Cinque italiani che hanno fatto grande l’America

L'ingresso di Little Italy a Manhattan, il quartiere per eccellenza degli immigrati italiani

È un fatto risaputo che italiani ed italoamericani abbiano contribuito grandemente allo sviluppo degli Stati Uniti d’America (basti pensare a Costantino Brumidi, Michael Valente, Frank Sinatra, Attilio Piccirilli, Primo Carnera, Rocky Graziano, per citarne solo alcuni). Trovandomi nella felice posizione di essere io stessa un’italiana in America, vorrei condividere le semplici ma grandi storie di alcuni di questi nostri predecessori, emblemi di quel “sogno americano” che accumuna tanti migranti, allora come oggi.

La lista sarebbe davvero lunga, ed è stato difficile scegliere solo cinque tra i più bei contributi di italiani all’America. Per cui, vogliate perdonare se queste mie narrazioni di vite risultano limitate, ma sono dettate dalle necessità di questo sito. E d’altronde, more to come

 

Amadeo Giannini

Il banchiere che risollevò la California

Amadeo Giannini al suo tavolo da lavoroAmadeo Pietro Giannini – o A.P. Giannini – nacque a San Jose (California) nel maggio del 1870 da genitori italiani (Luigi e Virginia Giannini) ed è ricordato oggi come il “banchiere americano”. Figlio di immigrati, dunque, Amadeo si trovò a vivere in una società, quella dell’America di frontiera, in pieno sviluppo e subbuglio. La Repubblica della California infatti si era istituita formalmente solo dopo lunghe battaglie col Messico, nel 1848, con la conseguente corsa all’oro che richiamò una moltitudine di immigrati da tutto il mondo. In questo mondo, pochi erano i diritti riservati agli immigrati, inclusi i servizi finanziari concessi dagli istituti di credito di allora.

Queste, dunque, le premesse che spinsero nel 1904 Amadeo ad istituire una prima banca commerciale, la Banca d’Italia (Bank of Italy), istituzione di risparmio e prestito di denaro e servizi finanziari a queste persone rifiutate altrove. Pochi anni dopo, nel 1906, la città di San Francisco subì un devastante terremoto. Nonostante le avversità provocate dalla conclamata tragedia, la Banca d’Italia continuò a prosperare, aumentando clienti, capitale e offrendo così maggiori possibilità di prestito agli stessi clienti, aiutando addirittura finanziariamente la ricostruzione della città.


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La Banca d’Italia si espanse rapidamente prosperando nello stato della California attraverso molteplici filiali, offrendo prestiti, mutui e quant’altro, senza discriminazioni (a messicani, russi, cinesi, greci, eccetera) ed aumentando così la fama di Amadeo. Nel 1928, convertì la sua Banca d’Italia in Transamerica Corporation e successivamente, nel 1930, in Bank of America, che detiene ad oggi il titolo maggior banca commerciale al mondo.

L’influenza nel settore bancario e finanziario di Giannini si mantenne stabile perfino durante gli anni della Grande Depressione, permettendogli di finanziare grandi progetti di sviluppo agricolo nel territorio americano, supportando inoltre la nascente industria cinematografica hollywoodiana e perfino partecipando alle ingenti spese per la costruzione del famosissimo Golden Gate Bridge di San Francisco.

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Chissà che la sua rapida ascesa non fosse stata benedetta dall’alto, perché proprio lui, Amadeo Giannini, uomo semplice, figlio di immigrati italiani, seppe sapientemente gestire a suo vantaggio le condizioni economico-sociali a lui contemporanee, aiutando uomini semplici, immigrati che, come lui, avevano solo il desiderio di creare un futuro migliore per loro stessi e per i loro figli.

 

Fiorello LaGuardia

Il sindaco più amato di New York

Fiorello LaGuardia dopo la rielezione a sindaco di New YorkFiorello Enrico “Henry” La Guardia (americanizzato in “LaGuardia”) nacque a New York nel 1882, figlio di immigranti italiani. Di origini umili, Fiorello (soprannominato the little flower per via del nome ma soprattutto della bassa statura) divenne sin da giovane età un esempio di instancabile lavoratore, promotore della causa della giustizia. Grazie alla sua conoscenza di cinque lingue (inglese, yiddish, tedesco, francese e italiano), facilitò grandemente le fasi di registrazione e smistamento degli immigrati che, all’inizio del XX secolo, varcavano numerosi il porto d’ingresso di Ellis Island.

Negli stessi anni, La Guardia frequentò corsi serali per diventare avvocato presso la University of New York. Grazie a duro lavoro e dedizione alla causa degli emigranti, in un’epoca densa di dissidi sociali dovuti proprio alla promiscuità etnica, La Guardia ottenne per ben tre volte consecutive la nomina a sindaco di New York.

