Cinque importanti esponenti dell’Illuminismo italiano

Il frontespizio di Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, capolavoro dell'Illuminismo italiano

Quando lo si studia a scuola, l’Illuminismo pare sempre un movimento distante dalla sensibilità di noi italiani. Si citano i grandi pensatori francesi, da Voltaire e Montesquieu, e al limite qualche esponente inglese, ma raramente ci si affaccia sulla nostra penisola. I motivi sono vari: di sicuro, i nostri illuministi ebbero un’influenza più limitata a livello europeo. D’altronde, l’unico che probabilmente riuscì a far parlare di sé con grande enfasi oltre le Alpi fu Cesare Beccaria. Poi, in secondo luogo, tendiamo forse a sottostimare il peso della nostra cultura moderna, patendo un senso di inferiorità nei confronti di altri paesi.

Certo, l’inferiorità intellettuale – immaginata o reale che fosse – è figlia dell’inferiorità politica. L’Italia, nel Settecento, era un’entità frastagliata, in cui si faceva fatica a parlare la stessa lingua e in cui il peso delle potenze straniere era ancora molto forte.

Così, era più facile che gli intellettuali di una parte della penisola comunicassero più facilmente coi cugini francesi che coi fratelli di un’altra regione. E per forza di cose una corrente illuminista italica stentava a decollare.

Ciononostante, a ben guardare, i nomi degli illuministi italiani che sono sopravvissuti al tempo sono di prim’ordine. Ferdinando Galiani, Antonio Genovesi, Vittorio Alfieri e Carlo Goldoni sono solo alcuni degli autori più prestigiosi che, per un motivo o per l’altro, non abbiamo incluso nella nostra lista.

E che però, nei loro rispettivi campi, hanno portato avanti gli ideali illuministici, magari mescolandoli ad altre tendenze.

Alfieri, infatti, partì dall’Illuminismo per diventare però un precursore del Romanticismo; Goldoni si interessò sì alle classi borghesi, ma non per trasformare la società. Galiani, invece, fu un importante economista, ma si occupò poco di filosofia, mentre Genovesi, per quanto importante, è oggi meno ricordato.

Vediamo dunque cinque tra i più importanti esponenti dell’Illuminismo italiano, ordinati per data di nascita.

 

1. Paolo Frisi

Matematico, religioso, astronomo, illuminista

Non è un mistero che l’Illuminismo fu una corrente sì filosofica, che però si legò a molte altre discipline, in particolare a quelle scientifiche. La fiducia – anche se ancora timida – nel progresso e la visione meccanicista del mondo, d’altronde, portavano verso l’esaltazione della scienza e della sua razionalità.

Un medaglione che ritrae Paolo FrisiE così non deve stupire che uno dei primi animatori dell’Illuminismo lombardo ed italiano fu un matematico e un astronomo, Paolo Frisi.

Nato a Melegnano, non distante da Milano, nell’aprile del 1728, studiò dai barnabiti, prima a Milano e poi a Padova. Una sua dissertazione sulla Terra gli fece guadagnare una cattedra di filosofia in terra sabauda già a 21 anni.

 
Entrato egli stesso nei barnabiti, insegnò quindi filosofia nel convento dell’Ordine a Milano, per poi passare a Pisa. Mentre cominciava ad essere stimato in tutta Europa, diede vita a un decennale confronto coi gesuiti, avvicinandosi, in questa avversione, agli illuministi francesi.

Mentre studiava l’elettricità (introducendo in Italia l’uso del parafulmine) e il moto della Luna, fu tra i collaboratori più attivi de Il Caffè, la celebre rivista milanese su cui avremo occasione di tornare. Inoltre scrisse molti testi su Galileo, Newton e d’Alembert, promuovendo di molto la diffusione delle idee francesi nel nostro paese.

 

2. Pietro Verri

Rimaniamo nell’ambiente milanese, che fu uno dei primi, anche per vicinanza geografica, ad accogliere le nuove idee che arrivavano da Oltralpe. I primi animatori della zona furono i fratelli Verri, Pietro e Alessandro soprattutto.

Pietro nacque a Milano nel dicembre del 1728 da una famiglia della nobiltà meneghina. Studiò dai gesuiti, conoscendo in gioventù anche Giuseppe Parini, di cui parleremo a breve, e iniziando poi a lavorare come funzionario a Vienna.

