Cinque importanti opere di Bramante

Il Tempietto di San Pietro in Montorio a Roma

Se si vuole guardare al Rinascimento, come d’altronde abbiamo fatto spesso parlando di Leonardo da Vinci o della città di Firenze, non ci si può certamente scordare dell’architettura, che in maniera sempre più evidente e colossale cercò, a partire soprattutto dal Cinquecento, di staccarsi dalle tendenze medievali ed aprire una nuova fase che si richiamasse agli antichi.

Spesso, d’altra parte, in quell’epoca gli architetti erano anche pittori e in certi casi storici dell’arte, e proprio sulle tele potevano affinare le regole di quella prospettiva che poi sarebbe diventata fondamentale per tutto il movimento.


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Questo fu anche il percorso formativo di Donato di Angelo di Pascuccio, più noto come il Bramante, che, nato nel 1444 nei dintorni di Urbino, proprio nella città marchigiana si formò disegnando gli sfondi prospettici nelle opere di maestri come Piero della Francesca e forse del Pinturicchio; ma ben presto l’attività di pittore anche apprezzato cominciò a non bastargli più e, soprattutto dopo il trasferimento a Milano – di cui parleremo – cominciò a occuparsi di architettura, divenendo in breve tempo il più importante progettista d’Italia e forse dell’intera Europa, plasmando uno stile che si richiamava pesantemente ai classici latini, tutto votato alla simmetria, all’equilibrio, alla proporzione delle forme che non avevano significato solo per l’occhio, ma anche per la mente, dato il costante richiamo pitagorico e neoplatonico tra i numeri e la divinità.

Ma in quali suoi edifici possiamo riconoscere maggiormente il suo talento? Scopriamolo attraverso questa guida a cinque importanti opere di Bramante.

 

Chiesa di Santa Maria delle Grazie

Quando Ludovico il Moro volle importare l’architettura rinascimentale a Milano

Presentando cronologicamente l’opera di Bramante, bisogna per forza di cose partire da Milano, dove l’architetto marchigiano poté per la prima volta esprimere compiutamente la propria arte. Dopo gli studi e i primi lavori a Urbino, Donato Bramante si spostò infatti nel capoluogo lombardo a partire dal 1478, lavorandovi prima come pittore e poi, soprattutto, come architetto.

Nel 1492, un anno fondamentale sotto diversi punti di vista per la storia dell’Europa (oltre alla scoperta dell’America, si completò la Reconquista spagnola e morì Lorenzo de’ Medici), il nuovo signore di Milano, Ludovico il Moro, decise di lasciare la sua impronta sulla città; la sua reggenza era infatti già cominciata nel 1480, ma solo nel 1491 il matrimonio con Beatrice d’Este, figlia del duca di Ferrara, aveva dato in un certo senso una legittimazione ufficiale al suo potere, che era comunque derivato da un’usurpazione.


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Per celebrare questo evento incaricò i due principali artisti al suo servizio, Leonardo da Vinci ed appunto Bramante, di mettersi al lavoro sulla Chiesa di Santa Maria delle Grazie, che solo una decina d’anni prima era stata terminata dall’architetto Guiniforte Solari in stile gotico lombardo: mentre il primo dipingeva il suo celebre Cenacolo sulle pareti del refettorio dell’annesso convento, a Bramante fu dato il compito di demolire una parte della chiesa da così poco tempo completata e ricostruirla in quello stile che stava adornando le principali città del nord Italia come anche la stessa Ferrara da cui proveniva Beatrice.

Bramante si mise quindi all’opera e progettò (senza però probabilmente seguire la fase dei lavori) la tribuna circolare che ancora oggi si erge in fondo alla basilica gotica, un cubo molto grande sul quale si innalza la cupola raccordata da pennacchi, cupola che a sua volta poggia su una specie di loggiato in cui si alternano bifore aperte e cieche. L’aspetto più importante, però, è la cura nei confronti delle proporzioni, tipica del Rinascimento: domina il motivo del tondo, sinonimo di perfezione classica, mentre il diametro della cupola misura il doppio della larghezza della navata centrale, alla quale si richiama e si riunisce.

 

Chiostro di Santa Maria della Pace

La prima grande opera realizzata a Roma

Dopo i lavori a Milano e a Pavia, che ne avevano consolidato la fama in Lombardia, nel 1499 Bramante decise di trasferirsi a Roma, sia perché la città del papato a quel tempo rappresentava un deciso passo avanti nella carriera di un architetto, sia soprattutto perché Ludovico il Moro, il suo protettore, era stato cacciato da Milano da parte del re francese Luigi XII, atto che avrebbe dato origine a una dominazione straniera del capoluogo lombardo che sarebbe durata per più di tre secoli e mezzo.

