Il sorriso delle ali fiammeggianti di Joan Miró

 
Siamo soliti pensare – influenzati in parte dall’analisi marxista – che l’arte più avanzata sia sempre figlia delle società e delle economie più dinamiche. Che i grandi artisti nascano, cioè, più facilmente dove c’è un mercato a sostenerli e che quindi l’ispirazione artistica sia figlia di fattori economici. In parte questo è vero. Il Rinascimento sorse in Italia perché lì, brutalmente, c’erano i soldi. Così come l’arte fiamminga ben si sposava con l’avanzamento economico di chi la commissionava. E poi la Parigi dell’Ottocento, la New York del Novecento e così via.

La Spagna dal Siglo de Oro in poi

Ci sono però anche altri fattori da tenere in considerazione. Perché a volte l’arte più avanzata nasce dove meno te lo aspetteresti, dove le condizioni economiche sono tutt’altro che favorevoli. Basta guardare, per rendersene conto, alla storia dell’arte spagnola. Il Regno di Spagna visse il suo periodo di massimo splendore tra ‘500 e ‘600, nel Siglo de Oro, ed effettivamente in questo periodo emersero vari grandi artisti. Ma, a scorrere i libri di storia dell’arte, si scopre che la decadenza politica non è coincisa con una decadenza artistica.

Anzi, la Spagna è stata forse la nazione che più di ogni altra ha dato al mondo grandi artisti nel ‘900. In un secolo, cioè, in cui in realtà lo Stato ne ha passate di tutti i colori, tra Guerra Civile, dittatura e arretratezza economica. Certo, si dirà che i più grandi artisti iberici in realtà maturarono spostandosi a Parigi o in altre parti del mondo, ed è sicuramente vero. Ma la Spagna, anche nella sua provincia più oscura, mantiene un’impronta artistica che merita di essere segnalata. Ad esempio come facciamo oggi, presentandovi cinque tra i maggiori pittori spagnoli di ogni epoca.


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El Greco

Lo spagnolo che veniva da Creta

Cominciamo da un pittore che in realtà non è spagnolo. Sembrerà un paradosso, ma l’iniziatore del Siglo de Oro spagnolo venne infatti da fuori, e più precisamente dalla Grecia. Stiamo parlando di El Greco, soprannome con cui viene ricordato Domínikos Theotokópoulos, nato a Creta (ma sotto il dominio veneziano) nel 1541.

Prima dei trent’anni, come abbiamo scritto altrove, si trasferì proprio nella capitale della Serenissima, dove poté studiare le opere di Tiziano e Tintoretto. A questo periodo seguì una breve permanenza a Roma, prima di approdare e stabilirsi in Spagna, a Toledo. Visse nella penisola iberica per i successivi 37 anni, e impresse sull’arte locale un’impronta nettissima e originale. Un’impronta che avrebbe lasciato i suoi strascichi per molti decenni, forse addirittura secoli.

Il suo stile, infatti, non aveva eguali tra i suoi contemporanei. Se questo da un lato gli costò non poche difficoltà a trovare committenti e a lavorare, dall’altro gli ha permesso di essere riscoperto in età contemporanea. I suoi quadri hanno infatti un’impronta angosciosa assai moderna, che incanta ancora oggi chiunque si rechi a visitare le frequenti mostre che gli vengono dedicate.

D’altronde, si trovò ad operare in un XVII secolo contrassegnato dal manierismo che già volgeva verso il barocco. Ed era inevitabile, pertanto, che si scontrasse a muso duro con la moda del tempo. Nei suoi quadri e nei suoi affreschi si ammira, piuttosto, una fusione tra influenze bizantine ed italiane. Così lo spazio viene quasi annullato, mentre la scena viene occupata dai panneggi e dai colori delle vesti. Tra le sue opere più celebri bisogna segnalare almeno la Sepoltura del conte di Orgaz e la celebre Veduta di Toledo.

 

Francisco Goya

Dalla corte all’oscurità

Vari altri artisti lasciarono un segno sulla pittura spagnola del ‘600. Oltre a El Greco, meriterebbero capoversi Diego Velázquez, Francisco de Zurbaràn, Bartolomé Esteban Murillo e altri. Ma lo spazio è tiranno e dobbiamo ora fare un balzo in avanti, arrivando al periodo tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800. Periodo in cui troviamo, dominante, il talento di Francisco Goya.

Lo spagnolo, nato in una famiglia di modeste condizioni, mostrò subito ottime capacità, che vennero coltivate andando a bottega. Capacità che avrebbero segnato, dal punto di vista artistico, tutta la sua vita e che gli avrebbero permesso di acquisire fama e fortuna. D’altronde, anche a guardare oggi le sue opere non si può non notare l’estrema modernità dei suoi dipinti. Una modernità tale da farlo considerare l’ultimo dei grandi maestri ma allo stesso tempo il primo dei moderni.

Negli anni ’80 dell’Ottocento Goya coronò la sua carriera diventando pittore di corte. Da lì poté immortalare i nobili spagnoli della sua era, confermandosi un abile ritrattista. Ma si occupò anche di arte decorativa in stile rococò per il palazzo reale. Dopo tanti anni di successi, in seguito a una grave malattia, però, la sua pittura si fece più pessimistica e oscura.

È a questo secondo periodo della sua produzione che appartengono i lavori più celebri. Nei primi anni dell’Ottocento raccontò con i suoi quadri i “disastri della guerra”, cioè gli effetti dell’occupazione francese in Spagna. E soprattutto realizzò i cosiddetti “dipinti neri“, affreschi terribili e macabri realizzati nella sua casa, la “Quinta del Sordo”.

