Alla scoperta dei principali partiti politici inglesi (foto di Philip Halling via Geograph)
Alla scoperta dei principali partiti politici inglesi (foto di Philip Halling via Geograph)

 
Da quando si è votato per la Brexit, la scena politica inglese ha riacquisito interesse anche da noi. Era dai tempi di Tony Blair, infatti, che non si guardava con grande attenzione a quello che accadeva nel Regno Unito. Quasi che il paese di Elisabetta II fosse diventato una potenza secondaria. E invece il peso delle scelte della Gran Bretagna si sente in tutta Europa, soprattutto quando sono estreme.

Gli sconvolgimenti della Brexit

Proprio la Brexit, infatti, ha portato alla caduta del governo di David Cameron. Al suo posto è sorto un esecutivo guidato da Theresa May, nuova leader del Partito Conservatore. Tra l’ascesa di Nigel Farage, la duratura crisi dei laburisti e vari altri sconvolgimenti, la scena politica britannica si sta, insomma, profondamente modificando.

Vale quindi la pena fare un po’ il punto su quali sono i principali partiti politici del paese. E di comprenderne la linea attuale e i nuovi leader. Per farlo, abbiamo scelto per il momento di concentrarci sulle formazioni ben radicate in Inghilterra. Abbiamo quindi escluso i partiti regionali come il Partito Nazionale Scozzese (che, per via del sistema maggioritario, è comunque la terza forza in Parlamento), il gallese Plaid Cymru e il nordirlandese Sinn Féin. Ecco quindi i cinque partiti inglesi che nelle ultime elezioni politiche, nel 2015, hanno riportato il maggior numero di voti.


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Partito Conservatore

Il più antico partito inglese

Lo stemma dei Conservatori, attualmente il più rappresentativo tra i partiti politici inglesiIl più vecchio e forte partito politico inglese è sicuramente quello Conservatore. Fondato ufficialmente nel 1834, in realtà affonda le sue radici addirittura più indietro nel tempo. Si tratta infatti dell’erede del Tory Party che comparve per la prima volta sulla scena alla fine del ‘600, durante le due rivoluzioni inglesi. Per questo ancora oggi i simpatizzanti di questo partito – il cui nome completo è Conservative and Unionist Party – vengono chiamati tories.

Dal punto di vista degli schieramenti, i conservatori si pongono nel centrodestra. Storicamente fautori di un’economia liberista, hanno sempre preferito una politica estera votata all’isolamento. Nell’epoca dell’Unione Europea tutto questo si è concretizzato in un moderato euroscetticismo. Proprio per questo motivo la sterlina è rimasta fuori dagli accordi sull’euro. Più di recente, inoltre, il partito si è spaccato sul referendum per l’uscita dalla UE.

Winston Churchill e Margaret Thatcher

Molti sono stati i Primi Ministri britannici usciti da questa formazione, ma due si stagliano su tutti gli altri. Il primo è Winston Churchill, che dopo essere stato più volte ministro iniziò a guidare l’esecutivo britannico nel 1940, nel bel mezzo della Seconda guerra mondiale. Fu proprio lui a portare la Gran Bretagna a una sofferta ma importante vittoria. La seconda è Margaret Thatcher, che guidò il governo dal 1979 al 1990, segnando in modo così profondo la scena da far parlare gli osservatori di “era thatcheriana”.

In tempi più recenti il Partito Conservatore è tornato al governo nel 2010. A guidarlo, allora, era David Cameron, che salì al potere grazie ad un’alleanza con i Liberal Democratici. Nel 2015 il partito è infine tornato a vincere le elezioni, questa volta garantendosi una maggioranza in Parlamento senza il bisogno di alcuna alleanza. Il nuovo governo di Cameron è entrato però subito in difficoltà per via dei rapporti con l’Unione Europea. In seguito al referendum sull’uscita dall’UE, svoltosi nel giugno 2016, Cameron si è quindi dimesso, venendo sostituito, come detto, da Theresa May.

