Halloween si sta avvicinando e, per quanto sia lecito guardare con sufficienza a certi eccessi delle tradizioni importate dall’America, sicuramente si può sfruttare l’occasione per operare un viaggio nei meandri dell’horror tanto caro al folklore statunitense. Per questo abbiamo preparato un mini-speciale per oggi e domani, con due appuntamenti dedicati a cose belle, come il nome del nostro sito ci obbliga a fare, ma anche contemporaneamente spaventose e macabre. E oggi cominciamo dai quadri.

 

Hieronymus Bosch – Trittico del Giardino delle delizie

1480-1490: la tortura come pena per i vizi

Trittico del Giardino delle delizie di BoschIl Quattrocento è un’epoca di passaggio, soprattutto negli anni finali del secolo: in Italia l’Umanesimo sta mettendo definitivamente in soffitta il Medioevo, ma nel nord Europa le ansie millenaristiche e soprattutto l’esaltazione dell’irrazionale stentano a passare di moda. Prova ne sono gli scritti filosofici (Erasmo) e i tentativi di Riforma (Lutero) che di lì a poco forgeranno un’epoca, ma anche questo celeberrimo Trittico del Giardino delle delizie di Hieronymus Bosch che da secoli tormenta gli studiosi che cercano di darne un’interpretazione e i loro sogni.

Diviso in tre parti, mostra a sinistra Dio, Adamo ed Eva nell’Eden, al centro un mondo fantastico popolato da persone festose e a destra una visione infernale macabra e ricca di simboli non sempre chiari. Proprio quest’ultima parte è quella più inquietante, anche se pure alcune fantasie del quadrato centrale lasciano interdetti: sullo sfondo si vede una città assediata, mentre in primo piano un mondo dominato dalle tenebre si rivela preda di demoni ed altre strane creature intente a tormentare e torturare gli esseri umani, spesso a causa dei loro vizi (sono identificabili una superba, un avaro, un goloso e dei lascivi) e spesso tramite strumenti musicali. L’opera è oggi conservata al Museo del Prado di Madrid.

Hieronymus Bosch. L'opera
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Il linguaggio esoterico di
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Hieronymus Bosch: il regno
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Pieter Bruegel il Vecchio – Trionfo della morte

1562: l’arrivo dell’armata delle tenebre

Trionfo della morte di Bruegel il vecchioSono passati poco più di 70 anni dall’opera presentata qui sopra, ma ci troviamo sempre in Olanda e siamo sempre legati a Bosch: Pieter Bruegel il Vecchio, capostipite di una famiglia di celebri e importanti pittori fiamminghi, si forma proprio sulle opere dell’autore del Trittico. Su invito del suo editore e mecenate Hieronymus Cock, infatti, Bruegel passa qualche anno a riprodurre le opere del maestro e a crearne di nuove che spesso, almeno in una prima fase, vengono spacciate per creazioni dello stesso Bosch. Dopo un lungo viaggio in Italia, però, Bruegel comincia a dare più spazio a uno stile personale, che emerge soprattutto nei suoi capolavori come la Grande Torre di Babele e il Trionfo della morte.

Quest’ultimo agghiacciante quadro, conservato anch’esso al Prado, è ispirato all’omonimo affresco che probabilmente Bruegel aveva visto a Palermo, risalente a più di un secolo prima, a cui però si aggiunge il tema della danza macabra, nato in nord Europa per esorcizzare la paura delle epidemie; il soggetto è quello di una città devastata dall’arrivo dell’armata della morte, composta da scheletri con falce che mietono vittime tra la popolazione di tutti gli strati sociali, in maniera fantasiosamente macabra. Gli elementi dell’immaginario ci sono tutti: la già citata falce, il tamburo suonato a ritmare la carneficina, le trombe dell’Apocalisse, le campane che suonano, gli scheletri che si fanno beffe dei vivi prima di ucciderli, le trappole per catturare i fuggitivi, le esecuzioni, le torture.

Pieter Bruegel il Vecchio
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Théodore Géricault – Teste mozzate

1818: il più cupo realismo romantico

Teste di giustiziati di GéricaultDopo i fasti tardomedievali, il gusto per il drammatico e, diciamolo pure, per l’orrido riemerge nel Romanticismo, non a caso la corrente artistica che più esplicitamente si richiama all’esperienza irrazionale e a tratti apocalittica dell’epoca precedente al Rinascimento. È in particolare in due quadri di inizio Ottocento che questo gusto macabro emerge con maggiore acutezza, il primo del francese Théodore Géricault, il secondo dello spagnolo Francisco Goya. Come molti artisti e poeti romanici, Géricault ebbe una vita breve e tormentata: baciato fin da giovane da un grandissimo successo e da un indubbio talento per la pittura, cadde presto in depressione, secondo alcuni per il carattere ipersensibile che non gli permetteva di sostenere le critiche al suo lavoro, secondo altri per la difficile storia d’amore clandestina con la zia acquisita.

