Cinque importanti frasi tratte da Sorvegliare e punire di Michel Foucault

Il Panopticon pensato da Jeremy Bentham e ripreso da Michel Foucault in Sorvegliare e punire

Sorvegliare e punire è probabilmente l’opera più nota di Michel Foucault, filosofo, storico e psicologo francese la cui influenza sul pensiero e sulla cultura occidentale fu particolarmente forte negli anni ’70. In quel libro – che proseguiva un percorso cominciato parecchi anni prima e che aveva preso avvio dallo studio della follia – lo scrittore transalpino cercava di tracciare una storia della nascita della prigione, delineando in particolare le modalità (e gli scopi) che avevano segnato il passaggio dal supplizio, fondamentale pena a cui i condannati venivano sottoposti fino al Settecento, alla prigione moderna.

Ma non era solo del carcere che Foucault, con quel libro, aveva intenzione di parlare: la sua disanima, infatti, finiva per toccare ben presto tutte le forme di disciplina, tutte le istituzioni che avevano come scopo l’irreggimentazione della società, dall’esercito alla scuola. E proprio il suo atto d’accusa verso l’istituzione scolastica avrebbe avuto grande successo, ripresa da un movimento studentesco che contro quell’apparato disciplinare aveva intenzione di scagliarsi. Il saggio di Foucault, però, è molto più ampio e articolato di quanto il suo successo possa spiegare: ripercorriamolo, attraverso cinque tra le citazioni più significative e un breve riassunto del suo contenuto.


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Un’anima che nasce dalle procedure di punizione

Violare e contenere il corpo

Grande peso, nel saggio, l’ha ad esempio l’analisi del corpo. Proprio la corporeità, infatti, è probabilmente l’elemento su cui Foucault insiste di più, convinto com’è che lo scopo ultimo dell’ideologia borghese che è diventata dominante dopo la Rivoluzione francese sia quello di violare e contenere il corpo, dandogli spazi, tempi e modi molto limitati entro cui potersi esprimere. Non è un caso che il simbolo di tutto il sistema carcerario moderno venga individuato nel Panopticon ipotizzato da Jeremy Bentham nel 1791: un edificio in cui il sorvegliante può continuamente osservare tutti i detenuti senza far sapere loro se e quando siano sotto osservazione. Da qui deriva anche l’idea che l’anima, sempre più negata dai filosofi materialisti, sia in realtà l’effetto proprio di questo potere, un involucro creato dalle procedure stesse di punizione e sorveglianza.

Non bisognerebbe dire che l’anima è un’illusione, o un effetto ideologico. Ma che esiste, che ha una realtà, che viene prodotta in permanenza, intorno, alla superficie, all’interno del corpo, mediante il funzionamento di un potere che si esercita su coloro che vengono puniti – in modo più generale su quelli che vengono sorvegliati, addestrati, corretti, sui pazzi, i bambini, gli scolari, i colonizzati, su quelli che vengono legati ad un apparato di produzione e controllo lungo tutta la loro esistenza. Realtà storica di quest’anima, che, a differenza dell’anima rappresentata dalla teologia cristiana, non nasce fallibile e punibile, ma nasce piuttosto dalle procedure di punizione, di sorveglianza, di castigo, di costrizione.

 

L’anima, prigione del corpo

Il supplizio di Robert-François Damiens

Il rapporto tra corpo e società verrà ripreso da Foucault anche in molti suoi lavori successivi: basti pensare alla sua Storia della sessualità, un’opera molto vasta che pubblicherà in tre diversi volumi (La volontà di sapere, uscito già l’anno dopo di Sorvegliare e punireL’uso dei piaceriLa cura di sé) e che ne accompagnerà gli ultimi anni di vita e di ricerca. E non è neppure casuale che il nostro saggio si apra con il racconto del tremendo supplizio a cui fu sottoposto Robert-François Damiens, processato per tentato regicidio nel 1757: perché il corpo e come il corpo fosse prima martoriato e poi controllato è al centro di tutta la procedura della nascita della prigione. Da qui, il paradossale rovesciamento a cui giunge Foucault: non è vero – come dicevano gli antichi, da Pitagora in poi – che il corpo sia la prigione dell’anima, quanto piuttosto che l’anima sia la prigione del corpo.

L’uomo di cui ci parlano e che siamo invitati a liberare è già in se stesso l’effetto di un assoggettamento ben più profondo di lui. Un’«anima» lo abita e lo conduce all’esistenza, che è essa stessa un elemento della signoria che il potere esercita sul corpo. L’anima, effetto e strumento di una anatomia politica; l’anima, prigione del corpo.

