Cinque importanti film sulla mafia italiani

Cinque importanti film sulla mafia realizzati in Italia

 
Il cinema ha il grande potere di saper parlare a tutti: più dei libri – che sono letti da un’esigua minoranza della popolazione –, più degli articoli di giornale, i film hanno il sacro potere di risvegliare le coscienze, aprire gli occhi e far conoscere, spesso tramite un’opera di fiction, a volte tramite una forma più documentaristica.

Così, anche certe questioni politiche o sociali sono spesso state affrontate meglio dai cineasti che dai sociologi, dagli attori che dai politici: prova di questo, almeno nel nostro paese, sono i film sulla mafia, che con fatica ma anche con coraggio hanno saputo negli anni scardinare in maniera sempre più forte il muro di omertà che circondava – e in parte ancora circonda – le organizzazioni criminali in Sicilia e nel resto d’Italia.


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Come ben sa chi ha letto Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia, fino agli anni ’60 la mafia non era riconosciuta dal governo, negata in Sicilia come a Roma; la mafia, semplicemente, non esisteva, e il lento ma progressivo disvelamento di quella che era invece un’organizzazione ben collaudata e potentissima avvenne sia con i libri proprio di Sciascia, ma anche con alcune pellicole cinematografiche, e in particolare i film di Francesco Rosi.

Poi, dagli anni ’90 ai giorni nostri, quando si è finalmente capito che la mafia era un cancro da combattere (e sono crollati i poteri politici che quella stessa mafia la proteggevano), è stato tutto un fiorire di pellicole più o meno riuscite che hanno mostrato, denunciato, attaccato. Scopriamo dunque insieme quali sono i cinque film sulla mafia italiani più rilevanti.

 

Salvatore Giuliano

Banditi, carabinieri e potere politico nella Sicilia del dopoguerra

Salvatore Giuliano, storico film sulla mafia di Francesco RosiSicuramente, il cinema d’inchiesta in Italia deve moltissimo a Francesco Rosi, il novantaquattrenne regista napoletano che, di fatto, l’ha creato e l’ha fatto crescere. Già nei suoi esordi come sceneggiatore, infatti, è evidente l’amore per la legalità, il desiderio di lottare contro la criminalità organizzata e soprattutto contro tutte quelle connivenze che fanno sì che le organizzazioni malavitose proliferino e durino a lungo: basti pensare a Processo alla città, film storico del 1952.

Negli anni ’50 – dopo aver collaborato anche con Luchino Visconti – Rosi poté così esordire alla regia, ma fu soprattutto negli anni ’60 che cominciò a farsi notare e a guadagnare consensi, grazie proprio al filone del film-inchiesta inaugurato con Salvatore Giuliano, primo di una serie di suoi film dedicati alla mafia (gli altri sono Il caso Mattei, che tocca la questione mafiosa insieme a molte altre, Lucky Luciano e Dimenticare Palermo).

La pellicola, uscita nel 1962, fu presentata al Festival di Berlino, conquistando l’Orso d’Argento, cioè il premio per la miglior regia, oltre a tre Nastri d’Argento e a numerosi altri riconoscimenti; la storia, messa in scena con attori non professionisti presi tra la popolazione locale, è quella del bandito Salvatore Giuliano, che tra il 1945 e il 1950 si rese protagonista di alcune situazioni poco chiare della storia della Sicilia del dopoguerra, mescolando le proprie azioni illegali agli interessi prima degli indipendentisti siciliani, poi della mafia e dei partiti di governo, fino alla sua uccisione per mano del suo stesso luogotenente.

Alternando scene ambientate dopo la morte del bandito ad altre che, con la tecnica del flashback, ripercorrono le sue gesta e i coni d’ombra dei suoi attentati, il film costruisce un durissimo atto d’accusa nei confronti dei carabinieri che agivano in Sicilia in quegli anni, di alcuni partiti e, ovviamente, della mafia, che sfruttarono la banda di Giuliano per compiere veri e propri omicidi politici (come la strage di Portella della Ginestra, in cui vennero assassinati numerosi manifestanti delle forze di sinistra); e, contemporaneamente, una testimonianza dell’impotenza del sistema giudiziario, incapace di scardinare queste alleanze e ritorsioni.

