Cinque importanti film sull’omofobia

Una scena da I segreti di Brokeback Mountain

Negli ultimi anni l’omofobia è diventata un argomento, finalmente, di grande attualità. Proposte di legge, campagne di sensibilizzazione e purtroppo anche drammatici fatti di cronaca hanno portato all’attenzione dell’opinione pubblica un insieme di pratiche e pregiudizi che non nascono certo oggi ma affondano le loro radici in secoli e secoli di intolleranza, pratiche e pregiudizi che però gradualmente cominciano ad essere sempre più, se non emendati dalla società, quantomeno esposti all’analisi pubblica.

Ruolo non indifferente in questo nuovo processo di presa di coscienza l’hanno avuto, come spesso accade in quest’epoca visiva, anche i film e in particolare alcune pellicole uscite negli ultimi vent’anni, che hanno saputo scuotere gli animi e portare alla luce forme più o meno gravi di discriminazione a cui la comunità omosessuale è stata ed è ancora spesso sottoposta. Visto che queste pellicole cominciano ad essere tante e spesso sono di ottima fattura, vi presentiamo un primo elenco di cinque importanti film sull’omofobia, che vi invitiamo casomai ad integrare nei commenti.

 

Philadelphia

Il pregiudizio contro l’omosessualità e la malattia

Se gli anni Ottanta sono stati il periodo in cui l’AIDS è comparso sulle scene, mietendo vittime comuni e famose, gli anni Novanta sono stati quelli in cui finalmente si è iniziato a prendere consapevolezza di come questa malattia distruggesse le vite delle persone coinvolte non solo per il dolore in sé della morte, ma anche per il pregiudizio che vi si accompagnava: infatti – come emerge pure nel recente Dallas Buyers Club, su cui avremo modo di tornare – l’AIDS è stato ritenuto per molto tempo una malattia limitata all’ambiente omosessuale, con qualcuno che parlava perfino di “punizione divina” e che approfittava della situazione per rendere più forti le proprie posizioni omofobe, unendo la discriminazione sessuale a quella che storicamente si riserva ai portatori di malattie infettive.

Forse la prima pellicola che in questo panorama così incerto riuscì ad affrontare il problema di petto fu Philadelphia, importante film diretto da Jonathan Demme nel 1993 e interpretato in maniera magistrale da Tom Hanks (premiato con Oscar, Golden Globe e Orso d’oro a Berlino) e Denzel Washington.

Scritto dallo sceneggiatore e attivista gay Ron Nyswaner, il film racconta la storia dell’avvocato di successo Andrew Beckett, licenziato dal proprio studio a causa della malattia, che, con l’aiuto del collega Joe Miller, inizialmente riluttante, fa ricorso contro l’ingiusto licenziamento, vincendo la causa solo dopo la propria morte.

Oltre ai due attori protagonisti, che dopo questo film videro la loro carriera decollare (Washington aveva già vinto un Oscar, ma era al primo ruolo da protagonista in una grossa produzione, mentre Hanks avrebbe bissato l’Academy Award l’anno successivo con Forrest Gump), faceva il suo esordio americano anche un giovane Antonio Banderas, che interpretava per brevi scene il ruolo del compagno di Tom Hanks.

 

Boys Don’t Cry

La transfobia in una storia vera

Purtroppo, la discriminazione che riguarda le preferenze sessuali non dà solo problemi lavorativi né è limitata alla pura e semplice omofobia; nel corso dei decenni, anzi, l’umanità pare aver trovato, invece che nuovi modi per accettare ed apprezzare la diversità e la varietà, nuove modalità per tormentarla e usarle contro violenza. Boys Don’t Cry, bel film del 1999 diretto dall’allora esordiente Kimberly Peirce, è infatti la drammatizzazione di una storia vera che coinvolge transfobia (il pregiudizio verso i transessuali), violenza sessuale e cronaca nera.

Finanziato con un budget piuttosto ridotto ma presto assurto a pellicola di culto, il film racconta la triste sorte di Brandon Teena, nato femmina col nome di Teena Brandon ma presto passato a un’identità maschile, invertendo nome e cognome: trasferitosi in una cittadina del Nebraska poco più che ventenne, Brandon nascose la propria condizione di transgender e cominciò a stringere alcune amicizie con la gente del posto; l’emergere però della sua storia passata finì per scatenare il pregiudizio di alcuni uomini della zona – un pregiudizio che si mescolava con gelosia e attrazione fisica – che prima lo violentarono e poi finirono addirittura per ucciderlo.

