Le serie TV – che vanno tanto di moda in questi ultimi anni – non sono certo una scoperta recente. Sono nate, anzi, con la televisione e l’hanno sempre accompagnata attraverso le sue numerose evoluzioni. Certo, per lungo tempo sono state di qualità mediamente bassa, e stereotipate. Ma le eccezioni, gli show cioè in grado di stagliarsi al di sopra della media, sono sempre esistite. Anche guardando ai telefilm degli anni ’70, un’epoca ancora ingenua dal punto di vista dello storytelling televisivo, non possono non venire in mente alcuni esempi di ottimo livello.

Pensate, ad esempio, a Mary Tyler Moore, serie da noi vista poco e male, ma che in America ebbe il merito di dare visibilità e dignità alle donne sole per scelta, alle divorziate, a quelle che inseguivano una carriera più che una famiglia tradizionale. Oppure a L’incredibile Hulk, che per prima portò sul piccolo schermo un supereroe della Marvel. O ancora a Starksy & Hutch, a Tre cuori in affitto, a Radici, a I Jefferson, a Mork & Mindy. Serie tutte molto diverse tra loro, ma che hanno anticipato molte delle idee che oggi vanno per la maggiore.


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Per riscoprire e ridare dignità a questi serial oggi dimenticati, dedichiamo un articolo ai migliori e più famosi telefilm degli anni ’70. Qualcuno lo avrete bene impresso, perché ricompare periodicamente su qualche canale privato; altri vi risveglieranno ricordi sepolti. Eccoli.

 

Arcibaldo

Quando le sitcom si aprirono alla politica

Di Arcibaldo abbiamo già avuto modo di parlare quando abbiamo presentato le serie TV più premiate della storia. All in the Family – questo il titolo originale – riuscì a portarsi a casa in tutto 22 Emmy e 8 Golden Globe, a cui si devono aggiungere una novantina di nomination in varie categorie. Un successo di critica, oltre che di pubblico, che affonda le sue radici nella particolare impostazione dello show. Il creatore Norman Lear, infatti, scelse di introdurre nella sitcom temi che erano fino ad allora tabù, rivoluzionando il settore. Così le gag erano di volta in volta incentrate sul razzismo, il femminismo, il sesso, la Guerra del Vietnam, l’ecologia e così via.

Gran parte della cifra comica risiedeva, infatti, nel protagonista Arcibaldo, interpretato da Carroll O’Connor. Lui mal digeriva chiunque gli girasse attorno, dalla cognata femminista e pluridivorziata al compagno liberal della figlia (il futuro regista Rob Reiner), dai vicini di colore (i Jefferson, che avrebbero conquistato una loro serie) alla coppia in cui la donna lavora e l’uomo fa il casalingo. Insomma, Lear decise di portare sulla scena i contrasti tipici della società di allora, colpendo nel segno. La serie fu trasmessa dalla CBS dal 1971 al 1983, cambiando nel finale titolo in Archie Bunker’s Place. In Italia arrivò nel 1983, importata da Canale 5.

Arcibaldo 1×02 – Essere polemici

 

M*A*S*H

L’amata satira sulla Guerra di Corea (e del Vietnam)

Arcibaldo fu il primo show a portare certi temi sul piccolo schermo, e fece scandalo. Ma da lì in poi non fu più possibile tenere la politica fuori dalla TV. Nel 1972, appena un anno dopo, prese infatti avvio M*A*S*H, serie ispirata all’omonimo film di Robert Altman uscito un paio d’anni prima. Un telefilm ambientato durante la Guerra di Corea, i cui protagonisti erano dei medici militari che si trovavano a vivere situazioni al limite dell’assurdo. Satira antimilitarista in anni in cui l’entusiasmo per la Guerra del Vietnam era ai minimi storici, lo show era spesso influenzato da Comma 22, il romanzo che qualche anno prima aveva dipinto i paradossi della vita militare moderna.

La serie fu trasmessa dal 1972 al 1983 sempre dalla CBS, andando in onda proprio di seguito ad Arcibaldo. Non ci volle molto, così, perché si dimostrasse un gran successo di pubblico e di critica. Nel corso degli anni arrivarono 14 Emmy (su addirittura 109 nomination) e 7 Golden Globe, ma anche gli ascolti furono sempre molto alti. Basti pensare che la puntata finale della serie, andata in onda il 28 febbraio 1983, riuscì a raccogliere 125 milioni di spettatori, in un’epoca in cui solo 83 milioni di case negli Stati Uniti avevano la TV. Quell’episodio fu, per molti anni, lo show più visto di sempre, superato in tempi recenti solo dal Super Bowl.