A Roma era papa da qualche anno Alessandro VI, ovvero Rodrigo Borgia, il papa celebre per i suoi figli Cesare e Lucrezia, per le sue macchinazioni ma anche per il suo amore per l’arte e il suo mecenatismo: non a caso Bramante fu da lui nominato sottoarchitetto, carica poi alzata a quella di primo architetto da uno dei successori di Alessandro, il suo rivale Giulio II.

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Forse il primo lavoro che Bramante eseguì nella città eterna fu il Chiostro di Santa Maria della Pace, progettato su commissione del cardinale Oliviero Carafa: la chiesa, realizzata pochi anni prima da un architetto oggi sconosciuto, si trovava non distante da piazza Navona e abbisognava di un chiostro.

Bramante lo disegnò a pianta quadrata secondo moduli ricorrenti ed equilibrati, ispirandosi in particolare alle regole di Vitruvio: il risultato è un’area severa, assolutamente priva di decorazioni, che segna un distacco piuttosto netto con quanto l’architetto aveva fino ad allora realizzato a Milano, forse perché l’influenza delle rovine antiche si era fatta forte sui suoi disegni, ma probabilmente anche perché a Milano le maestranze – che si occupavano delle decorazioni – si facevano sentire con maggior peso sui progetti architettonici. Oggi in questo chiostro si svolgono frequentemente mostre di vario tipo, spesso legate all’arte contemporanea.

 

Tempietto di San Pietro in Montorio

La perfezione del cerchio ispirata da Vitruvio

Ancora più importante fu, però, nell’evoluzione dello stile di Bramante il Tempietto di San Pietro in Montorio che realizzò sul Gianicolo, all’interno di uno dei cortili dell’omonimo convento. Il progetto secondo alcune fonti fu ultimato nel 1502, poco dopo l’arrivo a Roma, ma secondo altre sarebbe da posticipare al 1510, quando ormai la fama del marchigiano si era piuttosto diffusa nella città del papato; comunque sia, in questo edificio Bramante poté riversare tutti gli elementi fondamentali del nuovo stile rinascimentale di cui stava indubbiamente diventando uno dei capofila, come anche i contemporanei ebbero a notare esaltando la splendida fattura del tempio.

Costruito nelle vicinanze di quello che si riteneva essere il luogo del martirio di San Pietro, e per questo a lui dedicato, la piccola chiesa ha pianta circolare ed è visibilmente ispirata all’antica architettura romana, soprattutto nella ricerca dell’armonia tra le parti.

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La costruzione è circondata da un colonnato dorico, colonne con una trabeazione che obbediva alle regole imposte da Vitruvio, ma più in generale il tempietto, nel progetto originale del Bramante, doveva andare inserito in una più ampia risistemazione del giardino attorno ad esso, col quale doveva costituire un unicum basato sulle stesse proporzioni armoniche e su precise regole prospettiche.

Infine, fortissimo è l’apparato simbolico che accompagna la costruzione: come dimostrano anche molti quadri coevi, il primo Cinquecento tendeva ad idealizzare il concetto di tempio a pianta circolare, in parte per l’influenza del Pantheon romano, in parte – e soprattutto – per il significato della forma sferica, sinonimo per gli antichi di completezza e qui usata per rappresentare la divinità; inoltre le sedici colonne richiamano la perfezione del numero 16, sottolineata da Vitruvio che a sua volta la riprendeva dai pitagorici; infine, cripta, sacello e cupola rappresentano simbolicamente la Chiesa originaria, la Chiesa attuale e la Chiesa celeste.

 

Cortili del Belvedere

Bramante, Giulio II e la nascita del giardino all’italiana

Dopo queste prime opere – importanti ma modeste nelle dimensioni – progettate nei primi anni romani, Bramante, come detto, iniziò ad assumere ancora più importanza dopo la morte di Alessandro VI, avvenuta nel 1503, e la salita al soglio pontificio, dopo il brevissimo intermezzo di Pio III, di Giulio II. Proprio quest’ultimo, al secolo Giuliano della Rovere, chiese a Bramante di mettere mano agli spazi riservati ai suoi appartamenti, creando un ampio giardino che permettesse al pontefice di rilassarsi e godersi il paesaggio verso la campagna romana; nell’attuale zona dei Musei Vaticani, infatti, esisteva allora, da una ventina d’anni, una costruzione chiamata Villa del Belvedere, che comprendeva anche affreschi di Pinturicchio e Mantegna e che il papa voleva in parte demolire e in parte inglobare in un progetto più ampio.

