Cinque importanti libri sulla mafia italiana

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i due principali giudici antimafia degli anni '80, in una celebre foto assieme

C’è chi l’ha definita, non a torto, la seconda Resistenza: e in effetti la lotta alla mafia ha tutte le caratteristiche dell’impegno civile – faticoso e spesso carico di lutti – che porta alla nascita di uno Stato nuovo, o quantomeno di un nuovo stile nei rapporti sociali e politici. Una lotta che, per quanto abbia fatto passi avanti importanti negli ultimi vent’anni, è lungi dall’essere vinta, come ci raccontano e spiegano i vari rapporti degli organi inquirenti.

Fenomeno in origine siciliano ma poi diffusosi in tutto il mondo, la mafia è, paradossalmente (ma solo fino a un certo punto), una delle organizzazioni malavitose più potenti al mondo e allo stesso tempo quella che più a lungo è riuscita a mantenere il riserbo sulle proprie dinamiche e perfino sulla propria esistenza, se è vero che fino agli anni ’60 alcuni politici potevano tranquillamente asserire che “la mafia non esiste”. Eppure, proprio dagli anni ’60 un gran numero di pubblicazioni – sommate poi alla testimonianza vitale dei martiri e al successo di alcune pellicole cinematografiche – ha cercato di mostrare al grande pubblico la realtà siciliana, indagando sulle sue dinamiche interne e sulle sue collusioni esterne.

Oggi i libri sulla mafia, anche limitandosi solo a quella siciliana, sono parecchi, e può risultare quindi difficile orientarsi. Abbiamo scelto per voi cinque libri che, per un motivo o per l’altro, ci sembrano immancabili in una bibliografia su questo tema. Scopriamoli.

 

Cesare Mori – Con la mafia ai ferri corti

Le memorie del Prefetto di ferro

Le memorie del "Prefetto di ferro" Cesare MoriStoricamente, i primi libri a usare il termine mafia furono i romanzi d’appendice e le opere teatrali. Nel 1862 iniziò ad essere rappresentata, ad esempio, I mafiusi de la Vicaria di Giuseppe Rizzotto, in cui il termine aveva ancora un’aura romantica, indicando uomini di grande creanza e rispetto delle regole. Lo stesso andamento, nella pubblicistica, continuò almeno fino agli anni ’20 e cioè all’avvento del fascismo, che, dopo una celebre visita di Mussolini in Sicilia, decise di cambiare registro e affrontare il problema di petto.

Com’è noto, la mossa principale del capo del fascismo fu di inviare nell’isola un nuovo prefetto, Cesare Mori, un uomo originario del nord che però aveva già lavorato a lungo in Sicilia e ne conosceva le dinamiche, un funzionario che non era colluso con la malavita e anzi aveva dato prova di saper usare metodi spicci ed efficaci nel ristabilire la legalità. Mori operò con pieni poteri, tra Trapani e Palermo, tra il 1924 e il 1929, mettendo a segno alcuni colpi importanti contro la malavita organizzata ma anche ricorrendo a strategie che oggi riterremmo disumane come la tortura, il ricatto e la cattura di ostaggi. Tecniche che gli valsero il soprannome di Prefetto di ferro ma che ebbero anche l’effetto di costringere molti mafiosi locali alla fuga, perlopiù in America.


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La sua carriera s’interruppe per cause puramente politiche, come spesso sarebbe accaduto anche nei decenni successivi: le sue indagini sulla mafia lo portarono infatti presto ad individuare i rapporti tra le cosche e il potere, che in quel caso era rappresentato dalla sezione siciliana del Partito fascista e da alcune alte cariche dell’esercito, e questo finì per provocare – anche se non subito – l’intervento di Mussolini, che decise di trasferirlo lontano dall’isola.

Negli ultimi anni della sua vita, Mori continuò a seguire la questione siciliana come parlamentare, ma soprattutto si dedicò a stendere le sue memorie. Con la mafia ai ferri corti, pubblicato per la prima volta nel 1932 ma ristampato anche in anni più recenti (anche se ora come ora appare quasi introvabile), è un documento importante per comprendere lo sviluppo storico della mafia e della lotta contro di essa, oltre che delle strategie di polizia messe in atto, con maggiore o minore successo, per contrastarla.

 

Leonardo Sciascia – Il giorno della civetta

Il romanzo che risvegliò le coscienze

"Il giorno della civetta" di Leonardo Sciascia, il primo romanzo di buon successo a parlare di mafiaCome detto, per molti anni la parola “mafia” è stata un tabù nel vocabolario politico non solo siciliano. Dopo i contrasti degli anni ’20, anche il fascismo era infatti sceso a compromessi con la malavita locale, compromessi tra Stato e famiglie che si era rinsaldati dopo la caduta del regime. È ormai storicamente certo, ad esempio, che alcuni partiti politici – e in particolare la Democrazia Cristiana – misero in piedi un sistema di convivenza, se non in certi casi addirittura di collaborazione, con le cosche, sistema che perdurò a lungo anche dopo le denunce pubbliche degli oppositori.