 

Johnny Stecchino

La commedia che scherzava sulla mafia e sui pentiti

Johnny Stecchino di Roberto BenigniQuella di Francesco Rosi è stata a lungo una voce più unica che rara nel panorama del cinema italiano: solo lui osava parlare di certi argomenti, osava sfidare la politica e il sentire comune, denunciando le storture nascoste del nostro sistema. A partire dagli anni ’90, come anticipavamo in apertura, però anche altri registi hanno preso ad affrontare il tema mafioso, spinti dal successo da una parte delle varie miniserie televisive de La piovra e dall’altra degli omologhi film americani. Paradossalmente, però, il primo film che riportò l’attenzione sulla malavita organizzata siciliana non fu una pellicola drammatica o documentaristica, ma una commedia: Johnny Stecchino di Roberto Benigni.

L’attore e comico toscano aveva avuto negli anni Ottanta una carriera di tutto rispetto: sbarcato in TV grazie a Pippo Baudo e a Renzo Arbore, aveva stupito il pubblico italiano per la sua irriverenza e la sua esuberanza, oltre che per la capacità di prendere in giro anche i mostri sacri (dal papa ai politici).


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Al cinema aveva recitato in pellicole di Giuseppe Bertolucci e di Renzo Arbore, esordendo dietro alla macchina da presa con Tu mi turbi nel 1983 (film che segnò anche l’incontro con Nicoletta Braschi), a cui avrebbe fatto seguire Non ci resta che piangere (con Massimo Troisi). Ma fu l’incontro con Vincenzo Cerami a cambiarne la carriera, per la capacità dello sceneggiatore romano di dare più profondità alle storie del vulcanico comico toscano. Nel 1988 iniziò così la scalata al successo, partendo da Il piccolo diavolo e continuando, nel 1991, con appunto Johnny Stecchino.

L’idea del film era quella dello scambio di persona: l’ingenuo Dante, infatti, veniva fatto arrivare a Palermo in quanto sosia di un boss mafioso pentito (Johnny Stecchino, per l’appunto, che doveva il suo nome a un omaggio ad A qualcuno piace caldo), non capendo per nulla i meccanismi della criminalità organizzata e dando vita a una serie di equivoci decisamente esilaranti. Non a caso, è rimasta negli annali la scena che potete gustare anche qui di seguito, in cui un bravissimo Paolo Bonacelli spiegava a Benigni le piaghe della città di Palermo. Il film fece registrare un grande successo al botteghino (fu il più visto dell’anno), anche se la critica fu all’epoca ancora tiepida nei confronti del giullare aretino.

 

I cento passi

Peppino Impastato interpretato da Luigi Lo Cascio

I cento passi di Marco Tullio GiordanaArriviamo ai film di denuncia più recenti, tutti contraddistinti da un diverso modo di porsi di fronte alla mafia: negli ultimi anni, infatti, la necessità non è più stata quella di denunciare ciò che nessuno sapeva, né di sdrammatizzare il problema dell’omertà, quanto quella di raccontare delle storie di martiri o di persone che contro la mafia hanno lottato in prima persona, in modo da stimolare, nel pubblico, un senso di indignazione e una spinta all’azione. Ora che la mafia la si conosceva, insomma, era arrivato il momento di combatterla.

Questa è, mi pare, la filosofia di fondo de I cento passi, bel film di Marco Tullio Giordana del 2000 che aiutò enormemente la carriera del regista milanese (lanciandolo verso La meglio gioventù, Romanzo di una strage ed altre produzioni di grande successo) ma soprattutto dell’attore protagonista, Luigi Lo Cascio. Quest’ultimo, palermitano di nascita, si era diplomato nei primi anni ’90 all’Accademia Nazionale “Silvio D’Amico”, lavorando però da quel momento in poi solo in teatro: I cento passi fu così, a trentadue anni, il suo esordio cinematografico che l’avrebbe portato a una carriera piena di successi, coronata anche col David di Donatello, il Nastro d’Argento e la Coppa Volpi.


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La storia messa in scena è quella – vera ma all’epoca poco nota – di Peppino Impastato, ragazzo di Cinisi che, cresciuto in una famiglia mafiosa, se ne distaccò, fondando negli anni ’70 una radio in cui denunciava abitualmente il malaffare della mafia, di quelle stesse famiglie che vivevano, letteralmente, a cento passi da casa sua; una storia destinata a concludersi, come troppo spesso in situazioni come questa, con l’assassinio del giovane Peppino e con l’insabbiamento delle relative indagini, archiviate come suicidio per molti anni, fino a quando non si è fatta finalmente giustizia.

La pellicola, partita con un budget di certo non imponente, ottenne un grande successo di pubblico e soprattutto di critica, contribuendo di molto a rilanciare il tema dei delitti di mafia e della testimonianza di alcuni eroici martiri. Non a caso arrivarono cinque David di Donatello, un premio per la miglior sceneggiatura a Venezia e addirittura una nomination ai Golden Globe come miglior film straniero.

