Cinque indimenticabili film di Charlie Chaplin

Charlie Chaplin nei panni di Charlot

Il mondo del cinema sa essere particolarmente famelico: innalza sugli altari gli attori, elevandoli rapidamente al ruolo di divi, ma altrettanto rapidamente è capace di gettarli nella polvere e farli finire dimenticati nel giro di pochi mesi. Di carriere di questo genere è piena la storia del cinema e in particolare di quello hollywoodiano, che ha sempre avuto un debole per le stelle, tanto brillanti quanto capaci di implodere in loro stesse.

Se pensiamo, ad esempio, agli interpreti più famosi del muto, abbiamo un lungo elenco di attori e personaggi che al momento del passaggio al sonoro non seppero riciclarsi e dovettero cedere il loro spazio a nuove stelle, finendo rapidamente nel dimenticatoio. Le eccezioni si contano sulle dita di una mano, e probabilmente quella più significativa fu quella rappresentata dalla figura di Charlie Chaplin, l’unico, forse, capace di segnare in maniera indelebile sia il cinema muto che il primo cinema sonoro. D’altro canto, era sicuramente un genio cinematografico come ne nascono pochi, e i suoi film migliori ancora oggi, a distanza di quasi cento anni dalla loro uscita, non hanno perso un grammo del loro fascino. Scopriamo insieme quali sono queste pellicole indimenticabili.

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Il monello

Lacrime e risate

La carriera di Chaplin fu velocissima: giunto in America, dall’Inghilterra, nel 1911 per una tournée teatrale, già due anni dopo fu messo sotto contratto e iniziò a girare le prime comiche, arrivando, nel giro di appena cinque anni, a diventare l’attore più pagato di tutta l’industria cinematografica, tanto è vero che proprio nel 1919 decise di dar vita a una propria compagnia di produzione, la United Artists, fondata assieme ai colleghi Douglas Fairbanks – suo grande amico –, Mary Pickford e David Wark Griffith.

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Il giovane comico inglese, che già si era diretto in un discreto numero di cortometraggi, era insomma pronto per un’opera più lunga, che mandò nei cinema nel 1921: si trattava de Il monello, che si rivelò un clamoroso successo di pubblico e soprattutto di critica, mostrando che Chaplin non era capace solo di congegnare sapienti scene comiche, ma anche di commuovere. La storia vedeva il classico personaggio di Chaplin – il vagabondo Charlot – ritrovare un bambino abbandonato ed accudirlo per anni, vivendo di espedienti e di amore; una malattia del ragazzino, magistralmente interpretato dal piccolo Jackie Coogan (che molti anni dopo avrebbe dato un volto anche allo zio Fester nella serie tv dedicata alla Famiglia Addams), provocava però il ritorno in scena della madre ormai arricchita e la momentanea disperazione di Charlot. Ad ogni modo, come in tutti i film di Chaplin di questo periodo, il lieto fine era comunque assicurato.

Charlie Chaplin – Il Monello (1921) – Il monello sottratto a Charlot

 

La febbre dell’oro

In cerca di fortuna tra i ghiacci

Dopo il mezzo passo falso di La donna di Parigi, Chaplin ritornò sul grande schermo nel 1925 con La febbre dell’oro, un film la cui prima idea gli venne mentre guardava delle diapositive di Douglas Fairbanks e Mary Pickford derivanti da una vacanza dei due al confine tra il Canada e l’Alaska. L’idea di fondo era anche qui quella di mescolare le consuete comiche, di cui Chaplin era diventato uno specialista, con una trama fortemente drammatica, in cui al protagonista ne capitassero di tutti i colori, salvo poi arrivare ad un lieto fine in cui la bontà di cuore del vagabondo veniva in qualche modo ricompensata (e, in questo caso in particolare, non solo moralmente ma anche economicamente).

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Il film, uno dei più riusciti dal punto di vista tecnico della carriera di Chaplin, è ricco di scene indimenticabili, in cui la povertà e l’umiliazione si mescolano all’ineguagliabile comicità di Charlot: ad esempio si ricordano la gag dello scarpone mangiato per fame, o di Charlot trasformato in un pollo nell’immaginazione dell’affamato compagno di disavventure, o ancora il ballo con le forchette e i panini che suscitò l’ilarità di mezzo mondo, tanto è vero che la leggenda vuole che nei cinema il pubblico costringesse i proiettori a riavvolgere la pellicola e riproporre la scena. Un risultato ancora più encomiabile se si pensa che la produzione della pellicola fu funestata da vicissitudini personali non certo gradevoli per l’attore inglese: mise infatti incinta la sedicenne che era stata scelta come coprotagonista, Lita Grey, finendo per sposarla per porre riparo allo scandalo; si sarebbe rivelato un matrimonio altamente infelice e si sarebbe concluso con un divorzio particolarmente difficile appena un anno dopo.

