Cinque indimenticabili cartoni animati degli anni ’70

Heidi e le sigle dei cartoni animati degli anni '70

Negli scorsi mesi, parlando di televisione, abbiamo dedicato vari articoli agli anni ’80. Ne abbiamo presentato i cartoni animati, le serie TV, le famiglie, le telenovelas e perfino i giocattoli che spesso da quegli show venivano tratti. In fondo era inevitabile: gli anni ’80 sono stati gli anni della nascita delle TV private, del trionfo del merchandising e dell’invasione nipponica. Anche se il tutto nasceva, in un certo senso, dai cartoni animati degli anni ’70.

Già nel decennio precedente, infatti, i segni della rivoluzione erano nell’aria. Ad esempio i primi anime, i cartoni animati giapponesi, iniziavano timidamente ad essere trasmessi dalla Rai, generando reazioni contrastanti nel pubblico.

Inoltre le serie TV che provenivano dall’America abituavano i telespettatori italiani – sia adulti che bambini – all’idea che sul piccolo schermo potessero passare programmi popolari senza essere per forza nazional-popolari.

Era però soprattutto nel campo dell’animazione che questi cambiamenti diventarono presto evidenti. Vediamo come, attraverso cinque indimenticabili cartoni animati degli anni ’70.

 

1. Scooby-Doo

L’alano parlante e la sua squadra di indagatori di misteri

Lanciata negli Stati Uniti nel 1969, la serie dedicata al cane Scooby-Doo e ai suoi compagni d’avventura è una delle più lunghe non solo della TV americana, ma in generale dell’intrattenimento per ragazzi.

Come certifica infatti il Guinness dei Primati, lo show prodotto da Hanna & Barbera detiene attualmente il record di quella col maggior numero di puntate della storia della TV [1]. Un primato raggiunto tra l’altro solo nel 2004 superando il precedente detentore, I Simpson, che pure è ancora attualmente in onda.

Scooby-Doo fu uno dei cartoni più popolari degli anni '70Nel corso di questi 45 anni, d’altronde, Fred Jones, Daphne Blake, Velma Dinkley, Shaggy Rogers e Scooby-Doo hanno affrontato centinaia di avventure, spesso anche molto diverse tra loro.

Tra il ’69 e il ’71 è andata in onda la serie originale, Scooby-Doo! Dove sei tu?, dal canovaccio piuttosto ripetitivo e prevedibile. Dal ’72 al ’74 è stata la volta degli Speciali Scooby-Doo, in cui il cane incontrava vari divi del mondo dello spettacolo.

Le evoluzioni successive

Dal ’76 al ’77 è poi arrivato The Scooby-Doo Show, una sorta di ritorno alle origini, seguito poi da Scooby’s All-Star Laff-a-Lympics, una serie-crossover con decine di altri personaggi Hanna & Barbera.

Nel ’79 quindi è toccato a Scooby e Scrappy-Doo, con l’introduzione del piccolo cuginetto dell’alano parlante. E poi tutta una serie di altri titoli, dagli anni ’80 in poi, che sarebbe troppo lungo qui elencare.

Menzioniamo, per onor di cronaca, solo le incarnazioni più recenti. Nel 2002 è stata lanciata What’s New, Scooby-Doo?, tradotta come Le nuove avventure di Scooby-Doo. Nel 2006 è stata la volta di Shaggy e Scooby-Doo, mentre le due serie più recenti sono Scooby-Doo! Mystery Incorporated e Be Cool, Scooby-Doo [2].

La serie è un tipico prodotto degli anni ’70. Basti pensare ai suoi personaggi post-sessantottini (come Shaggy, lo strampalato alternativo del gruppo) e il suo disincantato ritratto della società americana, un mondo pieno di affaristi che sfruttano le paure altrui per far soldi. Ma nonostante questo la serie di Scooby-Doo è ancora viva e vegeta.

Lo dimostrano i cartoni animati varati anche negli ultimi anni e soprattutto i frequenti film prodotti per l’home video, oltre che il reboot cinematografico in live action di qualche anno fa, che ha avuto anche tre seguiti.

 

2. Lupin III

Il ladro gentiluomo a cui collaborò Hayao Miyazaki

Quella di Lupin III è una serie che ha letteralmente attraversato i decenni. Se il manga, infatti, comparve per la prima volta nel 1967 ad opera del fumettista giapponese Monkey Punch [3], la prima versione animata esordì già nel 1971.

