Cinque tra le fotografe donne più importanti di sempre

Children of Oklahoma drought refugee in migratory camp in California, una delle foto di Dorothea Lange che documentano la Grande Depressione americana

Quando si guarda alla storia dell’arte e in generale della cultura occidentale, una cosa che salta subito agli occhi è la quasi totale mancanza di donne. Per secoli la pittura, la scultura e ancora di più l’architettura sono state dominate dai maschi, e l’ingresso delle donne in questi campi è una conquista molto recente. Un ingresso che però ha dato risultati spesso importanti, come dimostrano l’architettura o la pittura, solo per fare due esempi.

In altri settori più recenti, però, il ruolo della donna non è stato deficitario, o lo è stato notevolmente meno. Prendiamo, ad esempio, la fotografia. Nata a fine Ottocento, questa nuova arte non aveva il retroterra culturale e storico delle altre. E, per la mancanza di particolari vincoli tecnici, era disponibile a chiunque volesse cimentarvisi, fosse uomo o donna. Per questo, fin dalle origini sono emerse delle fotografe dotate di grande talento, che hanno contribuito ad alimentare la storia e l’evoluzione di questo mezzo espressivo. Oggi cerchiamo di fare il punto sulle cinque più rilevanti.

 

Julia Margaret Cameron

Le foto simbolo dell’epoca vittoriana

Cominciamo proprio dall’inizio con Julia Margaret Cameron. La donna fu infatti una delle prime fotografe in grado di dare un contributo artistico a questa nuova tecnologia, specializzandosi principalmente nei ritratti. Nata a Calcutta nel 1815, era figlia di un ufficiale della East India Company e di un’aristocratica francese. Anche per questo motivo visse a lungo in Francia, per poi tornare India grazie al marito Charles Hay Cameron. Infine, nel 1848 si trasferì in Gran Bretagna. Fu però solo nel 1863, quasi cinquantenne, che scoprì la fotografia, grazie a un regalo della figlia.


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Nel giro di pochi anni divenne una delle fotografe più ricercate della Londra vittoriana. Ritrasse Charles Darwin, Alfred Tennyson (a cui era legata da una lunga amicizia), Robert Browning e molti altri intellettuali dell’epoca. Il meglio della sua produzione, però, è legata ai ritratti di donne e bambini comuni, sempre ripresi leggermente fuori fuoco. Le sue fotografie eteree divennero simbolo intero di quell’epoca, anche per l’indubbio talento che la Cameron aveva nel rappresentare con forza la drammaticità dei soggetti. Nel 1875, dopo appena una decina d’anni di attività, dovette sostanzialmente abbandonare la fotografia: si trasferì con la famiglia a Ceylon e lì era impossibile procurarsi con continuità il materiale fotografico. Morì pochi anni dopo.

 

Dorothea Lange

Testimone della crisi economica

Più nota e maggiormente legata al Novecento fu l’attività di Dorothea Lange, sicuramente la più famosa presso il grande pubblico tra le fotografe di questa lista. Nata nel 1895 a Hoboken, nel New Jersey, ebbe l’infanzia segnata dalla poliomielite, con tanto di deficit permanente alla gamba destra. Non si perse però d’animo e già negli anni ’10 cominciò a studiare fotografia presso i più importanti artisti di New York, come Clarence White e Arnold Genthe. Dopo un giro attorno al mondo intrapreso nel 1918, si stabilì a San Francisco, che all’epoca era sicuramente la capitale della fotografia americana.


Lì sposò il pittore Maynard Dixon, frequentò i colleghi del Gruppo f/64 (pur non entrandovi mai) e aderì ai principi della straight photography. Negli anni ’30, complice la crisi economica che colpì in particolare molti contadini, iniziò a virare sulla fotografia sociale. Questo passaggio fu favorito, con l’andar del tempo, da un lato dagli incarichi affidati dalle varie amministrazioni rooseveltiane e dall’altro dal nuovo marito, Paul Taylor, che accompagnava i reportage della moglie con articoli e dati statistici. La sua foto più famosa risale, infatti, al 1936: si tratta di Migrant Mother, che potete vedere qui di seguito, che divenne l’icona di quel periodo e una delle immagini più celebri della storia della fotografia. Nel dopoguerra produsse molto meno – anche se fu tra i fondatori dell’agenzia Magnum e della rivista Aperture –, a causa delle difficili condizioni di salute. È scomparsa nel 1965.