L’area a disposizione dell’architetto era piuttosto ampia (300 metri di lunghezza per 100 di larghezza) e fu divisa da Bramante in tre terrazzamenti a quote differenti, collegati tra loro da rampe e scale e destinati ad accogliere giardini, secondo un modello antico che il marchigiano aveva probabilmente ripreso dalla descrizione di Plinio il giovane riguardo alla sua villa in Toscana.

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Il risultato – almeno in fase progettuale – fu così convincente che influenzò per decenni gli architetti italiani, dando un notevole impulso all’evoluzione del cosiddetto “giardino all’italiana” e diventando il modello ad esempio dell’esterno di Villa d’Este a Tivoli; ciononostante, il progetto ebbe varie difficoltà di realizzazione dovute sia alla morte di Giulio II che di Donato Bramante: completato, con vari rimaneggiamenti, attorno alla metà del Cinquecento, il cortile fu poi notevolmente alterato nel corso dei secoli, soprattutto a causa dell’aggiunta di nuove costruzioni.

Oggi, di fatto, non esiste più un Cortile del Belvedere come l’aveva pensato Bramante, ma il suo progetto è stato diviso in tre cortili distinti: da un lato il celebre Cortile della Pigna in cui si esce dopo aver visitato la Cappella Sistina, dall’altro il Cortile della Biblioteca, dall’altro ancora quello che ha mantenuto il nome di Cortile del Belvedere.

 

Basilica di San Pietro

Il “maestro ruinante” e la difficile questione della chiesa di Costantino

Il progetto più maestoso in cui però venne coinvolto Donato Bramante fu quello della realizzazione della nuova Basilica di San Pietro, ancora oggi forse il principale monumento della cristianità. Sulla posizione dell’attuale Basilica esisteva, al tempo di Giulio II, una grandissima chiesa fatta costruire dall’imperatore Costantino nel IV secolo, una basilica sempre intitolata a San Pietro, dotata di un quadriportico e poi costruita su cinque navate, al cui interno si trovavano ben 120 altari, 27 dei quali dedicati alla Madonna.

Tale imponente struttura era nata nelle vicinanze di un’antica necropoli che secondo la tradizione ospitava le spoglie di San Pietro, ma già dalla metà del Quattrocento si era fatta spazio nella curia romana l’idea che essa andasse ammodernata e ristrutturata, in modo da riprendere i nuovi stili che stavano emergendo in Europa e soprattutto in Italia. Alcuni lavori minori erano quindi già cominciati quando, nel 1505, Giulio II si convinse della necessità di costruire qualcosa di completamente nuovo e commissionò progetti ai più importanti architetti d’Europa.

Quello che lo convinse di più fu però il disegno del suo Bramante, che, come al solito, si ispirò pesantemente alla classicità latina: il suo progetto prevedeva una pianta a croce greca caratterizzato da una grande cupola; i primi lavori, che partirono nel 1506, non furono però ben accolti dalla curia e in parte nemmeno dai colleghi dell’artista marchigiano, che non apprezzarono la demolizione di ampie parti della vecchia basilica (sia Michelangelo, al tempo molto influente a Roma, che l’intellettuale Erasmo da Rotterdam si espressero con toni molto critici), tanto che Bramante fu presto ribattezzato “maestro ruinante”, cioè delle rovine.

Ad ogni modo l’idea di una pianta completamente simmetrica fu presto accantonata e la morte di Giulio II nel 1513 e dello stesso Bramante l’anno dopo portarono a un primo pesante rallentamento dei lavori, a cui si devono aggiungere i problemi economici dovuti al costo di una costruzione del genere (non a caso, Giulio II concesse l’indulgenza a chiunque donasse denaro per la Basilica, cosa che non mancò, tra le altre, di suscitare le ire di Martin Lutero, che proprio nel 1510 visitò l’Urbe). A dirigere il cantiere, nei decenni successivi, vennero chiamati Raffaello Sanzio, Michelangelo Buonarroti, Gian Lorenzo Bernini ed altri, che mantennero l’idea della cupola e di una certa simmetria sotto di essa, ma che sostanzialmente passarono a una pianta a croce latina.

 

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