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Partito Laburista

Da Blair a Corbyn

Il nuovo stemma del Partito LaburistaDagli anni ’20 del ‘900, il principale (e per certi versi l’unico) antagonista del Partito Conservatore sulla scena britannica è stato il Partito Laburista. Fu fondato nel 1900 come unione di diverse sigle operaie e sindacali, assumendo il nome di Labour Party. All’inizio fece in realtà fatica ad imporsi, anche a causa di una legge elettorale che non ammetteva tutti gli uomini al voto ed escludeva le donne. Da quando la classe operaia poté votare completamente, però, il Labour divenne uno dei protagonisti della scena. E lo fece soppiantando il Partito Liberale, con cui era stato fino ad allora alleato.

L’ideologia è tipicamente socialdemocratica e riformista, lontana, anche in epoca di Guerra fredda, dal comunismo ma allo stesso tempo fautrice di profonde riforme sociali. Questo lo si vide soprattutto dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Fu in quell’epoca, infatti, che il Labour riuscì per la prima volta a formare governi solidi e autonomi. Questo permise agli uomini del premier di allora, Clement Attlee, di varare un tipo di welfare state che divenne un modello anche per altri paesi europei.

Il New Labour

Dopo i grandi successi degli anni ’40, ’60 e ’70, il partito entrò però in crisi negli anni ’80. Il successo della Thatcher, infatti, lo aveva ricacciato piuttosto indietro nei voti. Rinacque alla fine del decennio successivo grazie alla svolta di Tony Blair e alla nascita del cosiddetto New Labour. Una svolta segnata dallo spostamento verso il centro del partito, dall’apertura a un’economia liberista (anche se mediata da correttivi) e alla devolution di Galles, Scozia e Irlanda del Nord. Ma segnata anche da una contestata alleanza con George W. Bush nella lotta contro il terrorismo.

A Blair è poi succeduto Gordon Brown, ma nel 2010 i laburisti sono tornati all’opposizione. Attualmente, la linea politica si è spostata a sinistra, soprattutto dopo l’elezione di Jeremy Corbyn a segretario. Le proposte economiche spingono ora verso la fine dell’austerity e un ruolo sempre più attivo dello Stato nel sostegno all’occupazione. Questa linea, però, è stata duramente attaccata anche all’interno del partito dopo la sconfitta nel referendum sulla Brexit.

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Partito per l’Indipendenza del Regno Unito

L’UKIP di Nigel Farage

Lo stemma dell'UKIP, il Partito per l'Indipendenza del Regno UnitoSe il Partito Conservatore e il Partito Laburista sono realtà consolidate da decenni, il Partito per l’Indipendenza del Regno Unito è invece una formazione abbastanza giovane. Una formazione che però ha sconvolto gli equilibri interni alla Gran Bretagna. La sua nascita è datata 1993, quando l’UKIP – questa la sigla in inglese – fu fondato da un gruppo di scissionisti del Partito Conservatore. Scopo primario del partito era quello di far uscire il Regno Unito dall’Unione Europea.

Per tutti gli anni ’90 e i primi anni ’00 la formazione non andò oltre l’1,5% alle politiche. Faceva quindi parte di quei gruppi minori che, per via del sistema uninominale britannico, non ottenevano seggi alla Camera dei Comuni. Diverso però era l’andamento alle europee, dove il meccanismo è proporzionale e dove si polarizzava il malcontento verso l’UE. Nel 1999 l’UKIP ottenne infatti il 6,7% e nel 2004 superò addirittura il 16%.


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La vera svolta nella storia del partito è però arrivata nel 2014. La crisi economica e l’inasprimento delle misure previste da Bruxelles fecero infatti decollare i consensi per il partito. Alle elezioni europee del 2014 l’UKIP superò addirittura conservatori e laburisti con il 27,5% dei voti. E per la prima volta, l’anno dopo, sfondò anche alle politiche, aggiudicandosi il 12,6% delle preferenze (corrispondenti, per il meccanismo elettorale britannico, però a solo un parlamentare).

Il resto è storia piuttosto nota. Nel 2016 l’UKIP – dopo essersi alleato in Europa coi 5 Stelle – è stato tra i principali promotori del referendum sull’uscita dalla UE. Nigel Farage, il leader storico, dopo quel successo ha deciso di ritirarsi dal ruolo di segretario. Il suo posto è stato assunto ora dall’europarlamentare Paul Nuttall. La linea del partito è di destra, populista e nazionalista. Nuttall si è dichiarato anche contrario all’aborto e a permettere l’uso del burqa. È inoltre favorevole alla reintroduzione della pena di morte per alcuni reati.