 

La morte-supplizio come arte di trattenere la vita

Sul patibolo nel 1757

Soffermiamoci un altro attimo sull’esecuzione di Damiens, che Foucault usa come termine di paragone per evidenziare il passaggio dalla punizione antica a quella moderna. Le parole con cui viene presentata, desunte dalle cronache d’epoca, non lasciano molto spazio all’immaginazione: «Damiens era stato condannato […], doveva essere condotto e posto dentro una carretta a due ruote, nudo, in camicia, tenendo una torcia di cera ardente del peso di due libbre; poi […] su un patibolo […] tanagliato alle mammelle, braccia, cosce e grasso delle gambe, la mano destra tenente in essa il coltello con cui ha commesso il detto parricidio bruciata con fuoco di zolfo e sui posti dove sarà tanagliato, sarà gettato piombo fuso, olio bollente, pece bollente, cera e zolfo fusi insieme e in seguito il suo corpo tirato e smembrato da quattro cavalli e le sue membra e il suo corpo consumati dal fuoco, ridotti in cenere e le sue ceneri gettate al vento. Alla fine venne squartato […]. Quest’ultima operazione fu molto lunga, perché i cavalli di cui ci si serviva non erano abituati a tirare; di modo che al posto di quattro, bisognò metterne sei; e ciò non bastando ancora, si fu obbligati, per smembrare le cosce del disgraziato a tagliargli i nervi e a troncargli le giunture con la scure…».

[…] la morte è un supplizio nella misura in cui non è semplicemente privazione del diritto di vivere, ma occasione e termine di una calcolata graduazione di sofferenze: dalla decapitazione – che le riconduce tutte ad un sol gesto e in un solo istante: il grado zero del supplizio – fino allo squartamento che le porta quasi all’infinito, passando per l’impiccagione, il rogo, la ruota sulla quale si agonizza lungamente; la morte-supplizio è l’arte di trattenere la vita nella sofferenza, suddividendola in «mille morti» e ottenendo, prima che l’esistenza cessi, «the most exquisites agonies». Il supplizio riposa su tutta un’arte quantitativa della sofferenza.

 

La disciplina come garanzia di sottomissione

La prigione, la scuola, l’esercito

La tesi di fondo del libro è che tra Settecento e Ottocento la borghesia abbia preso le redini del mondo occidentale non solo dal punto di vista politico, ma anche da quello punitivo e coercitivo. Questo è potuto avvenire grazie a una poderosa riforma in primo luogo del sistema giuridico, e poi, a cascata, di tutte le istituzioni che organizzavano e organizzano tutt’oggi la società. Così, se da un lato la borghesia scriveva costituzioni in cui esaltava l’uguaglianza di tutti i cittadini, di fatto creava dei sistemi per rendere quell’uguaglianza inefficace: il carcere, la scuola, l’esercito diventavano luoghi in cui chi aveva il potere sorvegliava e puniva i cittadini, correggendone i comportamenti devianti, suddividendone il tempo, gratificando con i voti e le promozioni chi meglio si adeguava al sistema e punendo – anche con pene minime, ma continuative – chi si dimostrava refrattario a farlo.

Storicamente, il processo per cui la borghesia è divenuta nel corso del secolo Diciottesimo la classe politicamente dominante si è riparato dietro la messa a punto di un quadro giuridico esplicito, codificato, formalmente egalitario, e attraverso l’organizzazione di un regime parlamentare e rappresentativo. Ma lo sviluppo e la generalizzazione dei procedimenti disciplinari hanno costituito l’altro versante, oscuro, di quei processi. La forma giuridica generale che garantiva un sistema di diritti uguali in linea di principio, era sottesa da meccanismi minuziosi, quotidiani, fisici, da tutti quei sistemi di micropotere, essenzialmente inegalitari e dissimmetrici, costituiti dalle discipline. E se, in modo formale, il regime rappresentativo permette che direttamente o indirettamente, con o senza sostituzioni, la volontà di tutti formi l’istanza fondamentale della sovranità, le discipline forniscono, alla base, la garanzia della sottomissione delle forze e dei corpi.

 

La gestione degli illegalismi come meccanismo di dominio

La giustizia di classe

Uno degli elementi nuovi che l’Illuminismo portò con sé, e che è spesso sottolineato come un elemento di grande progresso, fu l’idea da una parte della gradualità della pena, dall’altra dello scopo rieducativo del carcere. Il principale promotore di queste idee era stato, come forse saprete, proprio l’italiano Cesare Beccaria, il celebre nonno di Manzoni, ma avevano trovato ampio successo anche all’interno delle varie costituzioni che, dall’America alla Francia, erano sorte sul finire del Settecento. In realtà, secondo Foucault anche la diversa gradazione della pena, che tende quindi a differenziare le violazioni della legge in alcune più gravi ed in altre meno gravi, serve come strumento di dominio; non a caso, l’illegalismo dei beni (di solito compiuto dalle plebi: furti, rapine, omicidi) viene perseguito severamente, mentre quello dei diritti (corruzioni e truffe, tipico della borghesia) viene accolto con più tolleranza.

La penalità sarebbe allora un modo per gestire gli illegalismi; di segnare i limiti della tolleranza, di lasciar spazio ad alcuni, di esercitare pressioni su altri, di escluderne una parte, di renderne utile un’altra, di neutralizzare questi, di tirar profitto da quelli. In breve; la penalità non «reprimerebbe» puramente e semplicemente gli illegalismi; essa li «differenzierebbe», ne assicurerebbe l’«economia» generale. E se si può parlare di una giustizia di classe, non è solo perché la legge stessa o il modo di applicarla servono gli interessi di una classe, ma perché tutta la gestione differenziale degli illegalismi, con l’intermediario della penalità, fa parte di questi meccanismi di dominio.

 

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