Cinque importanti citazioni del libro Gomorra di Roberto Saviano

Gomorra

Di Gomorra, il best-seller di Roberto Saviano uscito ormai otto anni fa, si è scritto tutto e il contrario di tutto: all’entusiasmo dei primi mesi – in cui sembrava che tutti si dovesse leggere quest’opera prima così acuta, così precisa, così lungimirante sulla camorra – è seguita una fase di riflusso, in cui hanno preso corda i critici, a volte interessati (chi si sentiva accusato dal libro o chi vedeva in Saviano un eroe della parte politica avversa), a volte semplicemente stufi di una sovraesposizione mediatica che, a onor del vero, non è imputabile solo allo scrittore campano ma anche al sistema giornalistico e editoriale italiano, che spreme le proprie “galline dalle uova d’oro” fin quasi allo sfinimento.

Oggi, a distanza di qualche tempo sia dal libro, sia dalle polemiche più accese, si può riprendere in mano il volume edito a suo tempo da Mondadori e rileggerlo forse come lo si leggeva nelle prime settimane, come un’opera a metà tra la narrativa e il saggio, che ha da dire molto sulle dinamiche della criminalità organizzata campana e lo fa con piglio documentaristico, descrivendo più che romanzando.

Per questo, abbiamo scelto cinque citazioni – o, meglio, cinque passaggi – che ci permettono di sottolineare al meglio, a nostro parere, queste dinamiche in cui una certa parte d’Italia (che non è tanto geografica, quanto psicologica e mentale) si riconosce. Rivediamole e contestualizziamole assieme.

 

Tutto quello che esiste passa di qui

Il porto di Napoli e il contrabbando

Il libro si apre con una scena ambientata al porto di Napoli. Una scena piuttosto macabra, per la verità: c’è una gru che sta caricando un container su una nave, ma i portelloni sono mal chiusi, e si aprono. Dal container escono fuori dei cadaveri. Si tratta di corpi di cinesi, decine di cinesi che cadono dall’alto e si sfracellano a terra. Morti con, attorno al collo, un cartellino che ne indica le generalità. Da tempo avevano pagato – tramite una trattenuta sul loro stipendio – affinché, una volta morti, l’organizzazione li facesse ritornare in patria, in modo da essere seppelliti in Cina. Ma quel macabro container è solo uno dei milioni che, in maniera raramente legale, affollano il porto di Napoli.


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Tutto quello che esiste passa di qui. Qui dal porto di Napoli. Non v’è manufatto, stoffa, pezzo di plastica, giocattolo, martello, scarpa, cacciavite, bullone, videogioco, giacca, pantalone, trapano, orologio che non passi per il porto. Il porto di Napoli è una ferita. Larga. Punto finale dei viaggi interminabili delle merci. Le navi arrivano, si immettono nel golfo avvicinandosi alla darsena come cuccioli a mammelle, solo che loro non devono succhiare, ma al contrario essere munte. Il porto di Napoli è il buco nel mappamondo da dove esce quello che si produce in Cina, Estremo Oriente come ancora i cronisti si divertono a definirlo.

 

Quando tutto ciò che è possibile è stato fatto

Il vestito di Angelina Jolie alla notte degli Oscar

Ad un certo punto Saviano racconta la storia di Pasquale, un sarto che lavora in quell’immenso laboratorio clandestino che è la provincia campana. Per la precisione ad Arzano, in provincia di Napoli. I due – il giornalista e il sarto – diventano amici, si frequentano. Pasquale è uno di quelli che vivono per il loro mestiere, anche se lo fanno in nero e guadagnano appena 600 euro al mese. Una sera, a casa del sarto, si consuma però una piccola tragedia: mentre i bambini corrono per la casa, Pasquale scorge in TV la figura di Angelina Jolie in un bel tailleur bianco. È la notte degli Oscar, e l’attrice americana è la più bella. Solo che quel tailleur è opera di Pasquale, che l’ha cucito in nero mesi prima, non sapendo a chi sarebbe andato a finire. La rabbia, la costernazione sono più forti dell’uomo, che decide di smettere di cucine e passare a guidare i camion, sempre per la camorra. Perché il suo talento – riconosciuto, di fatto, in tutto il mondo – non serve a niente, non gli consente di cambiare posizione, di elevarsi.

