Secondo la concezione geocentrica dell’astronomo Tolomeo, su cui si basa la cosmologia dantesca, la Terra si trova al centro dell’universo ed è divisa in due emisferi: mentre quello meridionale è completamente ricoperto dall’acqua, quello australe è abitato dall’uomo, ed è suddiviso ad est dal Gange, a ovest dalle colonne d’Ercole.

Secondo Dante, l’Inferno è una voragine gigantesca che si apre nell’emisfero boreale esattamente sotto Gerusalemme, arrivando a toccare il centro della Terra.

Essa si è formata quando Lucifero è stato scagliato sulla terra dopo essersi ribellato all’autorità divina; la Terra, disgustata dalla malvagità dell’angelo ribelle, si è ritirata, creando la montagna del Purgatorio.

L’Inferno è suddiviso in nove cerchi, che scendono fino al Cocito, dimora di Lucifero. Il fiume Acheronte separa l’Antinferno dal Limbo, mentre dopo lo Stige troviamo la Città di Dite.

Per arrivare alle Malebolge è necessario attraversare la Ripa Scoscesa, e infine superare il Pozzo dei Giganti per avvicinarsi alla zona dei traditori, l’ultima prima di raggiungere Lucifero.

In questo articolo troverete descritti alcuni dei gironi più interessanti e celebri dell’Inferno, così come i personaggi più famosi che vi dimorano in quanto peccatori e dannati.

 

1. Cerchio II: lussuriosi

Nel canto V dell’Inferno, Dante descrive il secondo cerchio infernale, nel quale sono puniti coloro che in vita si sono macchiati del peccato della lussuria. Il primo personaggio incontrato da Dante è Minosse, preso dalla mitologia classica e trasformato in un mostro ripugnante, dal compito gravoso.


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Con la sua lunga coda, infatti, Minosse smista i peccatori in arrivo: il numero di giri che questa compie intorno al suo corpo corrisponde al girone in cui l’anima dovrà recarsi per subire la punizione che le spetta.

Minosse urla e cerca di fermare anche Dante, ma Virgilio gli risponde che il suo viaggio è voluto da Dio, e che quindi non può fare niente per fermarlo.

Uno dei canti più conosciuti, quello che racconta la triste vicenda di Paolo e Francesca

Una volta entrato nel luogo dedicato alla pena, Dante si trova di fronte a un luogo molto buio, scosso da un vento continuo, forte come quello di una tempesta. Delle figure chine si muovono incessantemente, spostate da quell’aria portentosa.

Paolo e Francesca in una celebre illustrazione di Gustave DoréVirgilio gli indica alcuni personaggi celebri: Semiramide, Didone, Cleopatra, Elena, Achille, Paride, Tristano.

Mentre cerca di riconoscere le figure di cui gli parla la sua guida, Dante si accorge di due ombre che viaggiano in coppia, strette l’una all’altra.

 
Quando chiede loro chi sono, è Francesca a rispondergli, raccontandogli di come si sono innamorati per colpa di un libro, e di come sono stati uccisi per il loro amore clandestino. Quella di Francesca è anche la descrizione dei dettami del Dolce Stil Novo: il sentimento amoroso è connaturato alla gentilezza d’animo, è indissolubile e necessariamente reciproco.

 

2. Cerchio VII, girone II: violenti contro se stessi (suicidi e scialacquatori)

All’arrivo nel girone in cui sono puniti i violenti contro se stessi, Dante è piuttosto confuso. Il poeta, sempre insieme a Virgilio, cammina in un bosco fosco e tetro, privo di sentiero.

Riesce a vedere solo degli alberi spogli e nodosi, ma non scorge alcuna anima; vede però, appollaiate sui rami, le Arpie, creature mitologiche trasformate (come Minosse) in demoni punitori. A Dante sembra di udire delle voci, ma non capisce da dove possano provenire.

Virgilio introduce Dante nel girone dei violenti contro se stessi
A questo punto, Virgilio gli suggerisce di strappare un ramo dall’albero più vicino: la sorpresa di Dante è grande.

Dal ramo strappato escono contemporaneamente grida e sangue, e tra queste le parole che spiegano al viaggiatore la pena a cui sono sottoposti i suicidi: dato che hanno rifiutato il loro corpo in vita, nell’Inferno vengono trasformati in alberi, i cui frutti, foglie e fiori sono crudelmente strappati dalle Arpie.

Uno dei canti più suggestivi, macabri e scenograficamente efficaci, quello di Pier della Vigna

Al momento del Giudizio Universale, i suicidi saranno gli unici a non poter ricongiungersi con i loro corpi, che saranno appesi proprio agli alberi che contengono le loro anime. A parlare è Pier della Vigna, segretario alla corte di Federico II, condotto al suicidio dall’invidia della nobiltà.

Altre grida interrompono il dialogo di Dante con l’anima penitente: due anime nude, graffiate e insanguinate, arrivano correndo tra gli alberi, inseguite da cagne bramose. È la pena riservata agli scialacquatori, i cui corpi vengono ripetutamente morsi e sbranati.

Nell’inseguimento, viene lacerato un cespuglio, che si identifica come un suicida fiorentino e che fornisce a Dante uno spunto per una polemica sulle guerre civili che sconvolgono da tempo Firenze.

 

3. Cerchio VIII, bolgia V: barattieri

I canti XXI, XXII e i primi 57 versi del canto XXIII sono stati definiti “commedia dei diavoli”: protagonista di questa parte della prima cantica della Commedia è proprio la schiera di diavoli, i Malebranche, che sta di guardia ai barattieri e si occupa della loro punizione.

La struttura dell’episodio è da ricondurre a un genere di teatro popolare caratteristico della cultura medievale, denominato sacra rappresentazione, solitamente diviso in prologo e quattro atti, tutti individuabili anche nella vicenda raccontata da Dante.

