Come sicuramente saprete, ieri ci ha lasciato Lou Reed. Tante parole sono già state spese, e sarebbe riduttivo riempire righe su righe a ricordare quanto sia stato un gigante del rock, una pietra miliare non solo della musica popolare del Novecento ma anche dell’arte e dell’avanguardia, sia all’interno dei Velvet Underground che nella sua prolifica carriera solista.

Dato che si rischia di cadere nel retorico, cosa che certo gli non avrebbe fatto piacere, preferiamo ricordarlo con le sue canzoni, in modo che ognuno possa riscoprire il suo lavoro e uno dei motivi per cui in tanti lo rimpiangono.

Potevamo quindi elencarvi tutti i suoi maggiori successi, canzoni memorabili come Walk on the Wild Side, Satellite of Love, Perfect Day, Sweet Jane, Caroline Says II e molte altre, ma si tratta di brani che probabilmente già conoscerete e che troverete citati in migliaia di altri siti; allora abbiamo scelto di orientarci sul periodo (relativamente) più recente della carriera di Reed, cioè sulle canzoni incise dopo il 1980, che troppo spesso vengono ingiustamente dimenticate. Eccone cinque.

 

Waves of Fear

da The Blue Mask, 1982

Nel febbraio 1982 Lou Reed sta per compiere 40 anni e ha dato una regolata alla sua vita. L’America ha infatti voltato pagina rispetto agli alternativi anni ’70 e anche lui comincia a moderare gli eccessi: ha smesso di bere e di drogarsi, s’è sposato con la designer britannica Sylvia Morales e s’è trasferito in campagna.

In questi anni conosce Robert Quine, un chitarrista suo devoto fan – che ha imparato a suonare proprio imitando lo stile di Reed nei Velvet Underground – e ha fatto parte dei Voidoids, un gruppo seminale della scena punk newyorkese.

I due decidono di collaborare assieme e da questa unione nasce The Blue Mask, un album che riceve recensioni entusiastiche – anche se vende abbastanza poco – e che segna il ritorno di Reed alle sonorità degli esordi, anche perché la session band è ridotta all’osso e tutto è giocato su suoni semplici e sporchi.

Waves of Fear è forse il punto più alto del disco, in cui gli assolo “scattosi” di Quine si legano benissimo alla canzone scritta da Reed. La collaborazione non durerà a lungo: insieme incideranno Legendary Hearts, l’album successivo, dove comunque il ruolo di Quine viene messo molto più in secondo piano, dopodiché Reed preferirà cercare altre strade. Quine è morto suicida nel 2004 per un’overdose di eroina, in seguito alla depressione maturata dopo la morte, l’anno prima, della moglie Alice.

 

Romeo Had Juliette

da New York, 1989

Gli anni ’80 per Lou Reed si chiudono con un lutto e un (grande) disco che serve ad esorcizzarlo. Nel 1987 Andy Warhol muore improvvisamente, durante un’operazione di routine alla cistifellea, ad appena 58 anni, lasciando esterrefatto Reed (che di lì a poco si riunirà con John Cale per registrare Songs for Drella, dedicato appunto allo scomparso amico).

E nel 1989 il cantautore cerca di superare questo lutto buttandosi anima e corpo su New York, città che viene dipinta in un concept album come non se ne vedevano da più di quindici anni nella sua discografia e in cui non si risparmiano frecciatine e attacchi frontali a politici, star e santi (cita, tra gli altri, la Vergine Maria, Rudy Giuliani, Mike Tyson, Buddha e il papa).


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Ad aprire l’album, e a mettere subito le cose in chiaro, è Romeo Had Juliette, un gioco di parole che richiama il celebre dramma shakespeariano, rendendolo però molto più sporco e terra-terra, com’è nell’intento di tutto l’album; d’altronde, la stessa poetica di Lou Reed si potrebbe riassumere nell’idea di “uno Shakespeare sporco”.

