Cinque indimenticabili film con Philip Seymour Hoffman

Philip Seymour Hoffman

Ormai lo sappiamo bene: quando muore un personaggio famoso, e ancora di più quando muore un grande artista, i social network vengono immediatamente invasi di messaggi di cordoglio, attestati di stima, rimpianti. Nonostante compaia anche qualcuno che lo critica, credo che questo sia un atteggiamento onesto, attraverso cui si cerca di esorcizzare il dispiacere per una persona che certo non si conosceva, ma alla quale si era imparato a voler bene almeno da un punto di vista artistico. Quando poi la dipartita avviene ad un’età in cui si possono ancora produrre grandi cose, il dispiacere si trasforma rapidamente in tristezza.

L’elenco di questo tipo di lutti ieri sera purtroppo si è allungato arrivando ad includere anche Philip Seymour Hoffman. Cioè un attore tra i più stimati della sua generazione, che è riuscito a lasciare un segno indelebile nel cinema degli ultimi quindici anni nonostante non abbia quasi mai avuto ruoli da protagonista. Invece di dilungarci in elogi funebri, che non sono nello stile del nostro sito, preferiamo ricordarlo tramite ciò che ha fatto e ciò che ce l’ha fatto conoscere. Ecco quindi cinque bei film con Philip Seymour Hoffman, scelti sulla base delle sue performance.

 

Boogie Nights

Un timido innamorato

Nella carriera di un grande attore c’è sempre un film che cambia tutto, dopo il quale il suo nome comincia a circolare negli ambienti giusti. Per Philip Seymour Hoffman questo film è stato Boogie Nights, seconda pellicola di Paul Thomas Anderson. Per questo regista Hoffman era una sorta di attore feticcio, essendo comparso in tutti i suoi film tranne Il petroliere, e non a caso avremo modo di riparlare di questa collaborazione anche più avanti in questa lista. Boogie Nights fu, comunque, il primo grande successo di pubblico e di critica del regista californiano.

Tecnico nel cinema pornografico

Ambientato nel mondo del cinema pornografico a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, il film racconta l’ascesa e il declino dell’immaginario attore Dirk Diggler (interpretato da Mark Wahlberg). A lui fa da contorno una fauna piuttosto ampia di personaggi ben caratterizzati e realistici, com’è nel DNA dei film di Anderson. Hoffman, in particolare, interpreta il ruolo di Scotty J., un timido tecnico (è quello che sostiene il microfono) nella scuderia del regista Jack Horner. Un ruolo in cui ha saputo mostrare già subito una grande capacità di variare le corde della propria recitazione.

Nella scena che vi mostriamo qui di seguito, Hoffman dà il meglio di sé, interpretando il goffo tentativo di Scotty di provarci con Dirk. Prima gli mostra la sua nuova macchina, poi lo bacia addirittura in bocca. Se in molte pellicole degli ultimi anni Hoffman ci ha mostrato spesso personaggi fin troppo sicuri di loro stessi, cinici e a tratti diabolici, qui si toccano, insomma, le corde della fragilità umana.

 

Quasi famosi

La faccia di Lester Bangs

Se c’era un motivo per cui Philip Seymour Hoffman è stato amato dal pubblico, era non solo perché aveva doti recitative non comuni (di bravi attori, in fondo, ce ne sono tanti) ma anche perché riusciva sempre a scegliere film di buonissima qualità. O, quantomeno, a impreziosirli con la sua recitazione. Perfino un blockbuster come Mission: Impossible III, giusto per citarne uno, riusciva a funzionare.

Con il rock anni ’70 sullo sfondo

E tra i film di buonissima qualità non possiamo non menzionare Quasi famosi, la pellicola attraverso cui Cameron Crowe a fine anni ’90 ha provato ad esorcizzare i suoi fantasmi dell’adolescenza. Nel film, infatti, viene raccontato il rapporto ambiguo di un ragazzino diventato giornalista di Rolling Stone con la musica rock degli anni ’70. In questa pellicola, Hoffman interpreta il ruolo di Lester Bangs, giornalista realmente vissuto e anzi icona della critica musicale di quegli anni, quando lasciò la sua impronta sulle più importanti riviste del settore prima di morire, nel 1982, per overdose.


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Quello di Bangs – personaggio firmatario di articoli ambigui, aggressivi, scritti spesso in preda all’alcol o alle droghe ma stimati e letti ancora oggi per la loro forza e, a tratti, preveggenza – era un personaggio difficile da rappresentare. Nella pellicola, d’altronde, non ha molto spazio ma ha anche il difficile compito di fare da mentore a William Miller, il giovane protagonista interpretato da Patrick Fugit. Hoffman è riuscito comunque benissimo nell’impresa, come dimostra anche la bella scena che vi proponiamo qui di seguito, registrata tra l’altro con lo stesso Hoffman preda dell’influenza.

