Cinque indimenticabili canzoni degli U2

Gli U2

L’anno prossimo gli U2 compiranno 35 anni di carriera. 35 anni contraddistinti da successi clamorosi, virate di stile, tour faraonici e impegni umanitari che li hanno resi sicuramente una delle band più popolari del pianeta; gli U2 forse sono stati, anzi, la band per eccellenza degli anni Ottanta, decennio che per loro fu caratterizzato da un crescendo costante, culminato in The Joshua Tree, senza ombra di dubbio il loro album di maggior successo.

Nell’attesa del nuovo album che, a distanza di cinque anni da No Line on the Horizon, dovrebbe nel giro di qualche mese mostrarci gli U2 degli anni Dieci, ripercorriamo la carriera del gruppo irlandese tramite le loro cinque canzoni a nostro modo di vedere più significative.

 

Sunday Bloody Sunday

da War, 1983

Conosciutisi ai tempi della scuola, Bono (alias Paul David Hewson), The Edge (David Howell Evans), Adam Clayton e Larry Mullen fondarono gli U2 quando erano appena degli adolescenti, provando nella cucina di casa Mullen ed esibendosi a qualche festa locale. Meno di dieci anni dopo pubblicavano album come War che, al terzo tentativo, riusciva a scalzare nientemeno che Michael Jackson dalla vetta della classifica britannica. E lo faceva non solo per la qualità delle canzoni, che Bono e The Edge avevano ormai imparato a costruire con ottimi risultati, ma anche per il tema stesso dell’album che, come il titolo lasciava intuire, era per la prima volta virato sui temi dell’attualità.

Boy e October, i primi due lavori della band, si erano infatti concentrati su questioni tutto sommato intimiste, ma i quattro ragazzi irlandesi erano cresciuti e la loro attenzione ai temi politici si stava facendo più forte. A simboleggiare questo cambio di prospettiva era già il brano che apriva tutto il disco, quella Sunday Bloody Sunday che ancora oggi è una pietra miliare della loro carriera: la canzone, scritta da The Edge per la musica (e poi arrangiata da tutta la band) e Bono per il testo, si concentrava sui fatti di Derry del 1972, la famosa “domenica di sangue” in cui l’esercito britannico sparò sulla folla uccidendo 13 persone disarmate, molte delle quali minorenni.

La questione dell’Irlanda del Nord era ovviamente all’epoca molto sentita, tra atti terroristici dell’IRA e reazioni spropositate da parte britannica, ma la canzone – scritta tra l’altro da un irlandese che era figlio di un cattolico e di una protestante – non prendeva le parti dell’una o dell’altra fazione, lamentando piuttosto l’assurdità degli scontri (celebre la frase in cui ci si chiede «per quanto ancora dovremo cantare questa canzone»). Dal punto di vista musicale, oltre alla solita voce di Bono, si ricordano soprattutto la batteria di Mullen, che imita il rullo di tamburi di una marcia militare, e l’arpeggio di The Edge, che si ripete uguale e dà il tono a tutto il brano.

 

Pride (In the Name of Love)

da The Unforgettable Fire, 1984

Se War era stato l’album della consacrazione in patria e, in parte, internazionale, The Unforgettable Fire, uscito l’anno successivo, fu il disco che preparò la strada a fare degli U2 la band planetaria che monopolizzò la scena a cavallo tra gli anni Ottanta e i Novanta. Il cambiamento decisivo fu quello che avvenne a livello produttivo, con l’arrivo di Daniel Lanois e soprattutto del suo mentore Brian Eno, che sarebbero stati i principali artefici del caratteristico sound della band: d’altronde, la coppia di produttori sarebbe rimasta con gli irlandesi per un decennio, fino a Zooropa del 1993.

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Pride, la seconda traccia dell’album ed il primo singolo estratto, fu scritta in onore di Martin Luther King, proseguendo quell’attenzione verso le storie legate ai diritti civili che stava iniziando a caratterizzare sempre più pesantemente i testi di Bono. Per la verità, alla sua uscita la canzone ottenne un ottimo riscontro di pubblico ma anche varie critiche, soprattutto proprio per le liriche: il celebre giornalista Robert Christgau, nella sua storica rubrica sul Village Voice, si lamentò dell’eccessivo moralismo sul “porgere-l’altra-guancia di Martin Luther King”, ma anche lo stesso Bono ammise che il testo era solo abbozzato e che avrebbe voluto rimetterci mano, ma che furono The Edge e i due produttori a insistere perché rimanesse così, semplice e asciutto, perché si pensava che avrebbe avuto più presa su un pubblico che non fosse di madrelingua inglese.

Ad ogni modo, la canzone è diventata un inno della non-violenza ed è stata spesso cantata ad eventi benefici, oltre che, nel 2009, al Lincoln Memorial per l’inizio del mandato di Barack Obama.

 

With or Without You

da The Joshua Tree, 1987

Arriviamo, così, al 1987, l’anno della definitiva consacrazione con The Joshua Tree che vendette più di 25 milioni di copie e raggiunse la vetta delle classifiche in una ventina di paesi diversi. Il primo singolo ad essere estratto dal disco, e a far capire subito che gli U2 erano ormai pronti per il successo su larghissima scala, fu With or Without You, che a tutt’oggi è forse il loro brano più famoso e che, a livello di testo, gioca abilmente sull’ambiguità tra il tema amoroso (sembra infatti alludere alla tormentata fine di una storia d’amore) e quello religioso (sulla presenza e sull’assenza di Dio).