Statua di Pietro Verri (foto di Giovanni Dall'Orto via Wikimedia Commons)
Statua di Pietro Verri (foto di Giovanni Dall’Orto via Wikimedia Commons)

Rientrato a Milano, fondò nel 1761 l’Accademia dei Pugni, da cui sarebbe poi derivato Il Caffè. La rivista uscì per circa 2 anni ogni dieci giorni, venendo poi raccolta in volume.

Pietro fu l’autore di quasi metà degli articoli, seguito, per presenze, da Alessandro, Cesare Beccaria e poi altri, tra cui il già citato Frisi e Ruggero Boscovich. Pietro scrisse di commercio, medicina, letteratura.

Non solo fondatore de Il Caffè

Ma la riflessione dei Verri non rimase solo sulla carta. Pietro tentò di conquistare posizioni di potere a Milano per attuare le riforme teorizzate, entrando anche nel Supremo Consiglio dell’Economia.

Con la morte di Maria Teresa d’Austria e la salita al trono di suo figlio Giuseppe II, lo spazio per le riforme a Milano però si chiuse. Verri ritornò in auge con l’arrivo di Napoleone e la nascita della Repubblica Cisalpina, anche se morì nel giugno dello stesso anno.

Nei suoi libri si occupò anche del piacere e del dolore – con parole che avrebbero influenzato sia Giacomo Leopardi che Arthur Schopenhauer –, oltre che della tortura. Proprio quest’ultimo tema fu d’ispirazione a Beccaria per il suo Dei delitti e delle pene.

Pare infine che un suo fratello minore, Giovanni, possa essere il padre naturale di Alessandro Manzoni, di cui dunque Pietro sarebbe stato lo zio.

 

3. Giuseppe Parini

Collega e concittadino di Verri fu Giuseppe Parini, un personaggio che noi conosciamo soprattutto come letterato, ma che fu anche abate e, a suo modo, filosofo. Nato nel 1729 a Bosisio, nell’attuale provincia di Lecco, da una famiglia di mercanti di stoffe, studiò anch’egli dai barnabiti.

Giuseppe Parini

Il successo di una prima raccolta poetica gli permise di essere ammesso nell’Accademia dei Trasformati e, tramite essa, avvicinarsi agli intellettuali milanesi.

 
Questo però non gli permetteva ancora di mantenersi. Si fece così ordinare sacerdote ed entrò, come precettore, a servizio del duca Gabrio Serbelloni per educarne il figlio, Gian Galeazzo. Da lì sarebbe stato cacciato dopo 8 anni, per aver difeso una ragazza schiaffeggiata dalla contessa, e sarebbe passato al servizio degli Imbonati.

L’esperienza con queste famiglie gli permise di studiare i costumi della nobiltà e i suoi vizi, ma anche di venire a contatto con i fermenti filosofici francesi.

Illuminista nei concetti, tradizionale nella forma

Il grande successo arrivò con il poema Il giorno, in cui satireggiava proprio quella classe sociale. Quel lavoro gli procurò la protezione del governo austriaco, che lo nominò poeta ufficiale del Regio Ducale Teatro. Ottenne inoltre anche la cattedra di eloquenza alle Scuole Palatine e la direzione della Gazzetta di Milano.

Oltre a vari poemi e opere teatrali, si dedicò alla composizione delle Odi, in cui emergono i suoi interessi illuministi: vi si trova l’esaltazione della scienza e l’ideale di una società migliorabile e da migliorare.

Quest’ansia di rinnovamento trovò sfogo anche nella riforma delle scuole inferiori, che a Milano fu affidata quasi completamente al Parini. Sempre legato al dispotismo illuminato di matrice austriaca, non fu felice dell’arrivo a Milano dei francesi di Napoleone, a cui rimproverava lo spargimento di sangue.

D’altronde, se i temi delle sue poesie furono legati pienamente a ideali illuministici, la forma era ancora quella arcadica. E in un certo senso il suo stile ancora tradizionale è in continuità con le sue posizioni, che si fecero più moderate con l’avanzare dell’età.