Uomo integro e fortemente etico, si guadagnò la stima dei suoi contemporanei, nonostante si opponesse apertamente alla condotta morale della società di allora, corrotta e sregolata. La sua infaticabile presenza a difesa di cause importanti si fece ancora più visibile negli anni ’40, durante la Seconda Guerra Mondiale, quando, avvertendo l’urgenza di contribuire in qualche modo alle vicende belliche in suolo Italiano, si fece voce di propaganda antifascista e antinazista attraverso Radio Londra. Anche se, a quanto dicono le cronache, il suo italiano zoppicante fosse di difficile comprensione agli ascoltatori italiani, uomini e donne della Resistenza.

In uno dei suoi ultimi atti, il sindaco propose la costruzione di un nuovo aeroporto più vicino a Manhattan, in vista dell’aumentata espansione della città e dei voli da e verso di essa. Il nuovo aeroporto divenne così operativo nel 1939 e gli fu infine dedicato qualche mese prima della sua morte, avvenuta nel 1947. Si tratta dell’aeroporto LaGuardia, testimone imperituro del suo contributo all’America e al mondo.

 

Frank Capra

Il regista dei buoni sentimenti

Il regista italoamericano Frank CapraFrancesco Rosario Capra (americanizzato in Frank Russell Capra) nacque in Bisacquino, in Sicilia, nel 1897. Settimo figlio di modesta famiglia di coltivatori, emigrò con i genitori diretto in America all’età di cinque anni. Il viaggio durò 13 giorni, ricordati da Francesco in una biografia come i più lunghi e orribili della sua vita. La famiglia poté permettersi solo biglietti di terza classe, e le condizioni del viaggio dovettero risultare davvero estreme per il piccolo.

Arrivato al porto di ingresso di Ellis Island, a New York, nel 1903, intraprese la lunga traversata degli Stati Uniti fino a giungere in California, e per la precisione a Catalina, dove la famiglia si stabilì. Lì il giovane Francesco si distinse come manovale e comparsa nella nascente industria hollywoodiana. Le opportunità non mancavano, soprattutto in California, terra dell’oro. Ma la guerra giunse a turbare una situazione in rapido sviluppo.


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Forse non tutti sanno che Frank partecipò agli sforzi bellici come regista di guerra, subito dopo l’attacco di Pearl Harbor, nel 1941. Quarantaquattrenne all’epoca, per via dell’età non gli fu chiesto di arruolarsi, ma egli decise di supportare ugualmente gli sforzi bellici del suo paese d’adozione attraverso la creazione della serie di documentari Perché lottiamo.

Si trattava di una serie di propaganda, ma non di creazione di un’immagine fittizia di prosperità e controllo assoluto del leader, come invece avveniva con Leni Riefenstahl sotto il contemporaneo nazismo. Perché lottiamo voleva educare le giovani generazioni allo spirito patriottico americano, e spiegare perché si andasse al fronte a lottare, sacrificando la propria vita per vincere con le forze dittatoriali.

Negli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale diresse una serie di film che riscossero un certo successo: Mr. Smith va a Washington e forse il suo più noto capolavoro, La vita è meravigliosa, del 1946.

Da quei suoi film in bianco e nero (ma non solo), segno di un’epoca che non c’è più, lo ricordiamo oggi per la sua sensibile e trasognata narrazione emotiva e drammatica, ritratto delle emozioni umane a 360 gradi, con rappresentazioni vivide di ansie e paure, speranze e sogni di ogni uomo. Il suo contributo alla cinematografia americana e mondiale sta proprio nell’aver trasmesso al pubblico – di ieri come a quello di oggi – film positivi, con messaggi semplici ed edificanti, di uomini e donne comuni, di quel George Bailey che si rende conto in maniera così improvvisa del valore della sua vita intrinsecamente legato alle vite di molti. Perché siamo tutti attori e protagonisti di quel grande spettacolo di questa meravigliosa cosa che è la vita.

 

Giuseppe “Joe” Paolo DiMaggio

Il campione di baseball e marito di Marilyn Monroe

Joe DiMaggio quando giocava per gli YankeesGiuseppe “Joe” Paolo DiMaggio, figlio di italiani emigrati in America, nacque nel Bronx nel 1915. Suo padre, pescatore, cercò di avviarlo al mestiere di famiglia, ma Joe finì con l’odiare l’odore del pesce, dilettandosi invece fin da giovanissimo col baseball. Fin da principio, il giovane DiMaggio si rivelò eccellente in questo sport che lo portò ad essere notato dagli Yankees, la squadra di Major League Baseball di New York: era nata una stella.

In rapida ascesa e nel mezzo di una vita movimentata da star dello sport, Joe incontrò una delle dive più memorabili della storia del cinema mondiale: Marilyn Monroe. Lei, come pare abbia confessato al suo biografo solo qualche anno più tardi, non aveva nessuna intenzione a uscire con uno sportivo; lui era invece completamente ignaro dell’importanza di quell’incontro. Ci fu però subito attrazione tra i due e, dopo pochi mesi, Marilyn fu presentata alla famiglia di Joe, a cui seguirono le nozze.

