L’Oriente ha sempre avuto, almeno negli ultimi due secoli, un grande fascino sulle popolazioni occidentali: la diversità tra il loro mondo e il nostro, uno stile di vita a volte addirittura antitetico rispetto a quello occidentale e un’attenzione verso differenti aspetti della vita hanno fatto sì che sia gli artisti che gli scrittori prima e poi perfino una mole sempre più consistente di ragazzi curiosi si avventurasse alla scoperta dei riti, degli usi e dei costumi orientali.

L’invasione di libri, film, ma anche più prosaicamente cartoni animati e fumetti nipponici ben testimonia questo interesse sempre crescente verso il Giappone e tutto l’Oriente, sia quello moderno – con la sua società competitiva e a tratti anche spersonalizzante – che quello antico, con le sue tradizioni, le sue religioni e le sue arti marziali.

Noi, come potete vedere anche dai link che costellano queste poche righe, abbiamo già iniziato con vari articoli ad affrontare l’argomento, ma vogliamo oggi arrivare ad avvicinarci al nocciolo della questione presentandovi cinque importanti leggende e miti giapponesi, che affondano le loro radici nello shintoismo – la religione nativa nipponica – e nel folclore locale.

 

1. Il mito della creazione

Izanagi e Izanami, la creazione della terra e i loro figli

Izanami e Izanagi mentre creano il mondoProprio dallo shintoismo traiamo i primi miti di questa nostra cinquina, miti fondativi della realtà come noi la conosciamo. Secondo la religione tradizionale giapponese, infatti, le prime divinità crearono due esseri, maschio e femmina, chiamati rispettivamente Izanagi e Izanami, nomi che significano “colui che invita” e “colei che invita”.

A loro gli dei diedero l’incarico di creare la terra e per farlo li dotarono di una lancia ingioiellata, chiamata Amanonuhoko: con essa fecero sorgere le terre dall’oceano e le mescolarono; il fango che rimase sulla lancia e che finì per colare diede origine poi alla prima isola, Onogaro, a cui seguirono successivamente le altre otto grandi isole che formavano il Giappone dell’antichità.

Izanagi e Izanami scelsero di porre la loro dimora sulla prima isola creata e lì decisero di avere dei figli: costruirono perciò prima un pilastro e poi attorno ad esso un intero palazzo.

Le due divinità girarono dunque attorno al pilastro in direzione opposta l’uno all’altro e quando si incontrarono dall’altra parte la prima a parlare fu Izanami, la divinità femminile, che salutò Izanagi; pur accorgendosi che sarebbe toccato a lui parlare per primo, Izanagi si coricò con la donna ed ebbe da lei due figli, che però erano malformati.

L’importanza del cerimoniale

Dopo averli messi in una barca e lasciati al mare, Izanagi e Izanami si rivolsero agli altri dei chiedendo spiegazione di quella nascita così sfortunata, e gli dei spiegarono che tutto era dovuto al mancato rispetto del cerimoniale dopo aver girato attorno alla colonna.

Il cerimoniale, evidentemente, nella tradizione giapponese – come in molti miti antichi anche di altre civiltà – serviva a sottolineare il ruolo di guida del maschio e di sottomissione della donna.

Il dio e la dea quindi ripeterono l’operazione, con Izanagi che questa volta salutò per primo una volta giunto dall’altra parte, e dalla loro unione nacquero stavolta varie isole e divinità.

 

2. La nascita della morte

La discesa negli inferi di Yomi

Yomi, il regno degli inferi protagonista di molte leggende giapponesiLa storia di Izanami e Izanagi però non si fermò alla nascita della loro prole. Izanami, infatti, morì dando alla luce l’ultimo figlio, ma Izanagi non accettò questo destino e decise di scendere in Yomi, la terra dei morti, per andare a riprendere la sua compagna.

Questo mondo gli si presentò all’inizio non particolarmente terrificante, ma immerso in una grande oscurità; alla fine trovò Izanami, pur non vedendola bene nelle tenebre, e le chiese di seguirlo fuori dagli inferi, ma la sua vecchia compagna dovette rifiutare: aveva infatti già mangiato il cibo di Yomi e non poteva quindi più tornare tra i viventi.

Il corpo abominevole di Izanami

Izanagi non era però disposto ad accettare tale responso e attese che la compagna si addormentasse per poter accendere un fuoco e vederla; ma quando questo avvenne trovò Izanami profondamente cambiata, col corpo pieno di larve ed ormai abominevole.

