Cinque indimenticabili giocattoli degli anni ’80

I Masters, i Dominatori dell'Universo

Gli anni ’80 sono spesso celebrati, forse al di là dei loro stessi meriti, come l’epoca d’oro della nostra infanzia. Un tempo in cui tutti i cartoni erano belli e tutti i giocattoli erano sani. Anche noi, d’altronde, in questo campo abbiamo dato il nostro contributo. Abbiamo parlato dei cartoni animati di quel decennio, dei videogiochi, delle serie TV, delle pubblicità, perfino delle telenovelas. Ne abbiamo cercato i caratteri comuni e abbiamo dato libero sfogo alla nostalgia per un decennio che ora ci manca, ma che quando lo vivevamo aveva i suoi bei – ed evidentissimi – difetti.


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Ma, si sa, così funziona la lontananza, non solo cronologica. Fa sembrare bello e irripetibile qualcosa che era invece normale, coi suoi pregi e i suoi difetti. E oggi vogliamo aggiungere un altro, nuovo tassello a questo effetto parlando dei giocattoli, che risveglieranno in molti di noi i ricordi dell’infanzia. Perché proprio in quel decennio l’industria del settore si sviluppò a livelli mai sfiorati prima, complice il potenziamento della televisione e l’invasione di spot televisivi.

Molti di quei giochi divennero leggendari. Citando a casaccio tra quelli che sono rimasti fuori dalla nostra cinquina (ma che forse in futuro presenteremo in un “sequel” di questo articolo), basti ricordare le Micro Machines e le Hot Wheels, Big Jim e GI Joe, il Super Tele e il Tango. E ancora, gli Exogini, il Sapientino, le statuine dei Puffi, la Maglieria Magica, il Monchhichi, gli Orsetti del Cuore, il Mio Mini Pony, la Bebi Mia e tanto altro ancora. Se ne vendevano a centinaia, di questi giocattoli, molti baciati da grande successo. Vediamo i cinque che a nostro avviso furono più rappresentativi di quel decennio.

 

Cubo di Rubik

Il rompicapo ungherese che ha conquistato il mondo

Il cubo di Rubik, il più rappresentativo tra i giocattoli degli anni '80Il gioco che più di tutti rappresenta gli anni ’80 è il cubo di Rubik, commercializzato in Occidente proprio a partire dal 1980 e nel giro di pochi anni assurto a una fama incredibile ed inarrivabile. Creato da un matematico ungherese, Erno Rubik, a metà anni ’70 in una versione ancora piuttosto spartana, il gioco si diffuse nei paesi dell’est, ma fece il salto di qualità quando i suoi diritti furono acquistati dalla Ideal Toys.

Già nel 1982, a due anni dal lancio in Occidente, ne erano stati venduti ben 100 milioni di pezzi. Perfino i libri che proponevano metodi risolutivi vendevano centinaia di migliaia di copie. Lo scopo del gioco è molto semplice e già noto ai più. Dato un cubo in cui ogni lato è formato da nove piccoli quadrati di sei colori diversi, bisogna ruotare i lati e le sezioni in modo da ottenere sei facce ognuna con quadrati di un unico colore.

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Nonostante col tempo ne siano state commercializzate versioni semplificate (con facce di misura 2×2) o avanzate (4×4, 5×5, fino anche all’11×11 e, grazie alle stampanti 3D, addirittura una 17×17), il cubo più popolare è quello di lato 3. Un cubo che rimane difficile da risolvere per l’utente amatoriale. Nel corso degli anni, invece, i giocatori più esperti hanno elaborato varie tecniche risolutive, da quelle più semplici come il metodo “a strati” a quelle più complesse che vanno sotto il nome di speedcubing e permettono di risolvere il rompicapo in pochi secondi.

La popolarità del gioco è ancora oggi molto alta, tanto è vero che lo si trova (magari impolverato) in quasi tutte le case. Gli attuali record del mondo, sia nel tempo singolo che nella media 3 su 5, sono stati realizzati infatti nel 2013, segno che il gioco è ancora – e più che mai – vivo e vegeto.

 

Transformers

I robot trasformabili nippo-americani

I TransformersSe il Cubo di Rubik è un gioco unisex, adatto sia ai maschi che alle femmine, di diverso orientamento sono i giochi che vi presentiamo ora. Ne vedremo due pensati per un pubblico maschile e due per un pubblico femminile. Partiamo dai primi e in particolare dai Transformers. Giocattoli che hanno avuto un nuovo rilancio negli ultimi anni grazie a nuove serie di cartoni animati e film, ma che hanno un’origine anni ’80.

Già sul finire del decennio precedente, infatti, varie ditte giapponesi si erano messe a commercializzare robot trasformabili o componibili. A spingerle era stato il successo di alcuni anime sull’argomento come Mazinga Z, Jeeg Robot d’Acciaio, Daitarn 3, Gundam e così via. Fu però solo dall’incontro tra la Takara e l’americana Hasbro, che già avevano intavolato degli accordi di produzione dividendosi i mercati mondiali, che nacque la serie dei Transformers. Ovvero di robot trasformabili che assumevano la forma di veicoli.


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Lanciati nel 1984 con la cosiddetta Generation 1, i giocattoli furono trainati anche dalla serie a cartoni animati che fu prodotta in Giappone, dando profondità e trama alle avventure dei vari robot. Gli Autobot diventavano così degli alieni che, guidati da Optimus Prime (o Commander, come veniva chiamato nella prima serie), si recavano sulla Terra alla ricerca di una fonte di energia che potesse rivitalizzare il loro pianeta natale. Qui, dopo un periodo di animazione sospesa, dovevano quindi affrontare l’eterna lotta contro i rivali Distructor, facendo del nostro pianeta il campo di battaglia.