Fu seguita poi da una seconda nel 1977, una terza a metà anni ’80 e una quarta qualche anno fa. Tutte intervallate da film per il cinema, OAV ed altri episodi speciali.

Lupin insieme ai suoi compari Jigen e Goemon nella prima serie dedicata al personaggioIn Italia, il personaggio arrivò nel 1979, proprio sul finire del decennio. La sua prima serie, Le avventure di Lupin III (in cui il ladro indossava una giacca verde) venne trasmessa inizialmente da varie TV locali, salvo poi essere ripresa e replicata a lungo da Mediaset.

Solo due anni più tardi, nel 1981, fu la volta di Le nuove avventure di Lupin III (con giacca rossa), che assicurò all’antieroe un successo globale.

Goemon, Jigen, Fujiko, Zenigata

La trama – almeno in queste prime serie – era abbastanza collaudata e ripetitiva. Lupin, un ladro geniale e gentiluomo, commetteva dei mirabili crimini assieme ai suoi complici, il samurai Goemon e il pistolero Jigen.

Veniva coadiuvato e talvolta instupidito dalla bella Fujiko (o Margot, a seconda del doppiaggio italiano). Ma soprattutto era costantemente inseguito dal suo acerrimo nemico, l’ispettore dell’Interpol, Koichi Zenigata.

Nei primissimi episodi emergeva, oltre al solito stile grottesco e tendente al comico, anche una certa violenza sia da parte dei ladri che della polizia, che fu poi mitigata col tempo.

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Da notare, infine, che sia alla prima serie che alla seconda lavorò come regista nientemeno che Hayao Miyazaki, allora alle prime esperienze nella direzione di cartoni animati.

 

3. Heidi

Le caprette ti fanno ciao

La mano di Hayao Miyazaki intervenne non solo su Lupin III, ma anche su altri anime che venivano prodotti per la televisione in Giappone negli anni ’70. Uno di questi fu Heidi, il celebre cartone della bambina che vive sulle montagne, per il quale Miyazaki realizzò scene e layout.

I bambini protagonisti della serie: Heidi, Clara e PeterTratto dal romanzo ottocentesco omonimo, firmato dalla scrittrice svizzera Johanna Spyri, l’anime esordì in Giappone nel 1974 e arrivò in Italia una manciata di anni dopo, nel 1978. Subito divenne uno dei capofila dell’invasione nipponica che stava segnando il piccolo schermo italiano sul finire di quel decennio.

Orfana fin da quand’era bambina, Heidi veniva affidata all’età di cinque anni alle cure del nonno, un burbero montanaro che amava vivere isolato da tutti. Tra i due nasceva lentamente un’amicizia, intervallata dai siparietti con Peter, un ragazzino che faceva amicizia con Heidi.

Gli ascolti e la sigla

L’idillio alpino finiva però quando la zia di Heidi si convinceva della necessità che la bimba crescesse in città. La affidava quindi, come una sorta di dama di compagnia, a una famiglia di Francoforte, all’interno della quale faceva amicizia con l’adolescente Clara ma veniva osteggiata dall’arcigna governante, la signorina Rottenmeier.

Dopo varie vicissitudini, però, l’anime presentava un lieto fine. Negli anni ’70 il successo della serie fu clamoroso, tanto è vero che perfino la sigla, cantata da Elisabetta Viviani, scalò le classifiche di dischi.

Ancora oggi, però, la serie viene di tanto in tanto replicata, conseguendo risultati ragguardevoli in termini di ascolti. Nel 2015, infine, ne è stato realizzato un remake di produzione franco-australiana con grafica computerizzata [4].

 

4. UFO Robot Goldrake

mecha e la confusione degli adattamenti italiani

Gli anni ’70 in Giappone – ma di riflesso anche in Italia (anche se con qualche anno di ritardo) e nel resto del mondo – furono caratterizzati dal genio creativo di Gō Nagai.

L’autore giapponese, che nei primi anni di carriera si era occupato principalmente di manga erotici, a partire dal 1972 cominciò infatti a rivoluzionare l’immaginario nipponico. E lo fece lanciando una serie di anime e di manga caratterizzati da alcuni tratti in comune.