La vista lo spaventò a tal punto che il dio si mise a correre terrorizzato, cercando di fuggire a tutto quello che aveva visto; a questo punto però Izanami, ridestata, si offese e cominciò ad inseguirlo, aiutata da altre creature infernali, per trattenerlo lì.

Dopo varie peripezie il maschio riuscì finalmente a raggiungere l’ingresso di Yomi, ad uscire ed a tapparlo con una grossa pietra, sentendo nel frattempo dall’altra parte del masso la vecchia compagna, furiosa.

Lei lo minacciò, intimandogli di togliere il masso e giurando che se non l’avesse fatto lei avrebbe ucciso mille persone viventi ogni giorno, ma lui rispose che in quel caso avrebbe dato la vita a mille e cinquecento persone ogni giorno.

Fu così che, secondo la mitologia giapponese, la morte ebbe origine dalla fine dell’amore tra i due dei che avevano creato la terra.

 

3. Come l’alba fece finire l’eclissi

Amaterasu, Susanoo e Ama-no-Uzume

Il terribile SusanooA quel punto, Izanagi tentò immediatamente di purificarsi dopo la discesa agli inferi, e per far questo si preparò ad un bagno; man mano che si toglieva gli ornamenti di dosso e che, una volta nell’acqua, lavava una parte del suo corpo nascevano delle nuove divinità.

In particolare lavandosi l’occhio sinistro diede vita ad Amaterasu, incarnazione del Sole; lavandosi quello destro creò Tsukuyomi, incarnazione della Luna; lavandosi il naso fu invece la volta di Susanoo, incarnazione del vento. La prima avrebbe avuto il potere di governare i cieli, il secondo la notte, il terzo i mari.

Susanoo – come d’altronde gli uragani di cui era il dio – aveva però un carattere imprevedibile e riottoso e presto finì per irritare pure suo padre, che decise di esiliarlo nello Yomi.

Prima di partire, Susanoo ottenne di poter sbrigare alcune faccende in sospeso e salì in cielo da sua sorella Amaterasu, affermando di volerle solo dire addio. Lei, ben conoscendolo, non gli credette e, per verificare la veridicità delle sue parole, lo sfidò in una gara a chi generava più figli.

Amaterasu rifugiata in una grotta

Neppure questa sfida fu però risolutiva e Susanoo si fece ancora più aggressivo nei confronti della sorella, spaventandola a tal punto che lei scappò via e decise di andarsi a rifugiare in una grotta, causando così l’oscuramento del sole stesso su tutta la terra.


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Varie divinità cercarono a quel punto di intervenire nella questione, provando a convincere Amaterasu a lasciare la grotta, ma senza successo.

Tutto fino a quando lo spirito dell’ilarità e dell’alba, Ama-no-Uzume, non piazzò un grande specchio di bronzo su un albero che si trovava davanti alla grotta, non si ricoprì di foglie e non si mise a ballare sopra a una tinozza per attirare l’attenzione.

Infine, si tolse tutte le foglie e continuò a ballare, nuda, facendo ridere tutte le divinità maschili che erano lì accorse e incuriosendo Amaterasu, che sbirciò dalla grotta facendo quindi uscire un raggio di sole che, riflesso sullo specchio, finì per accecarla.

A questo punto gli altri dei approfittarono del suo momento di difficoltà e la trascinarono fuori dalla grotta, che fu poi prontamente tappata. D’altro canto, in mezzo a tutte quelle risate e a quella gioia la dea del sole smise di avere paura e accettò di tornare a svolgere il suo compito.

 

4. Storia della principessa Kaguya

Un tagliabambù, l’imperatore del Giappone e gli abitanti della Luna

La storia della principessa KaguyaLasciamo ora la mitologia propriamente detta e spostiamoci nel campo delle leggende e dei racconti tradizionali. Uno dei più celebri esempi di questo filone è la vicenda nota come Storia di un tagliabambù o Storia della principessa Kaguya, che risale al X secolo ed è anche importante dal punto di vista letterario, visto che la si ritiene il più antico esempio di narrativa giapponese.

La storia racconta di Okina, un tagliatore di bambù, che una notte, lavorando, scorse una canna di bambù splendente; dopo averla tagliata, vi trovò all’interno una bambina molto piccola, grande «come un pollice». La portò a casa, dalla propria moglie, e non avendo figli i due decisero di adottarla.