I due pellegrini in viaggio sono molto spaventati, ma l’atmosfera dell’episodio è grottesca e comica. I diavoli, cui vengono assegnati nomi specifici e ricercati, ognuno con un propio significato, cercano di inscenare una beffa ai danni di Virgilio e Dante, ma falliscono, riducendosi a sfilare producendo la buffa parodia di una marcia militare.

Una parentesi comica interrompe la solennità dell’incedere di Dante, sottolineando la sua abilità di scrittore

Se nel canto XXI i dannati rimangono sullo sfondo, nel canto successivo uno di essi diventa il protagonista. I barattieri sono costantemente tenuti in un lago di pece nera, e solo ogni tanto Dante riesce a scorgere qualche movimento; essi hanno paura di affiorare, poiché i diavoli li afferrerebbero con i loro uncini di metallo per schernirli e ferirli.

Ed è proprio quello che succede a Ciampolo, barattiere sardo, che cerca però di ordire un inganno ai danni dei diavoli per sottrarsi alle loro punizioni. Beffati, i diavoli si azzuffano tra loro, mentre Dante e Virgilio approfittano della confusione per scappare e trovare la strada che li conduca alla sesta bolgia.

Dante e Virgilio accerchiati dai diavoli
La forza di questa parentesi comica sta nel ritmo, nei dialoghi, ma soprattutto nella capacità del Sommo Poeta di plasmare la lingua per i suoi scopi.

Questi due canti e mezzo sono uno degli esempi più evidenti della manipolazione linguistica operata da Dante, perché mostrano che si può fare poesia arrivando a servirsi dei termini più bassi, volgari e inusuali, emozionando continuamente il lettore e dandogli sempre la sensazione di trovarsi di fronte ad una vera e propria opera di genio.

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4. Cerchio VIII, bolgia VIII: consiglieri fraudolenti

Il canto XXVI si apre con un’invettiva contro Firenze; per l’amata città Dante prevede un futuro burrascoso e triste, in cui rancore e invidia prevalgono su tutto. Tuttavia, questo canto è famoso per un altro motivo: esso è noto, infatti, come il canto di Ulisse.

Dante e Virgilio si avvicinano al fuoco di Ulisse, nel XXVI canto dell'InfernoNell’ottava bolgia sono puniti i consiglieri fraudolenti, ossia coloro che hanno posto la loro intelligenza al servizio della frode e dell’inganno, e non della verità.

Il cambiamento di atmosfera rispetto alle Malebolge, da poco attraversate da Dante e Virgilio, è notevole: il paesaggio è immerso nel silenzio e nella tenebra, rischiarata in molti punti da flebili fiammelle. Ognuna di esse racchiude al suo interno un’anima.

 
Dante è particolarmente incuriosito da una fiammella che, al contrario di tutte le altre lì intorno, è bipartita.

Uno dei canti più famosi della Commedia, che racconta di Ulisse e delle sue imprese

Essa contiene infatti le anime di Ulisse e Diomede, rei dell’assalto alla città di Troia, perpetuato con il cavallo di legno, dell’inganno con cui hanno convinto Achille a entrare in guerra e colpevoli del sacrilego furto della statua di Atena. Dante chiede a Virgilio se può avvicinarsi: la guida acconsente, ma sarà lui stesso a condurre il dialogo.

Ulisse racconta la sua impresa finale, quella che l’ha condotto alla morte. L’interesse di Dante scrittore è soprattutto quello per la sete di conoscenza, caratteristica più saliente di Ulisse. Egli diventa il simbolo dell’insufficienza dell’ingegno umano, che non può sperare di raggiungere la verità senza la rivelazione della fede.

 

5. Cerchio IX, zona II: Antenòra: traditori della patria

Dei traditori della patria si parla nei canti XXXII e XXXIII, insieme ai traditori dei parenti, confinati nella Caina. Sono peccatori che hanno di solito premeditato il loro delitto con freddezza, mostrandosi avversi al calore della carità.

Per questo motivo i loro corpi sono completamente immersi nel ghiaccio del fondo dell’Inferno, e solo la testa è visibile.

Tutti questi dannati non possono che piangere, ma mentre ai traditori dei parenti è concesso far scorrere le lacrime, che si gelano al contatto con il lago ghiacciato, i traditori della patria devono tenere gli occhi chiusi, perché le loro lacrime gli si ghiacciano sul viso.

Il racconto del conte Ugolino, una morte amara che commuove il lettore

La figura che più resta impressa leggendo questi due canti è senza dubbio quella del conte Ugolino della Gherardesca, che stupisce Dante per la ferocia con cui si accanisce sul cranio di uno compagno, mordendolo senza tregua.

Egli è l’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini, suo nemico, colui che si è reso responsabile dell’imprigionamento e della morte del conte Ugolino e dei suoi figli.

La terribile morte del conte Ugolino e dei suoi figli immaginata da Gustave Doré in una delle sue celebri incisioni
Il racconto del dannato, per sua stessa ammissione, non vuole essere la narrazione del suo tradimento, già ben noto. L’accento è posto, al contrario, sulla miseria e sul dolore di una morte vergognosa. Rinchiuso in una torre insieme ai suoi figli, il conte fa un sonno premonitore, che gli annuncia la morte.

Poco dopo, si sveglia udendo le voci dei ragazzi che chiedono del cibo; ogni speranza scompare quando sentono che la porta viene inchiodata dall’esterno. Il conte morirà per ultimo, dopo essersi consumato per la fame e per il dolore alla vista dei cadaveri dei figli.

 

Segnala altri indimenticabili gironi dell’Inferno di Dante nei commenti.