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La loro sembrava una storia d’amore destinata a durare per sempre, ma le luci dei riflettori sempre puntate su Marilyn segnarono l’inizio della travagliata vita della giovane coppia. Tra alti e bassi, il rapporto iniziò a vacillare. Le cause furono molteplici, ma probabilmente l’incapacità di Joe di sopportare la fama di una moglie sex symbol, la quale suo malgrado attirava a sé molte (troppe) attenzioni maschili. Caratteri forti, quelli di Marilyn e Joe, che finirono con lo scontrarsi una volta di troppo, portando alla dissoluzione della loro unione, naufragata in divorzio 3 anni dopo di matrimonio.

Il resto è storia: le vicissitudini amorose di Marilyn, i tentativi di riconquistarla di Joe, seguiti da altre unioni passeggere di entrambi, fino alla tragica scomparsa nel 1962 dell’attrice e il crescente rimorso di Joe per non averle mai chiesto di ritornare insieme. In fondo, come lui stesso ammise, Marilyn rimase per sempre l’amore della sua vita. Joe DiMaggio continuò a onorare la sua memoria mandando dozzine di rose rosse sulla sua tomba per più di 20 anni. Joe morì di infarto nel 1997, lasciando un vuoto nel cuore di molti. Quest’uomo, il gigante buono che forse ora può riabbracciare la sua Marilyn e fare pace col suo passato…

 

Giuseppe “Joe” Petrosino

Il poliziotto che sfidò la criminalità organizzata

Il poliziotto Joe Petrosino, orgoglio degli emigranti italiani in AmericaGiuseppe “Joe” Petrosino, nacque in Italia, a Padula (Salerno), nel 1860, da una famiglia di modesti mezzi. Nonostante le scarse sostanze di cui godeva la famiglia – il padre, sarto, pare fosse a malapena in grado di provvedere al sostentamento decoroso dei figli e della moglie –, nel 1873 emigrò con la madre, il padre e i fratelli, stabilendosi a Little Italy, il quartiere newyorkese ad alto tasso di immigrazione italiana.

L’atmosfera che si respirava a Little Italy doveva essere quantomai di instabile equilibrio, visto che l’alta densità migratoria generava una crescente criminalità. Ciò potrebbe aver influito nelle scelte del giovane Giuseppe, che, spinto forse da un forse senso civico, entrò a far parte del corpo della polizia dapprima come netturbino, per distinguersi poi come informatore. Il suo fu un ruolo importantissimo, proprio in questa società multietnica in cui mancava una efficace comunicazione tra immigrati di varie lingue e le forze dell’ordine.


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Giuseppe riuscì a scalare rapidamente i gradi militari fino alla nomina di capo della polizia. In quest’epoca di duri pregiudizi razziali, in una società poliedrica e composta largamente da immigrati, Petrosino dovette guadagnarsi quotidianamente il rispetto di colleghi (per la maggior parte immigrati irlandesi) e connazionali: quegli stessi immigranti italiani che col suo lavoro stava tenendo a bada.

La sua fama non si arrestava. Gli Stati Uniti stavano affrontando un’ulteriore nascente piaga, probabilmente prodotto di quella immigrazione già descritta: quella che sarebbe poi diventata universalmente nota come Mafia. Theodore Roosevelt, prima capo della polizia lui stesso e successivamente Presidente degli Stati Uniti, lo promosse a tenente, affidandogli il comando dell’Italian Legion, un gruppo di agenti italiani istituito a contrastare l’azione della Mano Nera, la prima forma di criminalità organizzata.

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In piena attività, e proprio per seguire un’importante pista, Giuseppe fece rientro in Italia. Non sapeva che quella sarebbe l’ultima volta in cui avrebbe visto la sua America. Nel 1909 giunse infatti in Sicilia, dove fu fu assassinato con tre colpi di pistola proprio dalla mafia che stava cercando di sconfiggere. Si chiudeva così l’ascesa di un eroe dei suoi tempi, ricordato fin da quegli anni come martire della lotta al crimine organizzato.

Il suo funerale, tenutosi a New York, fu seguito da 250.000 persone a lutto per la perdita di un valoroso concittadino. Giuseppe Petrosino aveva la cittadinanza americana, ma rimase italiano nel cuore: quell’Italia suo paese di origine e nel quale aveva beffardamente trovato la morte nel compimento delle sue azioni, lui che aveva contribuito a portare l’ordine nel groviglio di strade di Little Italy, lui che aveva riportato una luce e un rispetto nuovo nella percezione dell’immaginario collettivo dell’immigrato Italiano agli inizi del Novecento.

 

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