 

Pablo Picasso

Uno spagnolo adottato dalla Francia

Forse il pittore spagnolo più famoso in assoluto è però Pablo Picasso. Il suo successo, anzi, è stato nel corso del ‘900 talmente grande da trascendere il campo dell’arte, e riversarsi in altri settori. Picasso, anzi, è diventato l’emblema dell’artista contemporaneo, un po’ bohémien, capace di attraversare diversi periodi, ispiratore di varie avanguardie, impegnato di tanto in tanto anche della denuncia delle storture del mondo e della guerra.

Nato a Malaga nel 1881, passò la maggior parte della sua vita in Francia. Tra l’inizio del ‘900 e la Seconda Guerra Mondiale contribuì a rivoluzionare non solo il modo di fare arte, ma anche il suo ruolo nella società. Prima fu, assieme a Braque, il principale esponente del cubismo. Poi sperimentò nuove tecniche, come il collage, che contribuì a far entrare a pieno diritto nel mondo artistico.


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Durante i suoi anni francesi venne spesso affiancato ad Henri Matisse, col quale i critici crearono una sorta di rivalità. Entrambi, infatti, erano considerati i principali esponenti delle avanguardie francesi, ma avevano sensibilità e stili diversi, anche se era stata proprio l’arte di Matisse – più vecchio di Picasso di qualche anno – a spingere lo spagnolo ad abbandonare i quadri naturalisti e ad esplorare nuovi stili e tecniche.

Nella sua produzione, i critici distinguono varie fasi. Ci sono un Periodo blu, un Periodo rosa, un Periodo influenzato dall’arte africana, e poi il periodo del Cubismo analitico e del Cubismo sintetico. Vicino per certi versi anche al surrealismo, nel secondo dopoguerra Picasso rielaborò gli stili già scoperti e approfonditi nelle fasi precedenti della sua vita. Tra le sue opere più celebri, bisogna citare almeno Les Demoiselles d’Avignon del 1907, Il sogno del 1932 e Guernica del 1937.

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Joan Miró

Il surrealista che voleva uccidere la pittura

È un po’ strano annoverare Joan Miró nella lista dei maggiori pittori spagnoli. Non tanto perché non fosse un pittore, anzi. Più che altro perché egli stesso, in una celebre intervista degli anni ’30, spiegò di voler compiere un assassinio della pittura, in favore di forme d’arte nuove. D’altronde, come spiegava allora, riteneva le classiche tecniche pittoriche un sistema per supportare e sostenere l’apparato borghese.

Nato a Barcellona nel 1893, rimase sempre legato alla sua città natale e alla sua regione, la Catalogna. Frequentò lì l’Accademia, scoprendo il fauvismo, ma dopo la Prima guerra mondiale decise di trasferirsi altrove. Approdò nel quartiere parigino di Montparnasse, dove risiedeva il connazionale Picasso. Più che allo stile del celebre collega, però, si avvicinò al circolo dadaista di Tristan Tzara. E iniziò a collaborare con Max Ernst.

La fama lo raggiunse alla fine degli anni ’20, quando tra l’altro decise di rientrare in Spagna. In quello stesso periodo cominciò a sperimentare nuove tecniche, come la litografia, l’acquaforte o addirittura la scultura. Lasciò Palma di Maiorca, dove si era ormai stabilito, durante gli anni della Guerra civile, ma vi ritornò quando i nazisti invasero la Francia. E li rimase fino alla morte, nel 1983.

La corrente a cui aderì fu, alla fine, il surrealismo, diventandone uno dei capofila. Lo stesso teorico del movimento, André Breton, lo definì non a caso «il più surrealista di tutti noi». Tra le sue opere più famose bisogna citare Il carnevale di Arlecchino degli anni ’20 e Natura morta del sabatot del decennio successivo. Oltre a Dona i ocell, dell’ultima parte della sua vita.

 

Salvador Dalí

Il grande provocatore

Concludiamo con l’ultimo grande artista spagnolo della nostra lista, Salvador Dalí. Nato nel 1904 a Figueres, in Catalogna, proveniva da una famiglia piuttosto benestante. Questo gli consentì di studiare arte fin dalla gioventù e di trasferirsi prima a Madrid e poi in Francia. Qui conobbe un altro spagnolo emigrato, il regista Luis Buñuel, con cui strinse un importante sodalizio artistico.

Dopo un iniziale interesse per il cubismo, aderì infatti al dadaismo. Il suo interesse per i sogni e per l’inconscio portò lui e Buñuel a realizzare insieme vari film, tra cui Un chien andalou e L’âge d’or. D’altra parte, il legame tra Dalí e il cinema rimase forte anche negli anni successivi. Tanto è vero che collaborà anche con Alfred Hitchcock.

La bella vita parigina, inoltre, lo spinse ad assumere atteggiamenti sempre più provocatori, che ben si sposavano con i quadri che cominciava a vendere con crescente successo. Dandy e innovatore, produsse opere che si legavano, inconsciamente, alle più grandi novità politiche, scientifiche e sociali dell’epoca. Tra le tante, vale la pena di ricordare La persistenza della memoria del 1931, Morbida costruzione con fagioli bolliti: premonizione di guerra civile del 1936 e Cigni che riflettono elefanti del 1937-

Nonostante fosse l’esponente più celebre e amato del surrealismo, litigò con Breton e si espose a numerose polemiche. Ma il motivo del contendere non era tanto artistico, quanto politico. Dalí infatti rifiutò di schierarsi a sinistra, nel fronte antifascista. E dopo l’affermazione di Franco decise anche di tornare in Spagna. Ma questo non inficiò la sua popolarità, che continuò a crescere anche nel dopoguerra.

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