Dopo il periodo d’oro degli anni ’80 – che portò anche alla nascita di fumetti, videogiochi ed altri oggetti – questa serie di giocattoli cadde per qualche anno nel dimenticatoio. Fu rilanciata però a partire dal 2007 grazie al film diretto da Michael Bay e scritto, tra gli altri, da Alex Kurtzman e Roberto Orci.

 

Masters – I Dominatori dell’Universo

He-Man contro Skeletor nelle action figures della Mattel

I Masters, i Dominatori dell'UniversoAltra serie di giocattoli che legò il suo successo anche a un cartone animato promozionale fu quella dei Masters of the Universe, da noi ribattezzata Masters – I Dominatori dell’Universo. Lanciate dalla Mattel nel 1981, le action figures acquisirono grande popolarità a partire dal 1983, quando l’americana Filmation ne ricavò due serie a cartoni animati. In quegli episodi veniva dato un retroterra narrativo ai vari modellini, invogliando così il pubblico di bambini a creare storie e avventure con le loro statuine e a collezionarne di nuove.

Protagonista di tutto questo era He-Man, l’uomo più potente dell’Universo, che, grazie al mitico “potere di Grayskull”, si scagliava contro le forze del male comandate dal terribile Skeletor, uno dei cattivi più memorabili del piccolo schermo. Vari erano poi i personaggi che formavano le schiere dell’una o dell’altra forza in campo. Con He-Man c’erano fin da subito Battle-Cat, Man-At-Arms, Stratos, Teela, Man-E-Faces, Orko, Re Randor ed altri, mentre dalla parte del male si schieravano Beast Man, Mer-Man, Tri-Klops, Hordak e altri.

Anche in questo caso, finita l’epoca d’oro, si cercò un rilancio in tempi moderni. La nuova serie di action figures commercializzate sempre dalla Mattel nei primi anni ’00 si è rivelata però un mezzo flop, incapace di rinverdire i fasti di una serie che viene considerata ancora troppo legata agli anni ’80.

Ultima nota di colore. Nel 1987 si creò anche un film live-action sui personaggi, interpretato dall’allora star dei film d’azione Dolph Lundgren (e in cui aveva una parte anche una giovanissima Courteney Cox, poi futura star di Friends). Il film, però, piuttosto brutto, si rivelò un fiasco al botteghino.

 

Poochie

La cagnolina bianca e il suo merchandising

Alcuni timbri di PoochieCi sono giochi di cui in fondo non si è mai smesso di parlare, proprio perché sono stati protagonisti di varie opere di fiction. Altri invece, che pure hanno avuto un buon successo negli anni ’80, hanno finito per essere dimenticati. Per venire sepolti in un’area della nostra memoria che aspetta solo di essere riaperta e risvegliata.

Uno di questi, almeno per quanto riguarda il pubblico femminile, è Poochie, la cagnolina bianca e coi capelli fucsia che dominava le pubblicità dell’epoca, sia su riviste che in TV. Il personaggio, caratterizzato a volte anche con occhiali da sole viola, era stato lanciato dalla Mattel a inizio anni ’80 tramite una serie di peluche. Fu però solo in Italia che ebbe un inatteso successo, dando vita anche ad una rivista a fumetti – Il Giornalino di Poochie – di buon successo. Lì venivano stampate le avventure della cagnetta e di altri personaggi della Mattel destinati alle bambine.


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Dopo i peluche (che in Italia ebbero comunque una diffusione limitata), cominciarono a comparire così decine di altri oggetti brandizzati con la cagnetta. Tra i tanti si ricordano i timbri, che vedete reclamizzati anche nell’immagine qui di fianco, ma anche gli zaini per la scuola, i diari, i quaderni, i pigiami, le lenzuola ed altro ancora. Anche in questo caso si tentò la strada di un film d’animazione – una coproduzione franco-nippo-americana del 1984 –, ma il risultato, che pure pare non fosse affatto tremendo, lo videro in pochi. La pellicola fu infatti rilasciata in VHS e non incassò granché.

 

Dolce Forno

Cuochi provetti grazie ad una lampadina

Il Dolce Forno della HarbertConcludiamo con un altro giocattolo femminile che ha fatto epoca e che è molto rimpianto anche a causa della scomparsa della ditta che all’epoca lo produceva: il Dolce Forno della Harbert. L’azienda, fondata nel decennio precedente, aveva sede a Milano e già negli anni ’70 si era specializzata nella creazione di giochi per aspiranti cuochi e cuoche. Erano così nati il Dolce Gelato, che raffreddava creme emulsionate a base di latte e frutta, e il Dolce Forno. Questo gioco era stato lanciato già nei primi anni ’70, ma fu con l’arrivo degli spot TV, nel 1978, che divenne un oggetto di culto.

Rispetto a tante altre cucine giocattolo che imperversavano in quegli anni, il Dolce Forno dava infatti l’impressione di essere un vero elettrodomestico a disposizione delle piccole giocatrici. Grazie ad una semplice lampadina ad incandescenza permetteva di cuocere frollini, piccole crostate, pizzette e dolci. Veniva venduto completo di formine, un misurino, un mattarello e un ricettario che forniva idee e soluzioni alle aspiranti cuoche.

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Dopo il successo di questo prodotto (che fu ridisegnato con lievi modifiche sia nel 1980 che nel 1990) e di una linea di action figures importate dall’America e dedicate al mondo di Star Wars, la ditta entrò però in crisi. All’inizio degli anni ’90 fu ceduta alla Giochi Preziosi, che ne acquisì i brevetti e gli strumenti produttivi ma decise di non far sopravvivere il marchio Harbert, che da allora è scomparso.

 

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