Cinque interessanti citazioni da “Gli sdraiati” di Michele Serra

Michele Serra

Gli sdraiati di Michele Serra, uscito nel 2013, racconta di un padre che, osservando suo figlio, prende atto di alcune incolmabili differenze che sono venute a crearsi tra le due generazioni. Il titolo fa riferimento alla posizione preferita assunta dal figlio, che per la maggior parte del tempo che passa in casa se ne sta sdraiato sul divano, possibilmente facendo due o più cose contemporaneamente: mentre guarda la televisione scrive un sms a un amico con la musica a tutto volume nelle orecchie e il computer aperto appoggiato sulla pancia. Magari, nel frattempo, sta anche studiando.

Il padre, con un tenero senso di impotenza, osserva questo suo strano figlio, di cui non riesce a riconoscere le abitudini, il modo di pensare e, soprattutto, il modo di vivere. In maniera ironica e intelligente, il romanzo propone una possibile visione del rapporto padre-figlio, dando al lettore molti spunti di riflessione.


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Osservare insieme

Uno sguardo disattento

Quando il narratore, il padre, pensa queste parole, si riferisce alla mancanza di orizzonti comuni tra lui e il figlio. Ciò che per uno è bellissimo, affascinante, da contemplare, come un bel paesaggio per esempio, non ha lo stesso valore anche per l’altro. Il padre desidererebbe sedersi insieme a suo figlio di fronte a una bella scena da osservare insieme, ma mancano i presupposti per farlo.

Non so cosa darei per potermi sedere con te, in un momento qualunque della nostra vita, davanti allo stesso paesaggio, e condividerne in silenzio la forma e l’ordine.

Sorge un dubbio: è solamente l’età che rende impossibile questa forma di condivisione, oppure la nuova generazione è cambiata così tanto che non è più capace di guardare allo stesso modo il mondo? In altre parole, forse il figlio non rimane incantato dal paesaggio allo stesso modo in cui lo fa il padre perché è un adolescente e sta attento ad altre cose. Ma potrebbe essere anche, ed è l’ipotesi più probabile ma anche più triste, che non sia proprio più in grado di apprezzare la bellezza di un paesaggio.

Gli occhi puntati sul cellulare

Con lo sguardo fisso sullo schermo del suo cellulare, il figlio compie il viaggio verso la Langa, dove sta andando insieme al padre, ad alcuni suoi amici e al cugino, senza gettare neanche per un secondo gli occhi fuori dal finestrino. Il padre si rammarica molto di questo suo comportamento, e si chiede se un giorno saranno in grado di guardare la stessa cosa con gli stessi occhi.

 

La bellezza del mondo

Due concezioni che si scontrano

Con una certa ironia, il narratore fa qui riferimento alla dedizione con cui i figli tendono, soprattutto in età adolescenziale, ad avere una cura maniacale del proprio corpo e del proprio aspetto, tralasciando del tutto quella dell’ambiente in cui vivono. Le descrizioni del modo in cui il figlio lascia la casa, con sporcizia e disordine ovunque, sono molto divertenti in questo romanzo, e rendono bene l’idea dell’indolenza con cui un adolescente tratta non solo la sua camera, ma tutta l’abitazione.

Lo stesso effetto di un piede o di un’ascella che puzza: vedete, miei cari, quanto inchiodati siamo, noi padri e noi madri di qualunque tendenza o calibro, all’idea antica che la bellezza del mondo sia decisamente affare nostro.

Per questo padre la bellezza del mondo è una questione personale, ma che va estesa a tutti i tipi di genitori, e che vede escusi, a suo avviso, tutti i tipi di figli. L’ordine e la pulizia della casa sono parte del loro concetto di bellezza, mentre sembra che l’unica bellezza che un adolescente sappia riconoscere sia la propria, o quella dei propri amici, della propria fidanzata, di qualche star del cinema o cantante famoso.

Sono due bellezze diverse, che appartengono a modi di pensare diversi e, di conseguenza, a generazioni diverse. Il padre, in questo romanzo, tenta di mostrare a suo figlio il suo concetto di bellezza, ma molto più spesso si trova, rassegnato, a constatare l’incomprensibilità reciproca.