M.A.S.H Kitchen Rebel

 

La casa nella prateria

Il western familiare

Una delle serie più importanti degli anni ’60, se non addirittura la più importante in assoluto, fu Bonanza, un western che venne trasmesso per 14 stagioni dalla NBC. Quello show chiuse nel 1973 e l’emittente newyorkese decise di sostituirlo con un’altra serie familiare ambientata nel far west. Per questo comprò i diritti di una serie di romanzi usciti negli anni ’40 e scritti da Laura Ingalls Wilder, in cui la donna raccontava la sua infanzia in una famiglia di pionieri. Inoltre, affidò a uno dei protagonisti di Bonanza, Michael Landon, il ruolo di protagonista del nuovo programma.


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Nacque così La casa nella prateria, una serie destinata ad essere trasmessa per 9 stagioni, fino al 1983. Un telefilm in cui si raccontava la difficile vita dei coloni nei territori dell’ovest, tra duro lavoro, vicissitudini, malattie, isolamento e convivenza con gli indiani. Un telefilm in cui sempre maggiore divenne l’influenza di Landon, capace di travalicare i limiti del lavoro di attore, diventandone anche co-sceneggiatore e co-produttore. La serie arrivò anche in Italia. Prima fu trasmesso qualche episodio da Rai 1 nel 1977; poi Italia 1 e Canale 5 completarono l’opera negli anni ’80.

La casa nella prateria – sigla

 

Happy Days

L’America spensierata degli anni ’50

La serie più famosa di quegli anni, quella che davvero riuscì ad avere un successo planetario, fu però Happy Days. Nata nel 1974, in un generale clima di nostalgia che invase gli Stati Uniti in crisi per la Guerra del Vietnam, raccontava le avventure di una serie di ragazzi nell’America spensierata degli anni ’50. Il protagonista, inizialmente, era Richie Cunningham, interpretato dal futuro regista Ron Howard. Già nella seconda stagione, però, emerse prepotente il carisma di Fonzie, il “James Dean” della serie, interpretato da Henry Winkler.

Attorno a loro, un cast diviso tra la famiglia Cunningham e gli amici di Richie. Da un lato c’erano il padre Howard (Tom Bosley, poi coprotagonista de La signora in giallo e altre serie), la madre Marion (Marion Ross) e la sorella Joanie (Erin Moran). Dall’altro Potsie (Anson Williams), Ralph Malph (Donny Most), Chachi (Scott Baio) e tanti altri. Lo show fu trasmesso dalla ABC per 11 stagioni, fino al 1984, anche se Richie e Ralph lasciarono la serie al termine del settimo anno. In Italia fu importato da Rai 1 già sul finire degli anni ’70, ma venne replicato a lungo da Mediaset per tutti gli anni ’80 e ’90.

Fonzie presenta suo nipote Spadino a Richie – Happy Days: Le scene e le battute indimenticabili

 

Charlie’s Angels

Le donne-detective e la parabola di Farrah Fawcett

Andava in onda sulla ABC anche l’ultima serie del nostro elenco, l’unica rappresentante del genere poliziesco e avventuroso, Charlie’s Angels. Lo show fu trasmesso solo per cinque stagioni, ma ebbe fin da subito un impatto clamoroso sui media americani. Tanti erano infatti i telefilm dedicati a storie più o meno poliziesche: basti pensare a Starsky & Hutch, Hawaii Five-O, Colombo, Le strade di San Francisco, CHiPs o Quincy. Ma in nessuno le donne avevano un ruolo di primo piano. E le donne di Charlie’s Angels erano donne capaci di catturare le copertine di qualsiasi rivista.

Le tre protagoniste erano inizialmente Kate Jackson (poi anche nella serie Top Secret), Jaclyn Smith e Farrah Fawcett. Se tutte e tre erano molto belle, quest’ultima, venuta a mancare prematuramente nel 2009, divenne una vera sex symbol. Il suo taglio di capelli fu replicato da milioni di donne e le royalties che incassò per la vendita di suoi poster superarono nel giro di pochi mesi l’ingaggio percepito per la serie. Questo inaspettato successo portò la Fawcett – su spinta di suo marito Lee Majors, protagonista di L’uomo da sei milioni di dollari – ad abbandonare lo show dopo appena una stagione. Mentre la serie sopravvisse, anche se con dati di ascolto più contenuti, la carriera della Fawcett di fatto finì lì. Aaron Spelling, il produttore, le intentò infatti una causa da 13 milioni di dollari che la tenne a lungo lontana dal piccolo schermo. Lei si rifece con alcuni film e soprattutto lavorando come modella. Dai primi anni ’80 e fino alla morte fu infine legata al collega Ryan O’Neal, dal quale ha avuto anche un figlio.

Sigle telefilm – CHARLIE'S ANGELS

 

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