 

Truman Capote – A sangue freddo

La consacrazione dell’Oscar

A metà anni Duemila, Philip Seymour Hoffman non era più un semplice caratterista, ma un attore pronto per osare di più. Una serie di riconoscimenti e nomination in premi importanti l’avevano reso pronto per puntare a un Oscar, anche se, visti i ruoli che aveva avuto fino a quel momento, sarebbe stato lecito pensare a un premio come attore non protagonista.

Un’interpretazione magistrale

Nel 2005 invece, a sorpresa, alla prima nomination portò a casa la statuetta come miglior attore protagonista. Il merito fu di Truman Capote – A sangue freddo, biopic anomalo che si concentra sulla stesura dell’ultimo libro del celebre autore di Colazione da Tiffany. In un momento in cui tutti sembravano riscoprire la figura maledetta di Truman Capote (un’altra biografia cinematografica è Infamous, uscita nel 2006), Hoffman seppe rappresentarne le ambiguità e i controsensi in modo encomiabile.

In questo modo sfidò, assieme al regista Bennett Miller, quello stesso perbenismo che quasi cinquant’anni prima aveva dato il via alla parabola discendente di Capote. Dalla pubblicazione di A sangue freddo – o, meglio ancora, dalla famosa “festa in bianco e nero” con cui celebrò la pubblicazione dell’ultimo capitolo sul New Yorker – non si riprese sostanzialmente più. Qui di seguito il trailer originale del film, dove la potenza della recitazione – anche nell’imitare la voce e gli atteggiamenti dello scrittore – emerge in maniera evidente.

 

Il dubbio

L’ambiguità di un prete

In quali occasioni risalta maggiormente il talento di un attore? È una domanda a cui non è facile dare una risposta univoca. Basandoci sui casi concreti, potremmo citare le situazioni in cui un attore è chiamato a operare una metamorfosi, a cambiare addirittura aspetto, ad assumere un determinato accento. Oppure quando è chiamato a rappresentare una disabilità mentale, la pazzia o una qualche forma di ossessione.

Faccia a faccia con Meryl Streep

Il grande talento, però, può risaltare anche quando si interpreta un personaggio “normale”, uno come tanti, ma riuscendo a far emergere nella personalità di questo essere umano dei tratti ambigui, degli elementi di dubbio. E proprio Il dubbio, uscito nel 2008 e scritto e diretto da John Patrick Shanley, contiene uno dei capolavori recitativi di Philip Seymour Hoffman. Visto anche che tiene testa da pari a pari a una Meryl Streep al massimo della forma.

Ambientato in una scuola cattolica del Bronx nel 1964, il film racconta la storia di un prete, padre Flynn, che viene sospettato dalla preside, sorella Aloysius, di avere una relazione inappropriata con l’unico studente di colore. Un paio di situazioni poco chiare e l’atteggiamento “moderno” del prete convinceranno la superiora perfino a mentire per metterlo alle strette e costringerlo alle dimissioni. Tutto questo anche se il film – come la pièce teatrale da cui è tratto – alla fine non chiarisce se i sospetti erano fondati. E lascia così in piedi quell’ambiguità che in fondo ci perseguita anche nella vita vera, sia nei confronti del mistero dell’altro, sia nei confronti della fede, come il film sembra suggerire in chiave allegorica.

 

The Master

Il guru di una setta religiosa

Concludiamo da dove eravamo partiti, con un film di Paul Thomas Anderson. Un film meno corale dei precedenti ma che tenta ancora una volta di dipingere l’America contemporanea partendo dalle vite di uomini con un equilibrio psichico decisamente precario. Stiamo parlando di The Master, pellicola uscita nel 2012 e premiata a Venezia con il Leone d’argento per la regia e, soprattutto, la Coppa Volpi per il miglior attore assegnata ai due protagonisti, Joaquin Phoenix e appunto Hoffman.

I riferimenti a Scientology

La storia, vagamente ispirata alle vicende di Scientology, racconta infatti il rapporto di amicizia, sottomissione e ribellione tra due uomini. Da un lato abbiamo infatti Lancaster Dodd – carismatico fondatore di una setta chiamata La Causa – e dall’altro Freddie Quell, un veterano della Seconda guerra mondiale instabile e violento. I due si incontrano per la prima volta su una nave (ed è questo incontro che si vede nella scena che riportiamo qui di seguito), dove Dodd tiene i suoi incontri e Quell capita senza nemmeno rendersene conto a causa della sua ubriachezza.

Da lì in poi, convinto che in qualche modo il “santone” possa aiutarlo a dominare i propri istinti sempre più distruttivi, percorreranno un tratto di strada assieme. Visiteranno così diverse zone degli Stati Uniti e convivranno per qualche tempo, senza che in realtà la violenza e l’alcolismo di Quell accennino realmente a diminuire.

 

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