Dall’introduzione del sonoro in poi – ma sotto un certo punto di vista lo era anche prima – la musica è diventata un elemento fondamentale e imprescindibile dei film, capace di sottolinearne i momenti topici, di cavalcarne le emozioni e di fare in qualche caso da necessario contrappunto alla storia rappresentata sullo schermo.

Fateci caso: le pellicole moderne hanno dimostrato a più riprese di poter rinunciare al colore, al dialogo, alle scenografie, perfino in alcuni casi alla regia, ma mai si rinuncia alla musica, coscienti che questo impoverirebbe troppo il prodotto finale.

E allora ci sembrava d’obbligo ripercorrere la storia di questi preziosi accompagnamenti, dividendola per decenni, in modo da dare il giusto risalto a tante pellicole che hanno fatto la storia del cinema e in alcuni casi anche della musica leggera. Partiamo quindi oggi con le cinque indimenticabili colonne sonore di film degli anni ’70.

 

Arancia meccanica

Tra Wendy Carlos, Beethoven e Gene Kelly

Gli anni ’60 per Stanley Kubrick si erano chiusi con 2001: Odissea nello spazio, la cui colonna sonora spaziava da Strauss (sia Johann figlio che Richard) a Ligeti; e gli anni ’70, in un certo senso, si aprirono all’insegna della continuità: Arancia meccanica infatti è un film dove la musica continua a farla da padrone, soprattutto la musica classica, con brani di Rossini (da Guglielmo Tell e La gazza ladra) e Beethoven (La nona sinfonia, che ha un ruolo centrale pure nella trama del film); perfino l’unico brano non classico, il Singin’ in the Rain di kellyana memoria, è in realtà un classico del musical che nel 1971 certo ricordava con nostalgia un momento del lontano (almeno psicologicamente) passato. Ma nello spazio di tre anni qualcosa era anche decisamente cambiato: la musica non era più un maestoso accompagnamento della storia umana, ma una degenerazione della stessa.

Grazie al sintetizzatore Moog di Walter Carlos, che l’anno successivo avrebbe cambiato sesso e nome diventando Wendy Carlos, alcuni dei brani più celebri della tradizione operistica e sinfonica europea venivano infatti distorti, accelerati, resi quasi freddi e meccanici. Emblematica, in questo senso, la scena dell’orgia, in cui una quasi irriconoscibile ouverture del Guglielmo Tell sembra suggerire la natura moderna, disincantata, amorale e priva di calore umano di quel sesso occasionale.

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Ma l’opera di distruzione della valenza sentimentale della musica si compì pienamente solo con Singin’ in the Rain, brano introdotto all’ultimo momento e quasi per caso, ma la cui nuova interpretazione suscitò grande scalpore: si stava girando la scena dell’aggressione alla casa dello scrittore (scena che vedete anche nel video qui di seguito), ma Kubrick – raccontano le cronache – non ne era soddisfatto; gli capitò di sentire il protagonista, Malcolm McDowell, canticchiare il motivetto cardine dell’omonimo musical del 1952 e gli suggerì di inserirlo durante le riprese.

In questo modo, una canzone che inneggiava alla gioia e alla felicità veniva usata come contrappunto – anche ritmico – delle violenze più bieche, coronando quella deriva di insensata aggressività che era alla base dell’intero film.

 

Shaft il detective

Il trionfo della blaxpoitation

Negli anni Settanta negli Stati Uniti si sviluppò un genere molto particolare, il film d’exploitation, che già aveva avuto dei precursori nei decenni precedenti ma che solo in quel momento arrivò con continuità a incontrare il favore del pubblico; un genere di pellicole di serie B, quantomeno nel budget e nella lavorazione, che mettevano in scena situazioni forti ed esasperate, spesso legate al sesso, alla violenza, all’horror. Dividendo in sottogeneri, si parla di sexploitation per i film sessualmente espliciti, di cannibal movies per quelli più horror – che coinvolgevano spesso scene di cannibalismo – e di blaxpoitation per le pellicole dove i protagonisti erano personaggi di colore, che spesso si ribellavano ai bianchi o combattevano battaglie al limite della legalità.

La cosa particolare di quest’ultima tipologia di film, omaggiata anche da Quentin Tarantino nel suo film Jackie Brown, è che un grandissimo rilievo aveva la colonna sonora, che per la prima volta portava sul grande schermo i suoni della comunità afroamericana, dal funk al soul.

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In questo senso Shaft il detective, diretto dal fotografo Gordon Parks – primo regista di colore della storia a lavorare per una major – rappresenta, assieme a Superfly diretto l’anno dopo dal figlio Gordon Parks jr., il vertice più alto della musica nera prestata alla blaxpoitation: la colonna sonora di Isaac Hayes, che si aggiudicò un Oscar e un Golden Globe, è ancora oggi considerata uno dei punti più alti del funk anni ’70, nonostante sia quasi completamente strumentale e quindi non pensata per il grande pubblico.

Sullo stesso livello e forse ancora più emblematica del periodo fu anche la colonna sonora del già citato Superfly, curata da Curtis Mayfield; ma, a differenza di Shaft, questa pellicola non sbarcò mai in Italia.