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Abbozzata già nel 1985 ma poi evolutasi nel corso degli anni, la canzone era stata più volte ripresa e più volte abbandonata, soprattutto perché la band non sembrava riuscire a trovare un arrangiamento soddisfacente. Il punto di svolta fu la consegna di un prototipo di una nuova chitarra a The Edge, la cosiddetta Infinite Guitar progettata dal musicista canadese Michael Brook, che si proponeva di far durare le note eseguite con lo strumento all’infinito tramite una serie di circuiti elettrici: per stessa ammissione del chitarrista della band, lo strumento non avrebbe mai passato i controlli di sicurezza necessari alla sua commercializzazione (durante il tour il suo tecnico prese molto spesso la scossa, preparandola per i concerti) ma effettivamente permetteva di mantenere virtualmente all’infinito un suono.

L’applicazione della nuova chitarra alla canzone convinse sia i produttori – in particolare Daniel Lanois, che a tutt’oggi possiede l’unico altro esemplare di Infinite Guitar mai prodotto – che la band e il brano fu a quel punto registrato molto velocemente, finendo per diventare il primo singolo degli U2 a raggiungere la posizione numero 1 negli Stati Uniti.

 

One

da Achtung Baby, 1991

Dopo il successo planetario di The Joshua Tree e del suo tour, la band decise di prendersi una pausa per permettere ai vari componenti di dedicarsi a diversi progetti solisti, anche extramusicali. Quando decisero di rimettersi al lavoro, i quattro erano piuttosto divisi sulla direzione da dare al nuovo disco: Bono e The Edge, infatti, premevano per un rinnovamento del sound, chiedendo di mettere da parte le sonorità rock tradizionali per aprirsi ad influenze dance e techno (cosa che sarebbe avvenuta effettivamente più avanti, con Pop); Mullen e Clayton, invece, erano meno propensi a cambiare, sicuri che la vecchia formula avrebbe continuato a funzionare. Il compromesso fu trovato ancora una volta grazie a Brian Eno, che riuscì a guidare il gruppo nell’elaborazione di un sound che sembrasse in continuità con quanto fatto fino ad allora ma anche innovativo e sperimentale.

Il risultato fu l’acclamato Achtung Baby, forse il loro disco più apprezzato dalla critica, che superava agilmente il difficilissimo ostacolo di riuscire a passare indenne al grande successo commerciale. Il singolo più celebre e amato di quell’album fu il terzo estratto, One, ballata per la verità piuttosto classica dal punto di vista strumentale, ma in cui il quartetto riusciva a sintetizzare con sincerità i contrasti di quei mesi: l’ispirato testo messo in piedi da Bono, infatti, discuteva della difficoltà di essere una cosa sola quando si è diversi e del difficile equilibrio che si deve ogni giorno trovare tra identità, diversità ed unità.

Abbastanza ambiguo da essere interpretato in una miriade di modi diversi ma anche da parlare a persone differenti, il testo probabilmente fu ispirato sia dai dissidi all’interno della band, sia dalla separazione di The Edge dalla moglie, sia dalla riunificazione tedesca (gran parte dell’album fu infatti registrato a Berlino), sia infine dal difficile rapporto che Bono aveva avuto col padre dopo la morte di sua madre, avvenuta quando era appena un adolescente.

 

Beautiful Day

da All That You Can’t Leave Behind, 2000

Concludiamo con una canzone (relativamente) più recente e più lontana, almeno psicologicamente, dai grandi fasti del periodo compreso tra The Joshua Tree e Achtung Baby. Nel 2000, dopo Zooropa e l’intermezzo – per la verità poco amato – di Pop, gli U2 ritornarono al rock più puro, riaccogliendo anche dietro la console sia Daniel Lanois che Brian Eno e pensando soprattutto a un disco che soddisfacesse i loro fan storici: nacque così All That You Can’t Leave Behind, un disco che arrivò a vendere più di 12 milioni di copie e il cui singolo di lancio, uscito una ventina di giorni prima dell’album, era Beautiful Day.

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La canzone, che apriva anche l’intero album, fu scritta a più riprese e divenne, già in fase di registrazione, il brano che doveva stabilire tutta la cifra stilistica dei nuovi U2, un gruppo che doveva recuperare il proprio passato (soprattutto quello degli anni ’80) ma contemporaneamente comprendere che nel frattempo erano passati quindici anni e la musica aveva fatto dei passi avanti: proprio per questo motivo, particolarmente rilevante divenne ancora una volta la chitarra di The Edge, visto che all’inizio Bono insisteva perché all’interno di Beautiful Day usasse la Gibson Explorer già utilizzata in War (del 1983), anche se alla fine la spuntò Brian Eno, che decise – durante la lunga e difficile fase di mixaggio – di elettrificare il suono della chitarra.

La canzone fu bene accolta dalle classifiche, conquistando la prima posizione anche in Gran Bretagna e in Italia, e da allora è un pezzo immancabile nelle scalette dei concerti; nel suo testo si sente la nuova maturità della band, capace di guardare ai dolori della vita con ottimismo: d’altronde, come recita il testo «quello che non hai, non ne hai bisogno ora; quello che non sai, lo puoi comunque sentire… è un giorno meraviglioso».

 

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