La febbre delloro Danza al quadrato danza dei panini

 

Luci della città

La fioraia cieca e il milionario ubriacone

Le pantomime di Chaplin, che dal 1914 al 1927 avevano fatto la storia del cinema ed erano riuscite a creare il personaggio forse più significativo di tutto quel genere comico, si trovarono messe alle strette appunto nel 1927, quando il cinema scoprì il sonoro e rapidamente tutti i film cominciarono a essere girati secondo la nuova tecnologia. Come ben raccontano pellicole successive come Cantando sotto la pioggia e The Artist, quello fu un periodo di grandi sconvolgimenti all’interno dell’industria cinematografica, in cui intere carriere andavano rapidamente a rotoli e nuovi divi nascevano. Chaplin rischiava di fare la fine dei primi, anche e soprattutto per la sua riluttanza a passare al sonoro dopo essersi costruito una carriera così solida all’interno del muto.

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Luci della città – il suo primo film volutamente registrato senza sonoro, andando deliberatamente contro la moda del tempo – fu quindi un azzardo, tanto più completo se si pensa che la lavorazione durò tre anni e fu complessa sotto ogni punto di vista a causa del perfezionismo estremo di Chaplin (la scena in cui Charlot viene scambiato per un milionario fu ripetuta 342 volte, entrando nel Guinness dei Primati). La storia vedeva ancora una volta il vagabondo gestire i contraccolpi del suo buon cuore: conosciuta una fioraia cieca e un milionario ubriacone, faceva di tutto per far avere alla bella ragazza il denaro necessario per sostenere l’operazione che le avrebbe ridato la vista, anche a costo di affrontare l’ingiusta accusa di furto e passare degli anni in prigione; ovviamente, dopo tante traversie, nemmeno qui mancava però il lieto fine.

City Lights – Luci della Città (Charles Chaplin) 1931

 

Tempi moderni

L’atto d’accusa contro il capitalismo

Con l’andar del tempo la coscienza cinematografica di Chaplin era notevolmente cresciuta. Da semplice interprete e regista di comiche che dovevano deliziare il pubblico, aveva cominciato a proporre qualcosa di nuovo e di drammatico; già Il monello manifestava, infatti, una certa carica anarchica, che di sicuro prendeva ispirazione dalle classiche comiche in cui il malcapitato si scontrava con la polizia, ma che sembrava caricarsi di sapore politico per la foga con cui Charlot si abbatteva contro il potere costituito. Luci della città, da questo punto di vista, aveva rappresentato un ulteriore passo avanti, soprattutto nella rappresentazione del milionario, tanto prodigo da ubriaco quanto avaro e freddo da sobrio, simbolo della doppia faccia del capitalismo.

Questa critica sociale e politica si fece più forte negli anni ’30 e soprattutto con Tempi moderni, uno dei molti capolavori di Chaplin, il cui tema principale è – e sembra paradossale dirlo, in un film comico americano – lo scontro tra operai e capitalisti. Charlot è infatti qui un operaio in una fabbrica decisamente alienante, i cui ritmi di lavoro e la cui ripetitività gli provocano un esaurimento nervoso; coinvolto in tumulti e scioperi che lo portano sovente in galera e incapace di tenersi un lavoro anche a causa del vizio di aiutare i poveracci infischiandosene della legge, il protagonista finisce per incontrare una piccola monella, orfana e disperata, con la quale condividerà il tentativo di una vita migliore. Una critica al capitalismo così dura da costare, una quindicina d’anni dopo e cioè in piena epoca maccartista, l’espulsione di Chaplin dagli Stati Uniti.

Charlie Chaplin e la fabbrica: Tempi Moderni (1936)

 

Il grande dittatore

Quando Chaplin prese in giro Hitler

Il grande dittatore rappresentò il punto d’arrivo di un lungo percorso che Chaplin aveva intrapreso a partire dagli anni ’10, al quale in un certo senso non sarebbe più riuscito a dare un vero e proprio seguito. Suo primo film sonoro, o quantomeno contenente dei dialoghi, la pellicola che uscì nel 1940 accantonava infatti definitivamente il personaggio di Charlot, ritenuto dallo stesso Chaplin inadatto a parlare, e affrontava di petto un tema politico come quello della dittatura nazista, che in quel momento stava iniziando a serrare sull’Europa le sue mire espansionistiche.

Chaplin interpretava infatti il doppio ruolo di un barbiere ebreo, eroe di guerra durante il Primo conflitto mondiale e comunque vessato dai nazisti, e del terribile dittatore di Tomania, Adenoid Hynkel; mentre il primo non accettava di essere trattato come un umile abitante del ghetto, il secondo programmava di invadere la vicina Ostria, dopo aver raggiunto un accordo diplomatico con l’alleato Bonito Napoloni. Un banale scambio di persona, poi, portava il dittatore in carcere e il barbiere a vestire i panni del capo di Stato: proprio quest’ultimo fatto dava la possibilità al barbiere di tenere un discorso al mondo, discorso che però sarebbe stato improntato a valori umanitari e di solidarietà, in vista di un futuro migliore. Grande successo al botteghino – almeno negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, gli unici paesi dove poté essere lanciato prima della fine della Seconda guerra mondiale –, il film è oggi ricordato da un lato per il coraggio con cui descrisse e ridicolizzò le pretese militaresche delle dittature europee, dall’altro per alcune scene particolarmente riuscite ed emozionanti, come il ballo con il mappamondo e il discorso finale.

Charlie Chaplin, Il grande dittatore – Discorso all'umanità

 

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