La storia – perché New York è essenzialmente un album di storie – è quella dell’ispanico Romeo che va a fare sesso con Juliette, mentre in strada la gente si droga e parla di poliziotti ammazzati. Registro alto (si parte parlando di stelle che guidarono Cristoforo Colombo) e basso si mescolano in un’allegra discesa nei bassifondi, dove però non mancano sentimenti genuini.

 

Dirty Blvd.

da New York, 1989

Brano più rappresentativo e celebre dell’album di cui abbiamo appena parlato, New York, è però Dirty Blvd., che sfonda anche in classifica: una canzone dedicata ai barboni e ai diseredati di Manhattan, contrapposti, nella loro speranza di scappare dal “dirty boulevard”, alle ricche star di Hollywood che invece arrivano al Lincoln Center in limousine per fare da spettatori a un’opera lirica.

La canzone ha una struttura molto semplice, sia nella musica che nella costruzione dei versi: giocata solamente su tre accordi, che si ripetono per tutto il brano secondo il medesimo schema, sferra comunque nella sua semplicità un attacco fortissimo agli ideali americani, soprattutto quando chiama in causa la Statua della Libertà chiamandola Statue of Bigotry e mettendole in bocca l’intenzione di “pisciare” sopra ai poveri, agli affamati e agli stanchi che poi finiscono per essere buttati nel boulevard.

 

What’s Good

da Magic and Loss, 1992

La “trilogia del dolore”, come viene spesso ribattezzata dalla critica, iniziata con New York e proseguita con l’album a quattro mani con John Cale, si conclude nel 1992 con Magic and Loss, segnato in maniera ancora più profonda dalla morte.

Fonte di ispirazione sono due decessi ravvicinati che colpiscono gli affetti di Lou Reed: da un lato, scompare Doc Pomus, il cantante blues che all’inizio degli anni Sessanta aveva permesso a Reed di affacciarsi nel mondo discografico; dall’altro, il cantautore piange una certa Rita, che i fan hanno negli anni identificato con Kenneth Rapp, detto appunto Rotten Rita ai tempi della Factory di Andy Warhol, di cui era un assiduo frequentatore e, forse, spacciatore di anfetamine.


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La canzone si interroga sulla vita, esaltandone la contraddittorietà, come nel ripetuto verso «What’s good? Life’s good (but not fair at all)» che forse riassume tutta la visione reediana, tra esaltazione vitalistica ma anche denuncia delle ingiustizie, sociali e non. La canzone raggiunse, come già con Dirty Blvd., la vetta della classifica alternative di Billboard e fu anche inclusa nella colonna sonora di Fino alla fine del mondo di Wim Wenders, uscito un anno prima di Magic and Loss.

 

Sword of Damocles

da Magic and Loss, 1992

Sword of Damocles, che arriva a metà del lato A di Magic and Loss, è forse la mazzata più dura di tutto l’album. La spada di Damocle del titolo è infatti quella che pende sulla testa di un malato di cancro – il già citato Doc Pomus morì proprio di questo male – che sta provando varie cure senza però riuscire a lasciarsi alle spalle il tumore.

Varie scene di morte si rincorrono in una canzone che risulta drammatica senza essere tetra, anche se la morte peggiore per Lou Reed sembra essere proprio quella lenta, trascinata, in cui le droghe non vengono più usate per “tenersi su” in strada ma per rimanere attaccati alla vita, anche se questa di fatto continua a scivolare via.


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Nel finale, un Reed ormai cinquantenne si permette anche di aprire una porta ad una visione quasi religiosa della morte, affermando che «ci sono cose che non possiamo sapere», e che «forse c’è qualcosa, oltre», «un altro mondo di cui non sappiamo nulla».

Ma anche queste esili speranze vengono subito quasi rimangiate: «So che odi questa merda mistica, ma è solo un altro modo di vedere la spada di Damocle sopra la tua testa».

 

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