Cinque importanti citazioni dagli Scritti corsari di Pasolini

Pier Paolo Pasolini con la macchina da presa

Nonostante si cerchi spesso di farlo il vate di un’ideologia o di una parte politica, Pier Paolo Pasolini è stato un intellettuale decisamente eretico. Comunista di formazione, omosessuale, coscienza critica dei cambiamenti sociali ma allo stesso tempo quasi affascinato dal cattolicesimo, da valori rivoluzionari ma anche tradizionali, da moderno ed antico: insomma, appena si cerca di inquadrarlo in una certa corrente, subito ci si rende conto che quella corrente gli va stretta e non può contenerlo.

La sua morte, così piena di dubbi e misteri, ne ha fatto forse un martire. E ne ha, ci pare, irrigidito la memoria. Se prima con gli scritti e i film di Pasolini si poteva polemizzare, discutere, accettare alcune cose e rifiutarne altre, dopo la sua morte è diventato difficile sostenere un dibattito critico reale sulla sua opera e sul suo pensiero. Beatificato laicamente, Pasolini si è trasformato in un simbolo, cosa che di sicuro non ha fatto bene alle sue opere, diventate quasi reliquie da adorare, magari anche senza leggerle.


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Eppure, tutti i lavori di Pasolini furono scritti per scuotere, per provocare, a volte anche per rivoltare. Questa beatificazione pare, quindi, aver quasi ucciso la memoria di Pasolini più della sua morte stessa, rendendo innocui i suoi pensieri. Pensieri che invece erano sempre controcorrente, spesso – almeno da un certo punto in poi – anche nei confronti dell’ideologia a cui riteneva di appartenere.

Un bell’esempio di questa problematicità la si ritrova negli Scritti corsari, una raccolta di articoli che fu pubblicata per la prima volta nel 1975, poche settimane prima della morte dello scrittore. In quel volumetto Pasolini riunì una serie di scritti, perlopiù di costume, che aveva pubblicato sul Corriere della Sera, sul Tempo illustrato, su Il Mondo, su Nuova generazione e su Paese Sera nei due anni precedenti. Articoli che trattavano di vari argomenti: dai capelloni al coito, dal ’68 alla Chiesa cattolica. Scopriamone le citazioni più interessanti.

 

Famiglia e civiltà dei consumi

La caduta dei vecchi valori, con qualche eccezione

Gran parte dell’analisi del tardo Pasolini, quella che si può ritrovare all’interno degli Scritti corsari, è legata al ruolo della cosiddetta civiltà dei consumi. Una civiltà che secondo il poeta e cineasta era portatrice degli esiti più nefasti, una sorta di nuova religione edonistica che annullava tutti i valori tradizionali. E li annullava sostituendoli con valori peggiori. Ma che, paradossalmente, non annullava però l’importanza della famiglia. Ecco la frase, che ha più di quarant’anni ma che da un certo punto di vista è ancora tremendamente attuale.

La Famiglia è tornata a diventare quel potente e insostituibile centro infinitesimale di tutto che era prima. Perché? Perché la civiltà dei consumi ha bisogno della famiglia. Un singolo può non essere il consumatore che il produttore vuole. Cioè può essere un consumatore saltuario, imprevedibile, libero nelle scelte, sordo, capace magari del rifiuto: della rinuncia a quell’edonismo che è diventato la nuova religione.

 

Fascismo e TV

E chissà cosa avrebbe detto degli anni ’80 e ’90

Questa è, in generale, una delle citazioni più famose di Pasolini. Spesso tirata fuori, nell’ultimo ventennio, per parlare dell’Italia berlusconiana e di come questa ci abbia modificato (ammesso che un popolo come quello italiano si possa davvero modificare). L’idea dello scrittore era che il fascismo avesse fallito clamorosamente nel suo obiettivo di riplasmare gli italiani; ma che dove non fosse arrivato Mussolini, fosse arrivata, più prepotentemente, la TV. Che in quegli anni iniziava – per la verità ancora timidamente – ad influenza i costumi e le abitudini degli italiani.

Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre…

 

L’uomo medio

Da Leopardi ad oggi, passando per Orson Welles

Pasolini non amava per nulla quello che comunemente viene chiamato “l’uomo medio”. Per rendersene conto basta recuperare un suo vecchio segmento, La ricotta, contenuto all’interno di Ro.Go.Pa.G., film ad episodi diretto assieme a Roberto Rossellini, Jean-Luc Godard e Ugo Gregoretti. In quella scena, che anticipa l’interesse di Pasolini per il Vangelo, compare Orson Welles nelle vesti di un regista straniero, che dà un ritratto per nulla lusinghiero dell’uomo medio. Un’opinione che si ritrova anche all’interno degli Scritti corsari.