Primo ruolo importante per la venticinquenne Hilary Swank, che avrebbe così guadagnato a sorpresa un premio Oscar ed un Golden Globe, era interpretato anche da Chloë Sevigny e Peter Sarsgaard, entrambi poco più che esordienti ma destinati ad un’altrettanto rosea carriera. Particolare da non sottovalutare è il fatto che Teena fu ucciso appena sei anni prima della realizzazione del film, nel 1993, in un tempo quindi molto vicino al nostro e non in un’epoca remota e lontana come verrebbe da pensare davanti a storie così raccapriccianti e ignobili.

Varie polemiche sono sorte, negli anni, attorno alla trama raccontata nella pellicola da parte di alcuni sopravvissuti a quegli avvenimenti, che hanno cercato di definire meglio i contorni della storia o di difendere il loro ruolo avuto nella vicenda, ma la pellicola ha comunque rappresentato un passo importante in un processo di generale denuncia dei cosiddetti “crimini dell’odio” che si stava realizzando in quegli anni per la prima volta in America; i due assassini di Brandon Teena sono ora in carcere, uno dei quali nel braccio della morte.

 

I segreti di Brokeback Mountain

Il primo bacio, il primo premio al film

Come abbiamo visto, negli anni Novanta tutto sommato i film di denuncia sugli abusi contro gli omosessuali o più in generale le persone LGBT non mancavano, né mancava l’attenzione verso questo genere di pellicole: anche solo limitandoci alle prime due che abbiamo presentato, ci sono due premi Oscar attribuiti ai due protagonisti, Tom Hanks e Hilary Swank, nonché una miriade di altri riconoscimenti ed elogi.

C’era, però, un limite in tutto questo: da un lato, il premio all’attore che interpretava una persona non eterosessuale sembrava quasi sottolineare la diversità di quei personaggi, quasi servisse una grande prova recitativa per rendere al meglio una personalità che poteva apparire come esageratamente complessa e anomala; dall’altro, mancavano ancora dei tasselli importanti al mosaico, come la rappresentazione di scene d’amore tra maschi, spesso sottintese ma mai mostrate, o ad esempio anche l’assegnazione di un riconoscimento più importante del semplice premio all’attore.

Questi due tasselli in particolare sono stati aggiunti al mosaico nel 2005 grazie al film di Ang Lee I segreti di Brokeback Mountain, che ha ottenuto il Golden Globe per il miglior film e l’Oscar per la regia – oltre al BAFTA, al Leone d’Oro a Venezia e a numerosi altri riconoscimenti – e ha presentato alcune scene di effusioni anche sessuali tra i due protagonisti maschili della pellicola, Heath Ledger e Jake Gyllenhaal.

Tratto da un racconto di Annie Proulx (pubblicato proprio su quel New Yorker di cui abbiamo parlato appena ieri), il film ha avuto una genesi molto lenta, dovuta anche alla difficoltà a trovare membri del cast che volessero imbarcarsi in un progetto così rischioso e che avrebbe sicuramente suscitato polemiche; la scelta di Ang Lee, regista orientale che però era molto duttile e aveva già in parte affrontato il tema dell’omosessualità, e dei due protagonisti, giovani in cerca della parte giusta per fare il salto definitivo ad Hollywood, si rivelò azzeccata e la pellicola fu accolta da critiche entusiastiche, anche se in certe parti del mondo e degli Stati Uniti (ma pure alla sua prima messa in onda sulla TV italiana) la pellicola fu censurata.

 

Milk

Il primo politico dichiaratamente gay eletto a una carica pubblica

A ripercorrere la storia dei film contro l’omofobia pare quasi di intraprendere un percorso di sempre maggior consapevolezza. Siamo partiti, infatti, da pellicole che il problema lo affrontavano in maniera laterale, partendo da questioni lavorative o da fatti di cronaca nera; siamo poi arrivati, con I segreti di Brokeback Mountain, ad affrontare la semplicità di una storia d’amore difficile senza bisogno che ci fossero di mezzo licenziamenti o omicidi, ed ora facciamo un passo ulteriore attivando la dimensione politica della questione con Milk, film di Gus Van Sant del 2008.