 

Tina Modotti

Dall’Italia al Messico

C’è anche un po’ d’Italia, in questa lista. La nostra Tina Modotti non è stata, infatti, solo una delle più grandi fotografe mai venute al mondo entro i nostri confini, ma anche una delle più apprezzate a livello mondiale. Nata nel 1896 a Udine, passò l’infanzia tra l’Austria e il Friuli, lavorando anche come operaia, fino a quando non venne avvicinata alla fotografia dallo zio, che possedeva uno dei primi studi della zona. Nel 1913 emigrò poi negli Stati Uniti, stabilendosi, guarda caso, a San Francisco, dove trovò i primi impieghi come attrice. Intanto sposò un pittore, Robo de l’Abrie Richey, che la presentò a Edward Weston. In breve divenne prima sua modella e poi sua amante, mentre il marito morì di vaiolo.

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La coppia si trasferì in Messico nel 1923, avvicinandosi al locale Partito Comunista. Lì la Modotti incontrò il compatriota Vittorio Vidali, giovane scappato da poco dall’Italia, con cui più avanti avrebbe avuto una tormentata relazione sentimentale, ma anche Diego Rivera e Frida Kahlo, protagonisti della scena artistica e culturale del paese. Lì, inoltre, iniziò finalmente non più a fare solo da modella e assistente a Weston ma anche a fotografare lei stessa. Verso la fine degli anni ’20, così, nel suo lavoro si fece più forte l’elemento politico, diventando in un certo senso la fotografa ufficiale del movimento comunista messicano. Espulsa però dal Messico nel 1930, si stabilì a Mosca, per poi partecipare assieme a Vidali alla Guerra civile spagnola. Rientrata in Messico, morì in circostanze misteriose nel 1942.

 

Diane Arbus

L’artista dei freaks

Anche a Diane Arbus abbiamo già dedicato alcune pagine del nostro sito. D’altronde, in questo caso siamo di fronte ad una donna che non avrebbe timore a rivaleggiare coi colleghi maschi quando si trattasse di individuare i fotografi più influenti del Novecento. Nacque nel 1923 a New York col cognome Nemerov, erede di una ricca famiglia di commercianti ebrei con velleità artistiche. Si sposò giovanissima con un commesso del padre, Allan Arbus, che durante la Seconda guerra mondiale fece esperienza come fotografo dell’esercito e nel dopoguerra convinse la moglie a fargli da assistente.


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Fu però Lisette Model, anch’essa grande fotografa e maestra di Diane a metà anni ’50, a convincerla a diventare parte attiva del connubio. Nel 1959 il matrimonio andò in crisi e i due si separarono, cosa che però consentì alla Arbus di cercare una strada veramente propria. Cominciò ad abbandonare, così, la fotografia di moda che aveva praticato col marito e a dedicarsi a ritrarre i fenomeni da baraccone che incontrava lungo le strade di New York. A partire dalla metà degli anni ’60 le sue fotografie cominciarono ad essere ospitate dai più prestigiosi musei newyorkesi e stranieri, anche se erano in molti, ancora, a non capirle. Sofferente da tempo di depressione, si suicidò nel 1971 ingerendo barbiturici e tagliandosi i polsi in vasca da bagno.

 

Cindy Sherman

Gli autoritratti concettuali

Concludiamo con l’unica fotografa contemporanea della nostra cinquina, l’unica ancora in vita. Per una parentesi sull’oggi abbiamo scelto infatti Cindy Sherman, perché ci pare sia l’unica che si sia già imposta in maniera chiara e definitiva nel panorama mondiale. Altre, di buone speranze, dovranno invece confermarsi nei prossimi anni. Nata in New Jersey nel 1954, studiò arti visive a Buffalo. Dopo aver esordito nel campo della pittura, trovò la propria dimensione nella fotografia, soprattutto grazie a varie serie di autoritratti concettuali.

Il metodo della Sherman consiste infatti nell’usare se stessa come modella, ma il più delle volte truccandosi in modo da rappresentare uno stereotipo femminile. Sono diventate celebri, in questo senso, collezioni come Untitled Film Stills, in cui si atteggiava a personaggio di un classico film hollywoodiano, giocando così sul modo che l’industria cinematografica ha di rappresentare la donna. Oppure ancora A Play of Selves, in cui giocava con la propria identità, esibendo vari travestimenti, a volte inconsueti. Molto amata dalle femministe, non ha mai etichettato il suo lavoro come appartenente a una corrente di questo tipo, e ha anche lavorato – soprattutto negli ultimi anni – con aziende di moda e di cosmetici.

 

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