Goldrake in azioneAd unirli, in primo luogo, era la presenza di enormi robot guidati perlopiù da un pilota umano al loro interno e ribattezzati mecha.

Il primo prodotto di questo tipo fu Mazinga Z, il cui anime esordì in Italia però in ritardo, nel gennaio del 1980. Prima di lui avevano fatto in tempo a comparire, infatti, già negli anni ’70 quelli che in realtà erano dei seguiti e degli epigoni di quella serie originaria.

Da Mazinga Z

Nel 1979 aveva fatto infatti il suo esordio su varie emittenti locali Jeeg robot d’acciaio. Prima ancora, il 4 aprile 1978, l’allora Rete 2 aveva però lanciato il primo anime di grande successo mai apparso sulla TV italiana, UFO Robot Goldrake.

Quest’ultimo in realtà altro non era che appunto un seguito di quel Mazinga Z che sarebbe giunto poi, con un totale rimescolamento dei nomi dei personaggi.

Un successo strepitoso

Le sviste, all’epoca, non riguardavano però solo l’ordine delle serie. L’anime di Goldrake fu infatti inizialmente presentato col titolo di Atlas UFO Robot. Il motivo era che ci si ispirò all’adattamento francese, però equivocando, perché Atlas era semplicemente il nome della guida dei programmi TV d’oltralpe.

Nonostante questi errori (e la mancanza anche di interi episodi) la serie ebbe in Italia un successo strepitoso, fino a far nascere già nel 1979 le prime interrogazioni parlamentari. Il mondo degli adulti si dimostrò infatti preoccupato per gli effetti “nefasti” che la fantascienza nipponica avrebbe potuto avere sulle giovani generazioni.

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Al di là delle proteste, l’anime – forte del suo pubblico – continuò però ad andare in onda fino al 1980 e diede il via ad una vera e propria invasione di prodotti simili. E, di conseguenza, di giocattoli e merchandising vario.

 

5. Capitan Harlock

Il pirata dello spazio

Concludiamo con un altro cartone giapponese, di cui abbiamo già avuto modo di parlare ampiamente qualche settimana fa. Un cartone che ci permette tra l’altro di presentare un altro – l’ennesimo – aspetto del modo nipponico di intendere la fantascienza: Capitan Harlock.

La serie anime, tratta dal manga di Leiji Matsumoto, esordì in Giappone nel 1978, a ridosso del manga. Arrivò in Italia poco dopo, già nell’aprile del 1979.

Capitan HarlockVenne importato ancora una volta dalla Rai. L’emittente pubblica, d’altronde, stava improvvisamente toccando ascolti record con i nuovi cartoni animati giapponesi, così rivoluzionari rispetto alle (poche) produzioni italiane e al materiale che per decenni era stato tradotto e doppiato dagli Stati Uniti.

Il flop iniziale e il culto successivo

La prima messa in onda, però, non incontrò il successo sperato. Il motivo del flop è forse da ricercare nel fatto che gli appassionati di fantascienza avevano già a disposizione, nella stessa fascia oraria, il telefilm Spazio 1999, trasmesso da Rai 1.

Molto meglio andarono però le repliche, che cominciarono ad essere trasmesse immediatamente dopo la conclusione degli episodi inediti, prima sulla Rai e poi su emittenti private.

Fantascienza e sigla

Gli elementi cardine dell’opera erano vari. In primo luogo c’era l’indimenticabile personaggio di Harlock, vero e proprio pirata spaziale. Ma poi ad appassionare erano anche le sue missioni, in cui etica e avventura si mescolavano, presentando uno sguardo maturo – e inedito nella programmazione per ragazzi – verso le altre culture.

Non meno importante, però, come in tutti i cartoni di questo periodo fu anche la sigla musicale. Quella di Capitan Harlock venne scritta da Luigi Albertelli e musicata, come spesso accadeva, da Vince Tempera.

 

 

Note e approfondimenti

[1] La notizia la trovate qui, diramata a suo tempo dalla BBC.
[2] Se volete “assaggiare” qualche scena di quest’ultimo prodotto, cliccate qui.
[3] Che si era ovviamente ispirato, nell’ideazione del personaggio, alla celebre serie di romanzi francesi scritta a inizio Novecento da Maurice Leblanc.
[4] Qui potete vederne qualche scena di esempio.

 

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