 

4. Cesare Beccaria

Concludiamo il cerchio degli illuministi milanesi con Cesare Beccaria. Marchese, imparentato coi Visconti, Beccaria nacque a Milano nel 1738 e studiò poi a Parma e Pavia. La prima scossa della sua vita arrivò quando decise di sposare una sedicenne contro il volere paterno.

Cesare BeccariaCacciato di casa, fu accolto e mantenuto per un certo periodo da Pietro Verri, mentre dalla moglie ebbe quattro figli, una sola giunta in età adulta: quella Giulia Beccaria che divenne madre di Alessandro Manzoni.

La vicinanza con Verri lo introdusse agli ideali illuministici, che si rafforzarono con la lettura delle Lettere persiane di Montesquieu. Proprio l’unione delle influenze francesi e milanesi lo spinse a creare la sua opera più importante, Dei delitti e delle pene, pubblicata nel 1764.

 
Il libro ebbe subito un successo insperato: Diderot collaborò alla traduzione in francese, Thomas Jefferson la lesse direttamente in italiano, Voltaire la elogiò più volte pubblicamente. Inoltre l’opera fu messa all’Indice dei libri proibiti, cosa che per gli illuministi era un punto d’onore.

Il giurista che influenzò mezza Europa

Nel testo, Beccaria si scagliava contro la tortura e la pena di morte, ritenendole pratiche infami e soprattutto inutili nella lotta contro il crimine.

E proprio quest’analisi pragmatica più che morale – intenta cioè a dimostrare l’inefficacia più che l’immoralità di certe pratiche – fece il successo dell’opera, perfetta in un’epoca in cui si cercava di raggiungere l’obiettivo col minimo sforzo. Importanti, inoltre, le sue parole sul carcere preventivo e sulla natura della pena.

Poco propenso ai rapporti sociali, viaggiò in Francia, anche se controvoglia, e tornò il prima possibile a Milano, non coltivando quelle relazioni che gli avrebbero consentito di sfondare definitivamente.

In compenso, il governo austriaco gli diede ampie responsabilità in città, come la direzione del già citato Supremo Consiglio dell’Economia. In questo ruolo promosse una grande riforma dei pesi e delle misure, introducendo il più razionale sistema metrico decimale.

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5. Francesco Mario Pagano

Oltre alla scuola milanese, di cui abbiamo già parlato ampiamente, ce ne fu un’altra, in Italia, degna di rilievo in epoca illuministica: quella napoletana. E il più importante esponente di questa scuola fu Francesco Mario Pagano.

Il napoletano Mario PaganoNato in Basilicata nel 1748, si stabilì a Napoli durante l’adolescenza. Qui si laureò in giurisprudenza e divenne allievo di Antonio Genovesi e amico di Gaetano Filangeri, altri due grandi illuministi della città partenopea.

All’Università cominciò a insegnare prima etica e poi diritto criminale, mentre divenne un principe del foro in città. In questa veste difese vari esponenti di congiure antiborboniche, cosa che lo costrinse presto a scappare e a rifugiarsi a Roma.

 
Dopo alcune peregrinazioni, ritornò a Napoli nel 1799, da poco trasformata dai francesi in una Repubblica. Poté così dirigere per qualche mese le riforme del nuovo stato, preparando una nuova Costituzione, che prevedeva l’abolizione delle servitù feudali e della tortura, oltre che varie razionalizzazioni amministrative.

La fine della Repubblica Partenopea

La Repubblica Partenopea ebbe però vita brevissima. I Borbone riuscirono infatti a riprendere il potere e Pagano fu arrestato dopo aver combattuto coi suoi compagni. Incarcerato, fu quasi subito condannato a morte per impiccagione.

In suo favore intervennero anche vari regnanti europei, tra cui lo zar Paolo I, che chiesero clemenza al re vista la caratura di intellettuale del condannato. Ma le richieste rimasero inascoltate e il giurista fu impiccato nell’ottobre del 1799.

Celebre per le sue arringhe e per le sue orazioni, Pagano già in vita era soprannominato il “Platone di Napoli”. La sua riflessione filosofica si trova in maniera compiuta nell’opera Saggi politici de’ principii, progressi e decadenza della società, un trattato in tre volumi in cui emergono le sue idee progressiste e, in certi versi, anticipatrici anche del Positivismo.

 

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