Pensando alla letteratura studiata a scuola, possiamo riscontrare che gli episodi o le poesie che maggiormente ci hanno colpito abbiano avuto dei bambini come soggetto. Il fatto è che l’uomo, per sua natura, tende a proteggere tutto quello che è debole e si presenta senza barriere, mirando ad esaltare nell’immaginario collettivo colui che suscita tenerezza, ma è travolto da un nefasto destino.

Fin dalla notte dei tempi, poeti e letterati hanno messo in scena trasposizioni drammatiche in cui si intravede la figura sofferente di un bambino; talvolta frutto di fantasia, altre volte invece esperienza diretta di un evento luttuoso. Non importa che l’episodio corrisponda a realtà, oppure sia creato ad arte, perché la morte di un bambino è sempre e comunque un accadimento contro natura, che colpisce nel profondo.

Protagonisti di sventure

La letteratura è pregna di figure infantili protagoniste di storie sventurate, in cui le vicissitudini si sono accanite contro una giovane vita. Talvolta, di questi bambini non vengono nemmeno citati i nomi; altre appaiono come meteore e poi subito si dissipano, anche se il frangente in cui sono stati citati basta e avanza per renderne il ricordo indelebile. Ecco perché ci sembra, ancora adesso, di conoscere quei personaggi e, ricordandoli, rendere loro una sorta di “riscatto”. Laddove il pathos raggiunge il suo apice, l’empatia diventa commozione, e da lì, catarsi. E questo è sempre un buon meccanismo per avvicinare il lettore.

D’altra parte, la letteratura è bella anche per questo: mescola realtà a finzione, e confonde il tutto. Serve a rendere immortali. Pensando proprio a figure di bambini, protagonisti di celebri componimenti letterari, la scelta è caduta sui seguenti cinque, che andiamo subito ad elencare. Dopo averli letti, sono certa converrete con me che anche a voi sono rimasti impressi. Ma soprattutto, che è sempre bella cosa sapersi emozionare.

 

Quel compagno di collegio di Giovanni Pascoli che mai invecchiò

Morto per essere arrivato primo

Giovanni PascoliIl finale de L’aquilone, poesia di Giovanni Pascoli, è forse una delle strofe più intimiste e commoventi dell’intera letteratura italiana, laddove è descritta l’immagine del suo amico, compagno di scuola, che giunge alla fine della vita sicuramente troppo presto, ma ancora ansimante, sudato e accaldato per la corsa fatta per salire il colle, facendo a gara coi compagni, così come fanno i bambini per vedere chi arriva primo.


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Paradossalmente, egli è arrivato prima a quella che si presenta come la meta finale: l’età non arriverà mai ad ingrigire i suoi capelli biondi. La sua testa, che per sempre conserva illusioni infantili, riposa ora fredda sul guanciale, mentre la madre lo pettina dolcemente, creando un’onda, ma adagio, per non fargli male.

[…] Meglio venirci con la testa bionda,
che poi che fredda giacque sul guanciale,
ti pettinò co’ bei capelli a onda
tua madre… adagio, per non farti male.

 

Cecilia, uccisa dalla peste, in braccio alla madre

Il delicato racconto di Manzoni

La vicenda della piccola Cecilia nella versione a fumetti de I promessi sposi disegnata da Paolo PiffarerioL’episodio che Alessandro Manzoni descrive ne I promessi sposi, in realtà, s’intitola La madre di Cecilia, ma a tutti ha fatto tenerezza la storia struggente di questa bimba di nove anni morta durante l’epidemia di peste, scoppiata a Milano nel Seicento. Si tratta di un episodio vero che Manzoni ha romanzato dando il nome di Cecilia alla bambina e ponendo Renzo come testimone del fatto. Tale racconto ha infiammato l’immaginario collettivo ed ispirato numerosi artisti del Novecento, che ne hanno tratto delle rappresentazioni pittoriche. Fra tutte, la litografia di Renato Guttuso, divenuta vera e propria fonte iconografica.