 

Il padrino

Il capolavoro escluso dagli Oscar

Oggi, per accompagnare i film, quasi sempre si scelgono delle canzoni, magari cantante da star da classifica, capaci poi di portare la relativa colonna sonora a buone vendite anche sul mercato discografico ed aumentare così le entrate della produzione. Fino a qualche decennio fa, però, i principali autori di colonne sonore erano compositori che scrivevano pezzi strumentali, autori di formazione classica che fornivano al film brani orchestrali o comunque lontani dalle sonorità pop.

Così è stato ad esempio per Ennio Morricone, che ha dominato il panorama delle colonne sonore negli anni ’60, e così era anche per l’altro grande nome italiano nel settore, Nino Rota. Cresciuto componendo soprattutto per Fellini (indimenticabili i motivi di Otto e mezzo e Amarcord), Visconti e Monicelli, nel 1972 fu chiamato da Francis Ford Coppola per realizzare le musiche de Il padrino, film a cui ovviamente il regista italoamericano voleva dare il più possibile un’atmosfera realistica e italiana.

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Rota produsse una serie di brani magistrali che raggiungevano l’apice in Speak Softly Love (Love Theme From “The Godfather”), pezzo celeberrimo nella versione strumentale ma di cui fu realizzata anche una versione con testo di Larry Kusik.

Rota, con quel lavoro, si aggiudicò il Golden Globe e il BAFTA, ma fu escluso all’ultimo momento dagli Oscar – dov’era dato per favorito – perché nel brano aveva riutilizzato un lavoro da lui stesso composto tempo prima. Si rifece due anni dopo, vincendo il premio assieme a Carmine Coppola – padre pianista di Francis Ford – per la colonna sonora de Il padrino – parte II.

 

American Graffiti

La musica e l’effetto nostalgia

Negli Stati Uniti l’effetto nostalgia ha sempre avuto molta presa, soprattutto a partire dagli anni ’70, quando gli effetti disastrosi della guerra del Vietnam e il clima generale di contestazione e crisi economica portarono molti a rimpiangere i tempi – apparentemente più leggeri, scanzonati ed ingenui – della loro gioventù.

Proprio in questo decennio, infatti, fiorirono anche nelle fiction cinematografiche e televisive molti esempi di un tentativo di revival degli anni ’50 e dei primi anni ’60: Happy Days e Grease, in particolare, riportarono di moda la brillantina, i giubbotti di pelle e le canzoni dell’epoca d’oro del rock.


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Il vero slancio a questo recupero, però, l’aveva dato nel 1973 il primo film di grande successo di George Lucas, American Graffiti, un malinconico ritratto di un gruppo di ragazzi (tra cui proprio il Ron Howard che avrebbe poi prestato il volto pure a Richie Cunningham) in un momento di svolta delle loro vite; il film era quindi accompagnato da tutta una serie di canzoni d’epoca, una sorta di summa della miglior produzione rock di quegli anni, da Sixteen Candles dei Crests a Surfin’ Safari dei Beach Boys, da Maybe Baby di Buddy Holly a Only You dei Platters.

Tra l’altro i brani furono scelti dallo stesso Lucas, ma alcuni problemi sorsero in fase di contrattazione con le case discografiche: i pezzi richiesti erano infatti molti e la Universal propose un prezzo forfettario, proposta a cui aderirono tutte le major tranne la RCA, cosa che di fatto tagliò fuori i brani di Elvis Presley, che infatti è l’unico “assente eccellente”. Inoltre, pur con il prezzo forfettario i diritti per le canzoni costarono così tanto che non rimasero soldi per pagare un musicista che scrivesse la musica d’accompagnamento delle scene, cosicché le canzoni sono di fatto l’unico supporto sonoro del film.

 

La febbre del sabato sera

L’arrivo della disco music

Al di là della qualità dei lavori di Wendy Carlos e Nino Rota, della oculata scelta di brani di George Lucas e delle innovazioni di Isaac Hayes, la colonna sonora che più di tutte ha lasciato un segno sugli anni ’70 è indubbiamente quella de La febbre del sabato sera, pellicola diretta da John Badham e interpretata da John Travolta nel 1977, agli esordi della disco music.

L’album, composto di 17 tracce di autori diversi ma con una predominanza di brani dei Bee Gees (basti citare le prime quattro canzoni: Stayin’ Alive, How Deep Is Your Love, Night Fever e More Than a Woman, tutte inedite e tutte destinate a scalare le classifiche e dare origine a una serie infinita di cover e ristampe), raggiunse subito la vetta della top ten americana e vi rimase per 24 settimane consecutive, vendendo in tutto il mondo più di 41 milioni di copie diventando all’epoca il disco più venduto di sempre (e ancora oggi occupa una onorevolissima quarta posizione).

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Oltre ai Bee Gees, figuravano nella soundtrack anche altri mostri sacri del genere come Kool & the Gang, KC & the Sunshine Band e i Trammps, con la celeberrima Disco Inferno.

Il disco, che uscì una settimana prima del film, finì ovviamente per trainare anche la pellicola, sia a livello di incassi che di premi: incredibilmente snobbato agli Oscar, dove si imposero gli ormai dimenticati Gigi, un musical con Elizabeth Taylor, e Tu accendi la mia vita, si rifece ottenendo due nomination ai Golden Globe, una ai BAFTA e vincendo il Grammy come album dell’anno.

 

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