Van Sant, da molti anni apprezzato cineasta dallo spirito libero, è un dichiarato omosessuale e da tempo meditava di dirigere un nuovo film sull’omofobia dopo il suo esordio con Mala Noche: non a caso, era stato uno dei primi registi a lavorare sull’idea di realizzare I segreti di Brokeback Mountain, ma aveva poi abbandonato il progetto in seguito al rifiuto di alcuni attori contattati; l’occasione per riprovarci arrivò quando gli finì tra le mani una sceneggiatura realizzata da un altro attivista gay, Dustin Lance Black, che dopo anni di ricerche aveva creato un copione sulla vita di Harvey Milk, il primo consigliere comunale dichiaratamente omosessuale della storia degli Stati Uniti, ucciso a San Francisco nel 1978.

Il film, interpretato da Sean Penn, Emile Hirsch, Josh Brolin e James Franco, ripercorre infatti gli ultimi anni della vita di Milk, un assicuratore newyorkese che nel 1970 decise di trasferirsi col proprio compagno in California, desideroso di trovare un clima più tollerante; a San Francisco, nel quartiere Castro, aprì un negozio di fotografia e man mano diventò il capofila della vivace comunità LGBT della zona, decidendo di candidarsi alla carica di consigliere comunale ma riuscendoci solo al quarto tentativo.

Pochi mesi dopo l’elezione fu ucciso, assieme al sindaco della città George Moscone, dall’ex collega conservatore Dan White, col quale aveva avuto alcuni scontri politici in precedenza. Il film è stato premiato con due Oscar, a Sean Penn e allo sceneggiatore Dustin Lance Black.

 

Dallas Buyers Club

Un progetto invecchiato quasi vent’anni

Concludiamo con la storia recente e con Dallas Buyers Club, la pellicola di Jean-Marc Vallée recentemente premiata agli Oscar col doppio riconoscimento a Matthew McConaughey e Jared Leto, della quale abbiamo già parlato quando abbiamo presentato i vostri film preferiti dell’ultimo periodo.

Anche in questo caso, il premio è andato ad attori che hanno saputo calarsi nella parte estrema e drammatica di due malati di AIDS, ma per una volta ci sembra che il plauso non sia venuto solo per la perdita di chili o la metamorfosi scenica, ma anche nel caso di McConaughey per la capacità di interpretare un omofobo che si scopre malato della stessa malattia che lui attribuiva solo ai gay, malattia che lo porta a una condizione che inevitabilmente lo condurrà a riconsiderare le sue posizioni, e nel caso di Leto per la capacità di rappresentare realisticamente la vita e le difficoltà di un transgender.

Apprezzato sia dalla critica che dal pubblico, anche questo film è tratto da una storia vera e anche in questo caso la produzione è stata particolarmente difficile: Craig Borten, uno dei due sceneggiatori finali, si iniziò ad interessare alla vicenda di Ron Woodroof nel 1992, riuscendo a intervistarlo e ad aver accesso ai suoi diari un mese prima della sua scomparsa. Da lì nacque un primo copione, che Borten, giovane ed esordiente, mandò in giro per gli studios già a partire dalla metà degli anni Novanta; il progetto fu a lungo snobbato, anche se ad un certo punto si ventilò l’ipotesi prima di un film diretto da Dennis Hopper e interpretato da Woody Harrelson, poi di uno con Marc Forster come regista e Brad Pitt come protagonista: in entrambi i casi però il progetto naufragò presto.

A fine anni Duemila il copione, ormai un “veterano” sulle scrivanie dei produttori, fu ripreso in mano: prima fu considerato Ryan Gosling per il ruolo di Woodroof, ma poi gli fu preferito McConaughey, che anche secondo la sorella del vero Ron assomigliava maggiormente, per fisico e personalità, al defunto fratello. Il copione finale fu riscritto assieme all’esperta Melisa Wallack e ha ottenuto una candidatura agli Oscar.

 

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