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Liberal Democratici

Diritti ed economia

Il Partito Liberal Democratico ingleseAl quarto posto alle elezioni del 2015 si è piazzato, in Inghilterra, il Partito dei Liberal Democratici, comunemente chiamati Lib Dem. Il partito è nato nel 1988 dalla fusione tra il Partito Liberale e il Partito Social Democratico, un gruppo di scissionisti usciti dal Labour. A sua volta, il Partito Liberale aveva alle spalle una storia secolare. Fondato nel 1859, era l’erede nel Partito Whig, che aveva conteso il potere ai tories dalla fine del ‘600 fino appunto alla metà dell’800.

Dall’incontro di tutte queste diverse culture è nato un partito che oggi si colloca al centro. Nel suo programma, però, ci sono anche alcuni elementi che lo fanno propendere verso destra ed altri verso sinistra. Dal punto di vista economico, ad esempio, i Lib Dem sono liberisti. Eredi di una tradizione che affonda le sue radici nel pensiero di Adam Smith, sono convinti che il mercato tenda ad autoregolarsi, una volta che l’economia cresce. Dal punto di vista sociale, però, si piazzano a sinistra. Chiedono infatti una politica estera di pace, una maggior devoluzione federale e difendono i diritti degli omosessuali.

Il momento d’oro di Kennedy e Clegg

Da quando è stato fondato, il partito si è configurato come la terza forza del paese. Tra il 1992 e il 2001 si è infatti attestato attorno al 17% delle preferenze. Nel 2005, però, sotto la guida di Charles Kennedy fece registrare un exploit, raggiungendo il 22% dei voti. Cinque anni dopo, quando la leadership era ormai passata al giovane Nick Clegg, il risultato fu confermato con un 23% alle politiche. Questo permise al partito di entrare in un governo di coalizione coi conservatori. Lo stesso Clegg fu nominato vice-premier.

Da lì, però, cominciarono i guai. L’alleanza coi tories portò i Lib Dem a votare anche per leggi che andavano contro le loro stesse promesse elettorali. Ad esempio, Clegg approvò l’aumento delle tasse universitarie, alienandosi così le simpatie degli studenti che l’avevano fino a quel momento sostenuto. Alle elezioni successive, del 2015, il partito precipitò così al suo minimo storico. Ottenne infatti meno dell’8% dei consensi. Da quel momento il leader è divenuto Tim Farron, già presidente del partito, che ha spostato l’asse dei Lib Dem verso sinistra.

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Partito Verde di Inghilterra e Galles

Una formazione in crescita

Lo stemma del Green Party inglese e galleseConcludiamo la nostra panoramica con un partito minore, che però negli ultimi anni ha visto crescere i propri consensi in Inghilterra. Stiamo parlando del Partito Verde, fondato nel 1990 ma riuscito per la prima volta ad entrare in Parlamento nel 2010. Leader storica della formazione è Caroline Lucas, che dal 2015 divide la segreteria col collega Jonathan Bartley.

Alla base dell’ideologia del partito, che si ricollega a quella delle altre formazioni verdi europei, ci sono lo sviluppo di un’economia ecosostenibile, il federalismo e il localismo (oltre a un rafforzamento delle forme di democrazia diretta). Inoltre si punta anche sul disarmo, sui diritti degli animali e sulla promozione di scelte alimentari sostenibili. Il partito si colloca, di conseguenza, a sinistra.

La scelta (cautamente) europeista

Per quanto riguarda la Brexit, i Verdi hanno applaudito alla possibilità del popolo di esprimersi tramite un referendum. L’invito ai simpatizzanti era di votare a favore della permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea, anche se il partito ha spesso attaccato le politiche comunitarie. L’idea era quella di rimanere senza entrare però nell’eurozona, favorendo nel contempo una grande riforma del ruolo e delle iniziative dell’UE. All’interno del partito, però, alcuni si sono espressi anche a favore del Leave.

Dal punto di vista elettorale, il partito è stato a lungo una piccola formazione, incapace di andare oltre l’1% dei voti. Nelle elezioni del 2015, però, parallelamente a un aumento degli iscritti e della presenza nel territorio, i Verdi hanno sfiorato il 4% dei voti. Questo ha permesso loro di quadruplicare il risultato precedente. Per i soliti meccanismi della legge elettorale, hanno però un solo rappresentante seduto alla Camera dei Comuni.

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