Dal punto di vista letterario, la voce che con maggior forza mosse accuse ben circostanziate verso il sistema e soprattutto verso quel meccanismo di protezione reciproca che faceva la forza della mafia fu quella di Leonardo Sciascia. Scrittore siciliano tra i più acuti e dotati della sua generazione, Sciascia era nato nel 1921 a Racalmuto, in provincia di Agrigento, formandosi però a Caltanissetta grazie all’influenza di Vitaliano Brancati e del futuro senatore Giuseppe Granata.

Dopo piccole raccolte poetiche e racconti, nel 1961 pubblicò il suo primo vero romanzo, che è per certi versi ancora la sua opera più nota: appunto Il giorno della civetta, apparentemente un giallo in cui i temi politici si fanno sentire particolarmente bene. La storia è quella del presidente di una piccola impresa edilizia siciliana che viene ucciso di prima mattina mentre sta per prendere un pullman diretto a Palermo; questo fa scattare le indagini dei carabinieri e in particolare del capitano Bellodi, originario di Parma e quindi almeno in parte stupito del clima di omertà che si genera rapidamente attorno al caso.

Il “giallo” vero e proprio passa presto in secondo piano, quando sulla scena emergono da un lato le protezioni politiche – con alcune sequenze ambientate anche in Parlamento – e dall’altro la filosofia dei capi mafiosi. Celebre, in questo senso, l’interrogatorio che Bellodi tiene col padrino don Mariano Arena: «Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà…».

 

Michele Pantaleone – Mafia e politica

Il primo saggio a tracciare una storia e una sociologia della mafia

Una recente edizione di "Mafia e politica" di Michele PantaleoneFinora abbiamo visto un libro di memorie ed un romanzo; entrambi basati su fatti reali – perché anche la trama del libro di Sciascia si ispirava ad avvenimenti realmente accaduti –, tendevano comunque a romanzare la narrazione, riuscendo in questo modo ad arrivare al cuore e alle menti di un pubblico più vasto ma non riuscendo ancora a dare una panoramica completa dell’organizzazione mafiosa. Mafia e politica di Michele Pantaleone, invece, uscito quasi in contemporanea col volume di Sciascia, ha il pregio di essere un saggio che per la prima volta cercava di svelare, carte alla mano, gli intrecci tra mondo criminale e istituzionale.

Pubblicato nel 1962, il volume ripercorre vent’anni di storia siciliana, facendo partire la propria analisi dal 1943 e cioè dalla liberazione della Sicilia durante la Seconda guerra mondiale. Pubblicato inizialmente da Einaudi – casa editrice molto attiva, in quegli anni, nell’affrontare il problema mafioso – con una introduzione del Carlo Levi di Cristo si è fermato a Eboli, il libro era d’altronde firmato da una figura, quella di Michele Pantaleone, molto attiva nella Sicilia di quegli anni, sia come sociologo e giornalista ma soprattutto come politico: nato nel 1911 in provincia di Caltanissetta, alla liberazione aveva aderito al Partito Socialista, combattendo forti battaglie contro i latifondisti legati alla malavita organizzata.

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Attivo in comizi e lotte sindacali assieme ai compagni del Partito Comunista ai quali il PSI fu per qualche tempo alleato, subì vari attentati nei primi anni del dopoguerra, simili a quello – ben più sanguinoso e celebre – di Portella della Ginestra del 1947 ad opera della banda di Salvatore Giuliano, ma probabilmente dietro mandato politico. E proprio verso i legami tra mafia e politica Pantaleone indirizzò i propri interessi, denunciandoli con veemenza e, forse, anche lasciandosi trasportare sul piano puramente storico in interpretazioni a tratti ardite (ad esempio la tesi secondo cui lo sbarco americano in Sicilia fosse frutto di un’alleanza tra le mafie italiana e americana è stata poi smentita dai documenti).

Comunque sia, l’opera mantiene una sua importanza, perché è il primo tentativo di tracciare una storia dell’affermazione della mafia nel sud Italia, individuandone cause profonde e modalità. Non a caso, nonostante la sua analisi si fermi ai primi anni ’60 e quindi possa apparire per molti versi superata, il volume continua ad essere ristampato ancora oggi. Sempre di Pantaleone, interessanti anche i successivi Mafia e droga e Antimafia: occasione mancata.

