all’inglese fool). A sua volta, questa parola deriverebbe dal latino follis, che indicava un pallone usato per il gioco. Il folle, secondo questa etimologia, sarebbe quindi chi ha una testa vuota o piena d’aria, simile a un pallone.


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“Folla”, invece, deriverebbe da fullo, altra parola latina che indicava chi pestava la lana. Quindi, nel corso dei secoli, l’azione del pestare e del pressare sarebbe stata usata sempre più per indicare anche chi è pressato all’interno di un gruppo di persone, e quindi appunto la folla come la intendiamo oggi.

Se, però, le due etimologie più accreditate fanno riferimento a parole d’origine diverse, c’è anche chi individua un legame tra i due termini. Nel germanico antico, infatti, esiste la parola voll (o foll), che significa “pieno”. Questa potrebbe essere alla base, in senso letterale, di “folla”, ma in senso figurato (ovvero nel significato di “ubriaco”) potrebbe aver portato anche a “folle”.

Tra pogrom e saccheggi

In ogni caso, la vicinanza tra questi due termini è talmente stringente che può essere interessante costruirci sopra una tesina. Le folle sono folli? Certo: mettete insieme un buon numero di persone arrabbiate, e avrete una jacquerie o un pogrom, un linciaggio o un saccheggio. La storia è piena di fenomeni di questo tipo, e la sociologia, la psicologia sociale e l’antropologia hanno spesso cercato di approfondire questi fenomeni.

Certo, una tesina sulla follia così impostata tende ad essere più spiccatamente umanistica che scientifica. È difficile, infatti, parlare di masse nella fisica o nella biologia, se non tramite collegamenti forzatissimi (dalle masse popolari alla massa atomica? Anche no, grazie). Però se fate una scuola in cui le scienze hanno un ruolo tutto sommato marginale, il tema può funzionare.

 

Quali materie si collegano in modo originale?

Alcuni spunti da approfondire

I collegamenti tra le materieQualche spunto sull’impostazione generale della vostra tesina sulla follia ve lo abbiamo dato. Ora si tratta solo di decidere quali materie metterci dentro. Come sicuramente saprete, è meglio non esagerare, né inserendovene troppe, né mettendone troppo poche. Avete a disposizione 10-15 minuti per esporla, o 20 minuti nella migliore delle ipotesi, quindi dovete dosare i tempi. Diciamo che 4 o 5 materie è probabilmente la misura ottimale.

Se fate un liceo, a nostro avviso con un tema come la follia non potete lasciar fuori filosofia. Qualunque taglio vogliate dare alla questione, la filosofia vi permette di definirla al meglio. Potete parlare di Kierkegaard e dell’assurdità paradossale della vita religiosa, potete parlare del già citato folle di Nietzsche, potete introdurre Freud o la frustrazione della Scuola di Francoforte, ma bene o male queste cose dovete toccarle.

Fisica

Un’altra materia che ben si può collegare è fisica. Qui la questione potete affrontarla da due punti di vista. Da un lato, infatti, potete parlare in generale della fisica del ‘900, di come le sue scoperte abbiano sconvolto il mondo, mostrando come la teoria einsteiniana o quella quantistica venissero additate, all’inizio, come pure follie. Oppure potete buttarvi sul biografico, con la vita di qualche scienziato molto “originale”. Noi vi segnaliamo quella di Paul Dirac, premio Nobel simile a Sheldon Cooper. Altrimenti c’è sempre John Nash, quello di A Beautiful Mind.

Poi, ovviamente, bisogna tirar dentro anche letteratura, o italiana o inglese (o entrambe, se si vuole). Nel caso di quella inglese, vi suggeriamo di puntare su Virginia Woolf. La celebre scrittrice britannica soffriva infatti di depressione e fobie e prima di suicidarsi lasciò una toccante lettera d’addio al marito, che può essere citata in tesina.

E poi ci sono, ovviamente, le questioni più scontate, che, per riempire, si possono sempre utilizzare. E quindi Pirandello, Svevo, Tacito che scrive su Nerone, le tragedie di Seneca, Munch e van Gogh. Altre idee le trovate sul web. L’importante però, come dicevamo all’inizio, è non eccedere coi collegamenti troppo scontati. Cercatene di vostri. Rendete personale (ma comunque solida) la vostra tesina. E il successo verrà da sé.

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