Quando poi tornò al lavoro, Okina si accorse però che ogni volta che tagliava il bambù vi trovava dentro una piccola pepita d’oro, capendo che quella sorta di magia era in qualche modo causata dalla piccola bambina chiamata Kaguya (notte splendente).

Cinque principi a chiedere la mano di Kaguya

Passarono gli anni e Kaguya crebbe accudita dai genitori amorevoli – e, grazie alle pepite, più che benestanti – e divenne una donna bellissima, sempre più ambita dagli uomini del paese nonostante i genitori avessero anche provato a tenerla il più possibile nascosta.

Si presentarono quindi cinque principi provenienti da diverse parti della terra, chiedendo la mano della ragazza; lei, però, non aveva nessuna intenzione di accettare e per questo chiese ad ognuno dei pretendenti, come pegno d’amore, una cosa difficilissima da ottenere.

Infatti al primo chiesa la sacra ciotola del Buddha, al secondo un ramo di un albero dal tronco d’oro e dalle foglie d’argento, al terzo la pelle di un topo di fuoco, al quarto un gioiello che si trovava sulla testa di un drago, al quinto una conchiglia nascosta nella pancia di una rondine.

Nessuno riuscì nell’impresa e perfino l’imperatore del Giappone, che si presentò per sposarla, fu rifiutato: Kaguya rivelò infatti di provenire dalla Luna e che presto sarebbe ritornata nel suo pianeta natale.


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L’imperatore mandò molti soldati ad impedire che la sua amata partisse, ma gli esseri celestiali che vennero a prendere Kaguya, loro principessa, accecarono tutti e così la ragazza scomparve.

Lasciò una lunga lettera e una goccia dell’elisir della vita, ma l’imperatore portò entrambi i doni sul monte Fuji per bruciarli: così si spiegavano sia il fumo che usciva dal monte vulcanico, prodotto dall’elisir che bruciava, sia il suo nome (che si riteneva derivasse da fushi, immortalità).

 

5. L’origine del Tanabata

L’amore infelice tra Altair e Vega

Orihime e HikoboshiTempo fa, per un motivo tutto particolare, abbiamo avuto già modo di parlarvi del Qixi Festival, il San Valentino cinese, che si festeggia il settimo giorno del settimo mese del calendario locale.

Non molti sanno, però, che anche in Giappone vi è una festa molto simile denominata Tanabata, celebrata proprio il 7 luglio (o il 7 agosto, a seconda del modo in cui le varie regioni hanno adottato il calendario gregoriano): una festa che prevede di illuminare le strade con lampade di carta, di sfilare con speciali kimono sempre di carta, di creare tutta una serie di grandi decorazioni, di indire concorsi di bellezza.

Ma questa usanza deriva da una leggenda molto antica, di derivazione cinese. Protagonista ne è Orihime, la giovane figlia del dio del cielo Tentei, che viveva con lui sulle sponde del Fiume Celeste, ovvero della Via Lattea.

La ragazza, che altro non era che l’incarnazione della stella Vega, passava tutto il suo tempo a cucire e rammendare le vesti degli dei, non trovando mai tempo per sé; per questo suo padre fu mosso a compassione e decise di darla in sposa ad un altro grande lavoratore, Hikoboshi (incarnazione della stella Altair), che faceva pascolare i buoi sulle sponde del fiume.

L’intervento di Tentei

I due si innamorarono in maniera così dirompente che, pur di star sempre assieme, iniziarono a trascurare i loro doveri, con gli dei che rimasero presto senza abiti e i buoi che vagavano liberi per il cielo. Tentei, furioso, dovette intervenire e decise di separare i due amanti, ponendoli ognuno su una sponda diversa del Fiume Celeste, costringendoli così a tornare ai loro doveri.

La figlia era però ovviamente disperata e piangeva ininterrottamente; così il padre fu di nuovo mosso a compassione e decise di permettere l’incontro tra i due, ma solo una volta all’anno.

Perciò il settimo giorno del settimo mese uno stormo di gazze ladre giunge e, con le sue ali, forma un ponte per permettere a Orihime di attraversare il fiume e incontrare di nuovo Hikoboshi.

D’altronde, il legame tra Altair e Vega è evidente, soprattutto nel periodo estivo, a qualsiasi osservatore della volta celeste, dato che le due stelle formano, con Deneb, i vertici del cosiddetto Triangolo estivo che è attraversato proprio dalla Via Lattea.

 

 

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