 

Giovanni Falcone – Cose di Cosa nostra

L’intervista profetica al giudice-simbolo del pool antimafia

"Cose di Cosa nostra", il libro-denuncia sulla mafia di Giovanni FalconeCom’è evidente anche da quello che abbiamo scritto finora, gli anni ’60 furono un periodo d’oro per le pubblicazioni sulla mafia: improvvisamente tutta Italia si rendeva conto del problema e il muro di omertà cominciava ad essere, lentamente ma inesorabilmente, scalfito. Una circostanza che – purtroppo anche a causa di eventi luttuosi – si sarebbe ripetuta pure un trentennio più tardi, negli anni ’90.

Il decennio precedente, quello degli ’80, era stato infatti decisivo nella lotta alla criminalità organizzata. Il pool di Palermo aveva dato vita al cosiddetto maxiprocesso, un procedimento penale che vedeva coinvolti quasi 500 imputati ed è probabilmente il più grande mai celebrato al mondo; un pool, quello diretto da Antonino Caponnetto, che aveva inferto un colpo importante a Cosa nostra, ma non ancora decisivo, se è vero che il ritorno di Caponnetto al nord e la sua sostituzione con Antonino Meli – un magistrato anziano e senza esperienza di mafia – invece che col favorito Giovanni Falcone aveva dato all’organizzazione criminale il tempo di riorganizzarsi.

Proprio Giovanni Falcone fu la prima vittima di questa ritrovata forza delle cosche: nel maggio 1992, dopo un periodo di polemiche e ostilità nei suoi confronti da parte di alcuni esponenti politici siciliani e anche, purtroppo, di colleghi magistrati, Falcone fu ucciso assieme ad alcuni uomini della scorta e alla moglie mentre guidava sull’autostrada di Capaci, vicino a Palermo. Una morte a cui sarebbe seguita, solo due mesi più tardi, quella del collega e amico Paolo Borsellino, anch’egli vittima di un attentato mafioso.

Delle tante eredità che Giovanni Falcone ha lasciato, una particolarmente interessante è il saggio Cose di Cosa nostra, pubblicato da Rizzoli appena un anno prima della sua morte e per certi versi profetico. Scritto dalla giornalista francese Marcelle Padovani sotto forma di intervista (e d’altronde la donna aveva già ricavato un libro simile una decina d’anni prima da un’intervista con Leonardo Sciascia), il libro descrive la mafia e la sua organizzazione come si era venuta delineando negli anni ’80, ma anche le difficoltà nel combatterla, soprattutto quando si è abbandonati dallo Stato. Celebre, in questo senso, la frase pronunciata da Falcone e che più volte sarebbe stata citata dopo la sua morte: «In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere».

 

Salvatore Lupo – Storia della mafia

Il più completo saggio sull’argomento

"Storia della mafia" di Salvatore Lupo, il più completo saggio sull'argomentoL’ultimo libro che abbiamo scelto è di nuovo un saggio, pubblicato per la prima volta nel 1994 e cioè quando la stagione delle stragi di mafia aveva ormai messo a segno tutti i suoi colpi: Storia della mafia di Salvatore Lupo, pubblicato da Donzelli. Un saggio per certi versi anche impegnativo, pensato più per gli studiosi che per il grande pubblico, che però rappresenta probabilmente la più completa disamina della storia della criminalità organizzata in Sicilia dalle sue origini, e cioè sostanzialmente dall’Unità d’Italia, fino ai giorni nostri.

Lupo, classe 1951, è nato a Siena ma ha sempre operato in Sicilia, insegnando storia contemporanea prima all’Università di Catania e poi a quella di Palermo; il principale oggetto dei suoi studi, dagli anni ’80 ad oggi, è stato proprio il fenomeno mafioso, indagato attraverso pubblicazioni ma anche tramite l’IMES, cioè l’Istituto Meridionale di Storia e Scienze Sociali, di cui è stato a lungo presidente. A lui si devono anche altri importanti volumi su Cosa nostra, la sua storia e i suoi rapporti con lo Stato, come Andreotti, la mafia, la storia d’Italia del 1996, Che cos’è la mafia del 2007, Quando la mafia trovò l’America del 2008 e il recente La mafia non ha vinto, edito l’anno scorso da Laterza.

Storia della mafia è però il primo e forse più completo dei libri che Lupo ha dedicato al fenomeno, il saggio che ha segnato anche il cambiamento dei suoi interessi storiografici visto che fino ad allora si era occupato soprattutto di storia dell’agricoltura meridionale; in questo volume, infatti, Lupo dimostra come la mafia si sia imposta in Sicilia cercando in un certo senso di imitare lo Stato, cioè prendendo nelle sue mani quelli che sono normalmente identificati come i poteri dello Stato moderno, ovvero il controllo del territorio e il monopolio della violenza, oltre che l’inviolabilità delle regole sancite.

Un libro che quindi completa il quadro che abbiamo fin qui cercato di delineare, mostrando le peculiarità dell’organizzazione mafiosa, la sua forza e la sua “mission”, come si direbbe mutuando un linguaggio imprenditoriale che ormai non è del tutto estraneo a Cosa nostra.

 

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