 

L’eterna giovinezza

La Grande Guerra Finale

Questa citazione è inserita all’interno del racconto riguardante l’imponente romanzo che il narratore sta programmando di scrivere. Sarà intitolato La Grande Guerra Finale e parlerà del conflitto risolutivo tra Giovani e Vecchi. È il protagonista di questo romanzo, dal significativo nome di Brenno Alzheimer, a pronunciare queste parole, dopo aver raccontato di avere assistito alla fucilazione di alcuni giovani soldati. È stato il momento in cui ha capito di essere dalla parte sbagliata, cosicché deciderà di tradirla, per aiutare i Giovani a vincere la guerra.

Ho visto tutto quello che non ho più da tempo, né riavrò mai più. La giovinezza può essere eterna, ho pensato. Purché si accetti che non ci appartiene più.

La considerazione di Brenno riguarda appunto la giovinezza, che diventa qualcosa di eterno, paradossalmente, nel momento in cui la si accetta come qualcosa di effimero e temporaneo. La giovinezza non smette di esistere solo perché non ci appartiene più, solo perché ne diventiamo estranei. Essa continua a esistere nelle nuove generazioni, si rinnova continuamente, e per questo diventa eterna.

Con una certa amarezza il Vecchio constata il rammarico con cui osserva quei giovani corpi morti, uccisi nel nome di un ideale vuoto, che verrà inevitabilmente sconfitto dai Giovani, forti della loro eternità.


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Esistere nel mondo

Un egocentrismo da cui non si esce?

In questa citazione è racchiusa un’ironica critica all’egoismo che così spesso caratterizza il comportamento degli adolescenti. Questi, infatti, tendono a dimenticare che il proprio modo di comportarsi ha delle inevitabili conseguenze su tutti coloro che vivono intorno a loro, e agiscono ogni giorno come se fossero soli al mondo, pur non potendo non sapere di far parte di una comunità e di una famiglia. Il padre critica in particolare tutte le piccole cose che, in casa, fanno vedere a un genitore quanto il proprio figlio si disinteressi di come gli altri troveranno l’appartamento dopo il loro passaggio.

Io quando penso al giusto daffare penso solo all’onesto, parziale e non necessariamente compiuto tentativo di cercare un equilibrio decente tra la propria porca presenza al mondo e la porca presenza degli altri.

Ma la questione può essere allargata anche fuori dall’ambiente domestico: la critica è più generale. Il figlio viene accusato di non saper trovare un equilibro fra il proprio esistere nel mondo e quello di tutti gli altri. Un po’ di egocentrismo fa parte di qualsiasi essere umano, ma, a detta del padre, quello del figlio e quello della sua generazione sono più grandi, più invadenti.

Non sempre tutti riusciamo a barcamenarci bene fra i nostri bisogni e quelli delle persone che stanno intorno a noi; però, secondo il padre di questo romanzo, la differenza fra lui è il figlio sta nella volontà o meno di tentare. Il figlio, evidentemente, non ci vuole neanche provare.

 

La scusa della libertà

Il crollo dell’Assoluto e le sue conseguenze

L’Assoluto a cui si fa riferimento in questa citazione è quello delle grandi imposizioni, regole e tabù che organizzavano la vita sociale e personale di tutti gli uomini fino a pochi decenni fa. Non che ora siano tutti interamente scomparsi, però è impossibile non rilevare un certo liberalismo, anche nel modo in cui vengono educati i figli, che una volta non era neanche immaginabile. I genitori tendono ad essere più permissivi, e ciò che una volta non poteva in nessun modo essere concesso, ora è perlomeno possibile.

Ma il brivido (inedito nei secoli) di una relativa libertà, possibile che debba generare solo sciatteria e malessere, pigrizia e malumore, e non, anche, la condivisione, di un sollievo, quello di avere finalmente abbattuto, tutti insieme, quel totem inumano, feroce, castrante che è l’Assoluto?

Pigrizia e malessere

Il padre, allora, si chiede se il risultato di questo cambiamento debba essere la pigrizia, il malessere, il modo di comportarsi descritto in tutto il romanzo. Quella che potrebbe essere un’opportunità di incontro tra genitori e figli, una nuova maniera di vivere il rapporto affettivo che li lega, è diventato invece quasi una scusa per lasciarsi andare. La libertà guadagnata è diventata la scusa per non curarsi troppo di se stessi, e tutta la fatica fatta per distruggere definitivamente tutto il castello di regole e tabù che imprigionava gli uomini nel passato è stata, dunque, vana.

 

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