 

Alla luce del sole

Il martirio di don Pino Puglisi

Alla luce del sole, film dedicato alla vicenda di don Pino PuglisiSullo stesso solco tracciato da I cento passi si inserisce anche Alla luce del sole, bel film del 2005 diretto da Roberto Faenza e incentrato sulla vicenda umana di don Pino Puglisi. Anche in questo caso si tratta di una pellicola dedicata a uno dei martiri forse meno noti della mafia, perché non un’alta figura istituzionale come erano Dalla Chiesa, Falcone o Borsellino; ma in questo caso il titolo di “martire” non è solo da intendersi in senso laico, bensì anche religioso, visto che Puglisi circa un anno e mezzo fa è stato proclamato beato dalla Chiesa cattolica.

Il prete siciliano, classe 1937, aveva lavorato già negli anni ’60, ’70 e ’80 in provincia di Palermo, occupandosi soprattutto di giovani ma anche combattendo in prima linea contro le faide mafiose; fu però nel 1990, quando fu nominato parroco nel quartiere Brancaccio di Palermo, che la sua attività si fece più intensa. Dopo varie omelie contro la mafia e soprattutto dopo essersi adoperato per togliere i ragazzini – quelli che di solito diventavano la prima manovalanza della malavita locale – dalla strada, venne freddato nel settembre del 1993 davanti alla sua abitazione.

Il film è scritto e diretto da Roberto Faenza, un altro dei registi della nostra tradizione di impegno civile (dopo essersi fatto conoscere sul finire degli anni ’70 col documentario Forza Italia!, ha firmato negli anni anche Jona che visse nella balena e Sostiene Pereira, oltre a Prendimi l’anima e Un giorno questo dolore ti sarà utile, film di indagine psicologica), mentre il protagonista è Luca Zingaretti.

Proprio Zingaretti era, allora come oggi, molto noto per il personaggio di un altro siciliano, quello del commissario Montalbano di Andrea Camilleri; un personaggio che ha consentito all’attore romano di immergersi nella parlata siciliana e anche, di tanto in tanto, di affrontare tematiche mafiose, ma che qui viene completamente dimenticato, in favore di un ritratto verosimile di un uomo sì coraggioso ed eroico, ma con le parole e con l’esempio più che con le azioni.

 

La mafia uccide solo d’estate

Pif e l’impatto della malavita sui palermitani degli anni ’80 e ’90

La mafia uccide solo d'estate, bel film di PifConcludiamo col più recente dei film di mafia, l’originale e apprezzato La mafia uccide solo d’estate che Pif (al secolo Pierfrancesco Diliberto) ha mandato nelle sale nel 2013, sorprendendo pubblico e critica, che forse non si aspettavano un’opera così matura da un ragazzo cresciuto – almeno apparentemente – su Le iene e su MTV.

Diliberto, d’altro canto, è uno che la mafia l’ha vissuta come molti palermitani sulla propria pelle, e ha imparato a conoscerla e a raccontarla: classe 1972, figlio del regista Maurizio, Pif è stato tra l’altro anche assistente di Marco Tullio Giordana proprio durante la lavorazione de I cento passi, oltre ad aver destato una certa sensazione coi suoi interventi alla Leopolda di Firenze in cui attaccò fortemente il PD, e parte della sua classe dirigente, per certi suoi atteggiamenti nei confronti della questione mafiosa.

Il film racconta la storia di Arturo, un bambino un po’ particolare (la prima parola che pronuncia, da infante, è “mafia”, per uno strano caso manifesta una sorta di passione per Giulio Andreotti, che diventa il suo mito, e ha il particolare dono di capire al volo quando una persona appartiene ad una cosca) che crescendo si innamora di una compagna di scuola, Flora, tentando nel frattempo di coronare il sogno di diventare giornalista nella Palermo delle stragi mafiose.

La pellicola, come detto, ha sorpreso un po’ tutti; sia perché il talento di Pif, ben congegnato per il mezzo televisivo, non era detto che potesse funzionare allo stesso modo anche al cinema, sia perché è ben difficile mescolare commedia e dramma all’interno di un film sulla mafia. Pif ci è invece riuscito, come certificano anche le parole di Pietro Grasso, presidente del Senato e già procuratore di Palermo e capo della Direzione Nazionale Antimafia, che l’ha definito il miglior film sul tema della mafia che abbia mai visto.

 

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