Essere fotografi, anche dilettanti, oggi è diventata un’impresa. Non tanto dal punto di vista economico, visto che anzi ormai basta anche solo un buono smartphone (e del talento) per ottenere scatti degni di un professionista. Quanto piuttosto per l’ispirazione. Tutto viene fotografo, ovunque, miliardi di volte. Possiamo ritrovare ogni angolo del globo con una semplice ricerca su Google, e siti e app specializzate – da Flickr a Instagram – ci riempiono quotidianamente gli occhi di belle immagini.

È possibile, davanti a questo scenario, fotografare ancora qualcosa di nuovo? Lasciare ancora una traccia significativa? Sicuramente sì, altrimenti la fotografia sarebbe già bella e sepolta da qualche anno. Di certo, però, bisognerà reinventare il mestiere. Appellandosi appunto a questo talento di cui tutti parlano, che tutti cercano ma che nessuno sa definire bene.

La teoria di Henri Cartier-Bresson

Cos’è il talento dietro alla macchina fotografica? Non è solo riuscire a realizzare uno scatto tecnicamente perfetto. È anche, anzi, la capacità di sporcarlo, di renderlo imperfetto quando serve. E, a nostro avviso, è soprattutto la capacità di scegliere il soggetto, l’inquadratura, il momento giusto.

Un concetto del genere non siamo noi i primi a teorizzarlo. Ne parlava già nel 1952 – molto prima che il definirsi fotografi diventasse così popolare – Henri Cartier-Bresson, uno dei maestri del secolo scorso. Il suo libro più famoso, intitolato in inglese The Decisive Moment, parlava proprio della capacità di cogliere in maniera quasi istintiva quell’attimo magico in cui tutto è perfetto e pronto per essere immortalato.


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Come si fa a catturarlo e ad accorgersene? Non è possibile dare una ricetta univoca, ma certo ci si può formare un certo gusto e una buona capacità di riconoscerlo vedendo e studiando i grandi fotografi del passato. E quindi frequentando mostre e ammirando i libri che raccolgono le loro fotografie più significative e magari qualche spunto teorico. Visto che le mostre vanno e vengono ma i libri (spesso) rimangono, abbiamo selezionato cinque volumi di fotografia che non possono mancare nella libreria di un appassionato. Eccoli.

 

Robert Frank – The Americans

Uno svizzero che scopriva l’identità degli Stati Uniti

"The Americans", il capolavoro del fotografo Robert FrankPurtroppo, come noterete in questo elenco, non tutti i volumi che segnaliamo sono in italiano. Nonostante la nostra editoria abbia compreso da tempo il bisogno di tradurre i libri di fotografia che arrivano dall’estero, molti classici del settore aspettano ancora una loro versione italiana. Così è anche per The Americans di Robert Frank, una pietra miliare della fotografia del ‘900, che comunque è possibile godere senza problemi anche in inglese. Anche perché, ovviamente, quel che conta sono le immagini.

Pubblicato per la prima volta a Parigi nel 1958 e subito tradotto in inglese – con un’introduzione di Jack Kerouac –, il libro mostra 83 fotografie realizzate negli anni precedenti lungo tutti gli Stati Uniti. Frank, svizzero di nascita ma americano d’adozione, aveva infatti vinto una borsa di studio della Fondazione Guggenheim di New York e con quei soldi aveva girato parecchi mesi lungo il paese. Le 24.000 fotografie prodotte erano poi state sintetizzate in questa raccolta, che è rimasta epocale.

Amico dei beat

Negli anni successivi, Frank abbandonò la fotografia per avvicinarsi al cinema. I suoi film, d’introspezione e legati all’ambiente beat, sono stati anche particolarmente apprezzati da vari gruppi e cantanti degli anni ’60 e ’70. In tempi più recenti si è comunque riavvicinato al mezzo che ne aveva decretato la prima fortuna, anche se con scelte più estreme, realizzando collage, fotogrammi graffiati ed altre sperimentazioni artistiche.

 

Henri Cartier-Bresson – The Decisive Moment

La teoria e la pratica in un libro fondamentale

L'edizione originale di "The Decisive Moment" di Henri Cartier-BressonSi intitolava in realtà Images à la sauvette, cioè Immagini di nascosto, ma è diventato celebre in tutto il mondo col titolo della prima edizione inglese, The Decisive Moment. Si tratta di quello che è forse il capolavoro di Henri Cartier-Bresson, maestro del fotogiornalismo francese. Entrambi i titoli in realtà sono suggestivi, e identificano una delle caratteristiche del libro. Quello francese, infatti, si rifà all’abitudine di Cartier-Bresson di “rubare” i suoi scatti per strada. Quello inglese, invece, si focalizza di più sull’aspetto teorico del volume.

Nato nel 1908, Henri Cartier-Bresson arrivò alla fotografia passando attraverso la pittura. La conversione avvenne solo nel 1932, grazie a uno scatto di Martin Munkacsi che lo convinse delle potenzialità del mezzo. Comprò così una Leica 35 mm e iniziò a muoversi tra Parigi, l’Asia e l’est Europa. Nel dopoguerra fondò e divenne uno dei principali animatori dell’Agenzia Magnum, che raggruppava i maggiori talenti fotografici dell’epoca.