La morte, che per lui giunse in seguito a una caduta da cavallo a 32 anni d’età, l’aveva d’altronde sempre affascinato ed emerge, potente, nella sua opera più celebre, La zattera della Medusa, responsabile anche delle inquietanti Teste mozzate di cui parliamo oggi: Géricault decide infatti di rappresentare un episodio di cronaca, il naufragio di una zattera – con centinaia di morti e casi di cannibalismo – al largo delle coste africane, e per farlo si documenta studiando i cadaveri che gli passa l’ospedale di Bicêtre, nei sobborghi meridionali di Parigi. Si porta in atelier anche alcune teste di decapitati (tenendole, pare, addirittura per qualche settimana per studiarne la decomposizione), teste che ritrae poi in questo quadro dai contenuti per l’epoca – ma forse anche per i canoni attuali – molto forti. Tale dipinto a olio, Teste mozzate (ma celebre anche come Teste di giustiziati), è oggi conservato al Nationalmuseum di Stoccolma.

Géricault: Étude Biographique
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Francisco Goya – Saturno che divora i suoi figli

1823: l’orrore in sala da pranzo

Saturno che divora i suoi figli di GoyaSe già le teste mozzate di Géricault, tenute nell’atelier per giorni e giorni, non davano l’idea di qualcosa di salubre e razionale, con Goya più o meno negli stessi anni la follia viene sfiorata molto più da vicino. Nel 1819, con la restaurazione dell’assolutismo in Spagna ormai pienamente avviata, Goya lascia Madrid e si trasferisce in un villa di periferia, che lui ribattezza Quinta del Sordo; sulle pareti di questa casa per quattro anni dipinge una serie di affreschi che diventeranno di dominio pubblico solo dopo la sua morte, affreschi dal carattere lugubre, dai toni oscuri e quasi allucinati, tanto che da alcuni critici verranno visti come un’anticipazione dell’espressionismo.

Tra questi, spicca, nella sala da pranzo, il Saturno che divora i suoi figli: Goya si rifà al mito di Saturno o Crono, dio del tempo, che si ciba dei propri figli (tranne l’ultimo, Zeus, che si salva grazie a uno stratagemma della madre) per impedire che questi lo spodestino dal trono. Tale mito era già stato rappresentato da Rubens nel Seicento, ma in Goya assume dei contorni più fortemente drammatici, sia per la crudezza della rappresentazione che per l’espressione – pazza e delirante – dipinta sul volto della divinità. Anche questo dipinto, rimosso dalla casa a fine Ottocento, è ora conservato al Museo del Prado.

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Francis Bacon – Studio del ritratto di Innocenzo X di Velázquez

1953: l’urlo grottesco del papa

Studio dal ritratto di Innocenzo X di BaconNel corso del Novecento, con l’arrivo del cinema, della fotografia, della televisione e soprattutto delle guerre mondiali, l’orrore non è più semplicemente vagheggiare sull’inferno o mostrare qualche cadavere, perché l’inferno in un certo senso è qui in terra e i cadaveri martoriati ci vengono propinati ogni sera al notiziario. L’orrore, tra la fine dell’Ottocento e il Novecento, diventa allora qualcosa di interiore, un grido munchiano che magari non spaventa più ma rappresenta semplicemente l’angoscia.

Francis Bacon, pittore irlandese morto nel 1992, è riuscito però in varie sue opere a mettere insieme il nuovo angosciato senso dell’esistenza a una rappresentazione che fa emergere ancora, anche se in forma diversa, il senso del macabro e dell’orrore: il suo quadro in questo senso più rappresentativo è forse lo Studio del ritratto di Innocenzo X, una riproposizione con modifiche di un celebre quadro di Diego Velázquez di tre secoli prima. Mentre il ritratto originale celebrava la potenza del romano Giovanni Battista Pamphilj, anche fautore del giubileo del 1650 e della sistemazione di Piazza Navona, la versione di Bacon (conservata a Des Moines, in Iowa) mostra un papa lugubre e urlante, perfino grottesco, in cui al rosso papale si sostituiscono il viola e il nero.

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