Renzo è appena entrato in città, quando vede una giovane donna uscire da una casa e dirigersi verso il carro dei monatti – addetti pubblici che nei periodi di epidemie pestilenziali erano incaricati dai comuni di trasportare nei lazzaretti i malati o i cadaveri. Tutti ricordiamo il dolore di questa madre, e con quanta delicatezza ella abbia consegnato il corpo della piccola Cecilia, che anziché morta, pareva addormentata.

Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio.

 

Dante Carducci, ancora presente in quell’orto col padre

La poesia in cui Giosuè parlò del dolore per la morte del figlio

Giosuè CarducciCome non ricordare il piccolo Dante, unico figlio maschio di Giosuè Carducci, morto a soli tre anni nel 1870, molto probabilmente di tifo? Il padre, straziato dal dolore, gli dedica forse la sua lirica più bella, Pianto antico, che si eleva ad esempio universale perché è lo stesso dolore provato e gridato a gran voce dai padri di ogni tempo.

Quello che commuove in questa poesia è il fatto che il poeta concepisce l’andamento ritmico come quello di una nenia malinconica. È un dialogo diretto col figlio, a cui racconta una “filastrocca”, come se il bambino potesse ancora udirlo. Nella morte, questo padre ha voluto preservare il suo ragazzo con parole dolcissime, cullandolo col potere della fantasia. In breve, egli evita di parlargli in maniera brutale, perché fare questo significherebbe perdere ogni speranza. Ragion per cui noi tutti abbiamo sempre desiderato preservarne il ricordo e questa poesia ci ha colpito così tanto.

[…] Tu fior de la mia pianta
Percossa e inaridita,
Tu de l’inutil vita
Estremo unico fior,

Sei ne la terra fredda,
Sei ne la terra negra;
Né il sol più ti rallegra
Né ti risveglia amor.

 

Astianatte, ecco come muore un bambino

La terribile fine del principe di Troia

Astianatte gettato dalle muraSu Omero vi sono tanti dubbi, così come su Elena Ferrante all’ultimo Premio Strega, però se pensiamo alla guerra di Troia, con tutte le incertezze fra quello che è storico e ciò che invece è solo finzione, sicuramente ricordiamo un episodio che più di altri ha toccato la nostra sensibilità: la morte del piccolo Astianatte.

Il bambino era principe di Troia, essendo nipote di Priamo e figlio di Ettore e Andromaca. Secondo le fonti, egli fa una fine orribile. Viene infatti scaraventato giù dalle mura della città, per impedire ai troiani di avere una discendenza. La scena del funerale del piccolo è una delle più commoventi de Le troiane di Euripide, e questo perché Eucuba, moglie di Priamo e nonna del bambino, lo seppellisce nello scudo del padre Ettore, talmente grande da poter contenere il corpo del fanciullo.

Cosa potrà scrivere un poeta sulla tua tomba? Qui giace un bambino, ucciso un giorno dagli achei, per paura. Che vergognoso epitaffio per la Grecia! Non hai avuto altra eredità da tuo padre, avrai almeno il suo scudo di bronzo: sarà la tua bara.

 

Il ragazzino maltrattato di Dickens, che alla fine ce la fa

Oliver Twist e l’epoca vittoriana

Oliver Twist nell'adattamento cinematografico di Roman PolanskiPer parlare della quinta figura di bambino ad aver toccato profondamente le nostre corde, dobbiamo trasferirci in Inghilterra. Qui troviamo Oliver Twist, romanzo di Charles Dickens, in cui si delinea la figura di un bambino maltrattato, che vive di stenti. È vero che non muore, ma possiede l’aggravante di essere orfano. E si sa, il bambino solo al mondo, che si trova a cimentarsi con le avversità della vita, commuove sempre.

Il piccolo figlio di nessuno cerca di sopravvivere nella società vittoriana, che non tutela in alcun modo le classi più deboli. Quest’opera di denuncia sociale ci ha scosso nel profondo, ma ci ha anche spinto a gioire del fatto che il piccolo riesca ad ottenere un riscatto, e a volgere al meglio le sorti della sua esistenza. Patire e gioire: forse uno dei connubi meglio riusciti della letteratura straniera degli ultimi secoli.

Il cielo sa che non dovremmo mai vergognarci delle nostre lacrime, perché sono pioggia sulla polvere accecante della terra che ricopre i nostri cuori induriti.

 

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