L’importanza dell’introduzione

Il libro in questione uscì nel 1952. Contiene un portfolio di 126 fotografie da varie parti del mondo, ma esibisce anche una interessante introduzione di Cartier-Bresson. Lì, esponendo il suo metodo e la sua filosofia, formula la frase che è al centro del suo moto di intendere la professione: «Non c’è nulla nel mondo che non abbia un momento decisivo». Il libro – che è introvabile in italiano ma si può facilmente gustare in inglese – esibiva anche una copertina realizzata da Henri Matisse.

 

Sebastião Salgado – Genesi

8 anni alla scoperta della natura

"Genesi" di Sebastião Salgado, uno dei migliori libri di fotografia sul mercatoSe Cartier-Bresson è stato un maestro del fotogiornalismo degli anni ’40 e ’50, Sebastião Salgado – che per un certo periodo ha fatto parte della stessa Agenzia Magnum – ne è forse il più grande interprete attuale. Nato in Brasile nel 1944, il fotografo è arrivato relativamente tardi alla fotografia, attorno ai 30 anni, dopo aver compiuto studi economici. A convincerlo alla “conversione” fu la conoscenza dei grandi problemi economici che ancora affliggono il mondo e il desiderio di documentarli.

Fotografo sociale, Salgado ha dedicato la gran parte dei suoi scatti ai paesi in via di sviluppo, ritraendo le condizioni dei lavoratori spesso in bianco e nero. In passato ha usato a lungo una Leica 35 mm, ma in tempi più recenti si è convertito al digitale, che gli consente di alleggerire il peso del materiale che gli serve per lunghi viaggi. È stato proprio il progetto Genesis che l’ha spinto a cambiare idea, perché si sarebbe dovuto portare appresso per il mondo 30 chili di pellicola, presto sostituiti da meno di 2 chili di schede digitali.


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Con l’aiuto della moglie, Lélia Wanick Salgado

Il frutto di quel lavoro è stato pubblicato nel 2013 in un libro – Genesi, appunto – firmato anche dalla moglie, Lélia Wanick Salgado. Qui non ci sono più i lavoratori che avevano riempito i libri precedenti, ma la natura e il suo rapporto con gli uomini. Il volume, infatti, è il frutto di una lunghissima spedizione durata addirittura 8 anni attraverso deserti, oceani e montagne. Mostrandoci un lato del mondo che è ancora spettacolare.

 

Steve McCurry – The Iconic Photographs

Il meglio della produzione del fotografo di Ragazza afgana

"The Iconic Photographs", che raccoglie le migliori foto di Steve McCurrySteve McCurry è uno dei fotografi più famosi del mondo. Anche chi non si interessa di fotografia e non dovesse conoscerlo per nome, sicuramente ha visto miliardi di volte alcuni dei suoi scatti, Ragazza afgana in primis. Americano, nato nei sobborghi di Philadelphia nel 1950, ha iniziato a lavorare nell’ambiente subito dopo la laurea, cominciando con un reportage dall’India che gli ha – a suo dire – permesso di scoprire e apprezzare la lentezza e l’attesa.

La svolta è arrivata al momento dell’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Unione Sovietica. Travestendosi con gli abiti tradizionali del luogo, riuscì ad attraversare il confine tra Pakistan e proprio l’Afghanistan, realizzando fotografie che sono state tra i primi documenti di quel conflitto. Ha poi continuato a lavorare come fotografo di guerra, entrando anche lui nell’Agenzia Magnum Photos. Ha inoltre collaborato con riviste interessate ai luoghi più remoti del mondo, in particolare col National Geographic Magazine, di cui è il fotografo di punta.

Un libro per raccogliere i suoi scatti migliori

The Iconic Photographs è una raccolta dei suoi scatti migliori, stampati in un volume di alta qualità e di grandi dimensioni. Vi si trovano sia le immagini dei reportage negli sperduti angoli del globo, sia i ritratti in cui McCurry mostra un invidiabile talento nel cogliere gli sguardi e il non detto. Un sunto elegante del suo lavoro, immancabile nella biblioteca di un appassionato.

 

Michael Freeman – L’occhio del fotografo

Un buon testo teorico sulla composizione

"L'occhio del fotografo" di Michael FreemanConcludiamo con un libro diverso da quelli che abbiamo presentato finora. I primi quattro libri di fotografia della nostra cinquina sono infatti magnifiche raccolte di scatti di grandi artisti. Ma molti di quelli che cercano informazioni sui libri del settore non vogliono solo volumi che sappiano ispirarli, ma anche saggi che possano guidarli. Cioè manuali, magari pensati non tanto per chi è alle primissime armi, ma per chi vuole fare il salto di qualità con la propria fotocamera.

I libri di questo tipo sono molti, e una buona parte di essi è valida e interessante. Noi abbiamo scelto L’occhio del fotografo di Michael Freeman, stampato in Italia da Logos e parte in realtà di una trilogia che comprende anche La mente del fotografo e La visione del fotografo. Ma si può partire benissimo da questo primo volume, perfetto per chi vuole imparare i rudimenti della professione.

Parlare di fotografia con un linguaggio chiaro ma approfondito

Freeman, classe 1945, lavora da molti anni realizzando reportage da vari luoghi del mondo e si è specializzato nella fotografia d’architettura. Parallelamente, però, negli ultimi anni si è creato una carriera come insegnante e divulgatore, pubblicando vari libri e tenendo molti corsi. L’occhio del fotografo si concentra sulla composizione, sia dal punto di vista tecnico che artistico. E lo fa in maniera chiara ma allo stesso tempo non superficiale, riuscendo a parlare sia al principiante che al dilettante già navigato.

 

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