L’uomo medio dei tempi del Leopardi poteva interiorizzare ancora la natura e l’umanità nella loro purezza ideale oggettivamente contenuta in esse; l’uomo medio di oggi può interiorizzare una Seicento o un frigorifero, oppure un week-end a Ostia.

Pier Paolo Pasolini, La Ricotta L'uomo medio

 

La posizione sull’aborto

Parole dure e controcorrente

L’abbiamo detto in apertura: Pasolini era un personaggio difficilmente assimilabile. Si considerava comunista, e probabilmente lo era, ma su certi temi aveva posizioni che stridevano fortemente con la posizione ufficiale del partito. Celebre, ad esempio, la sua posizione sul ’68, che riteneva un movimento di “figli di papà”, di borghesi che facevano la lotta ad altri borghesi, mentre i veri proletari (o i sottoproletari) erano gli appartenenti alle forze dell’ordine che venivano mandati a sedare le proteste dei ragazzi.

Un altro punto chiave, che era centrale nel dibattito pubblico degli anni ’70, era quello sull’aborto e sul divorzio. Pasolini si era detto contrario ad entrambi, nonostante si fosse avvicinato a molte istanze del Partito Radicale, che proprio su quei due temi aveva basato gran parte della propria lotta. Per Pasolini l’aborto era un omicidio: parole dure, che cozzavano nettamente con gli ideali di sinistra, e che invece trovavano il plauso della Chiesa cattolica.

Sono però traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio. Nei sogni, e nel comportamento quotidiano – cosa comune a tutti gli uomini – io vivo la mia vita prenatale, la mia felice immersione nelle acque materne: so che là io ero esistente.

 

Contro natura?

Il problema della sovrappopolazione

Pasolini, è arcinoto, era omosessuale. Viveva una sessualità che l’opinione pubblica, soprattutto quando si affacciò per la prima volta all’attenzione dei media, giudicava immorale e “indifendibile”. Fu spesso messo alla berlina dalla stampa di destra, e fu altrettanto spesso processato per oscenità, soprattutto in relazione ai suoi film. Il suo successo, però, in un certo senso lo protesse sempre da un’escalation delle accuse.

La stessa fortuna non toccò ad Aldo Braibanti, un intellettuale tra i più raffinati della sua generazione e purtroppo oggi spesso dimenticato. Braibanti, omosessuale anch’egli (anche se in maniera meno evidente di Pasolini), fu condannato nel 1968 a 11 anni di prigione (anche se poi ne scontò solo due) per plagio. Aveva, infatti, avvicinato al comunismo un ragazzo maggiorenne che proveniva da una famiglia di destra. Il processo fu qualcosa di vergognoso, sia perché il reato di plagio – introdotto dal fascismo – esisteva solo in Italia, sia perché le accuse erano pretestuose. Il processo fu anzi anche un processo per omosessualità, mascherato da altro.


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L’appunto ironico di Pasolini, qualche anno più tardi, quando Braibanti era per fortuna già uscito dall’inferno del carcere, si collega alla questione della sovrappopolazione, allora particolarmente sentita. Perché un tempo veniva considerato “contro natura” tutto ciò che non permetteva la riproduzione della specie. Ma ora, se la specie voleva continuare a esistere, doveva smettere di riprodursi con quella frequenza, e quindi diventava naturale, per paradosso, l’omosessualità, che appunto serviva alla conservazione della specie.

Oggi invece “la specie”, se vuole sopravvivere, deve fare in modo che le nascite non superino le morti. […] Siamo così giunti al paradosso che ciò che si diceva contro natura è naturale, e ciò che si diceva naturale è contro natura. Ricordo che De Marsico (collaboratore del codice Rocco) in una brillante arringa in difesa di un mio film, ha dato del “porco” a Braibanti, dichiarando inammissibile il rapporto omosessuale in quanto inutile alla sopravvivenza della specie: ora, egli, per essere coerente, dovrebbe, in realtà, affermare il contrario: sarebbe il rapporto eterosessuale a configurarsi come un pericolo per la specie, mentre quello omosessuale ne rappresenta una sicurezza.

 

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