Quando tutto ciò che è possibile è stato fatto, quando talento, bravura, maestria, impegno, vengono fusi in un’azione, in una prassi, quando tutto questo non serve a mutare nulla, allora viene voglia di stendersi a pancia sotto sul nulla, nel nulla. Sparire lentamente, farsi passare i minuti sopra, affondarci dentro come fossero sabbie mobili. Smettere di fare qualsiasi cosa. E tirare, tirare a respirare. Nient’altro.

 

L’organizzazione criminale più corposa d’Europa

La camorra batte tutti

Analizzando gli affari, e le infiltrazioni politiche, della camorra, già all’incirca ad un quarto del libro Saviano arriva a delineare l’identikit della moderna malavita organizzata campana: una organizzazione che ha saputo federarsi, superando le dinamiche tipiche della mafia siciliana; che non è più composta da alleanze di sangue o diplomatiche, ma organizzata secondo veri e propri comitati d’affari. Che non ha bisogno di controllare capillarmente tutto il territorio, perché è il territorio che va da lei, che si immerge dentro di lei. E che è cresciuta coprendosi dietro alla maggior esposizione mediatica di altre organizzazioni, in fondo però ormai meno potenti e micidiali.


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Nonostante la ristrutturazione dei clan, per numero di affiliati la camorra è l’organizzazione criminale più corposa d’Europa. Per ogni affiliato siciliano ce ne sono cinque campani, per ogni ‘ndranghetista addirittura otto. Il triplo, il quadruplo delle altre organizzazioni. Nel cono d’ombra dell’attenzione data perennemente a Cosa Nostra, nell’attenzione ossessiva riservata alle bombe della mafia, la camorra ha trovato la giusta distrazione mediatica per risultare praticamente sconosciuta.

 

Un uomo con la laurea e con la pistola

La solita cantilena del padre

Attorno alla metà del libro, il Saviano autore/personaggio incontra il proprio padre e il suo fratellastro e si lascia andare a qualche ricordo d’infanzia. In particolare, racconta di quando, forse dodicenne, il padre lo portò su una spiaggia piena di vecchi rifiuti e auto abbandonate, per insegnargli a sparare. Roberto non doveva essere da meno del cugino, che già sapeva impugnare una pistola, e così si esercitò a lungo contro delle bottiglie di Peroni ritrovate qua e là; fino a quando non riuscì a centrare il suo primo bersaglio e a ricevere in dono dal genitore, come ricompensa, un pallone con l’effige di Diego Armando Maradona.

Facemmo la solita cantilena, il suo catechismo: «Robbe’, cos’è un uomo senza laurea e con la pistola?» «Uno stronzo con la pistola.» «Bravo. Cos’è un uomo con la laurea senza pistola?» «Uno stronzo con la laurea…» «Bravo. Cos’è un uomo con la laurea e con la pistola?» «Un uomo, papà!» «Bravo, Robertino!»

 

Chi comanda le cose

Chi comanda veramente?

Il racconto del rapporto col proprio padre prosegue ancora per qualche pagina. Il padre di Saviano è un medico, e nel libro il giornalista racconta di come, da giovane, quando girava con l’ambulanza, questi non potesse soccorrere i feriti degli agguati, finché gli attentatori non fossero tornati a finire il lavoro. Da qui, un atteggiamento di deferenza ma anche di rancore verso i boss camorristi; rancore che però non risparmia nemmeno chi ai camorristi si oppone senza paura, come il professor Iannotto, suo vecchio compagno di scuola, che faceva sì il bene, ma da «fallito, buffone, uno che non fa nulla». Perché, al di là degli atteggiamenti, a comandare davvero era chi faceva succedere le cose.

C’è chi comanda le parole e chi comanda le cose. Tu devi capire chi comanda le cose, e fingere di credere a chi comanda le parole. Comanda veramente solo chi comanda le cose.

 

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