Cinque leggendarie canzoni degli Skiantos

Gli Skiantos

 
Un paio di anni fa sulla versione italiana della celebre rivista Rolling Stone è uscito un articolo, a firma Paolo Madeddu, intitolato «Roberto “Freak” Antoni ha un problema. È vivo», in cui lo scioglimento (l’ennesimo) degli Skiantos diventava l’occasione per fare un’analisi del loro percorso discografico, contraddistinto da tanti tentativi di sfondare – a volte più coerenti e riusciti, altre volte meno convincenti – e da una costante incapacità di uscire dalla scena underground. Madeddu concludeva con una provocazione: se Antoni fosse morto a metà anni Ottanta come il suo amico Andrea Pazienza probabilmente sarebbe diventato un autore di culto, amato e osannato da tutti gli intellettuali di sinistra, ma ha avuto la sfortuna di rimanere vivo e così di condannarsi all’oblio.

Qualcosa di vero, in quella vecchia analisi di Rolling Stone, sicuramente c’è, ma non bisogna cedere a facili sensazionalismi: Pazienza, per citarne uno, non è certo diventato un Pasolini del post-’77 e, per quanto amatissimo dai suoi fan, il suo è ancora un nome ignoto ai più, non solo nella società italiana ma a volte pure nel mondo dei lettori di fumetti; non stupiamoci, insomma, troppo se Roberto “Freak” Antoni non è riuscito a scalare le classifiche: le sue stesse scelte, la sua musica e i suoi testi non erano fatti per le classifiche, ma nondimeno sono stati amati da un buon numero di fedeli fan che, soprattutto con l’avvento dell’mp3, sono riusciti anche a rinnovarsi nel tempo.


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Si dirà: sì, però Elio e le storie tese le classifiche le hanno scalate. Certo, verissimo; ma l’hanno fatto soprattutto grazie a Sanremo e ad alcune trasmissioni TV, dove hanno portato i brani meno estremi del loro repertorio, e tramite quel successo sono riusciti a trascinarsi dietro tutto il resto. Gli Skiantos a Sanremo non ci sono mai andati (anche se ci hanno provato, nel 1980) e soprattutto è difficile trovare nel loro repertorio delle canzoni meno “estreme”, nel senso che anche quelle in cui non emergono volgarità sono talmente piene di non-sense e comicità surreale da essere difficilmente apprezzate dal grande pubblico.

Ciononostante, un buon nucleo di fedeli ammiratori queste canzoni l’hanno avuto, come dimostra il sincero cordoglio che ieri sui social network ha accolto la notizia della scomparsa del cantante e poeta bolognese; e, per onorarlo degnamente, vale sicuramente la pena recuperare almeno cinque brani che hanno fatto la storia del gruppo, e riascoltarli. Ecco quindi cinque leggendarie canzoni degli Skiantos.

 

Eptadone

da MONO tono, 1978

L’esordio della band bolognese è datato 1977, con un album per la verità molto provocatorio intitolato Inascoltable, registrato in una notte con musica improvvisata e ben undici musicisti coinvolti; ma provocatorie erano anche le loro esibizioni dal vivo, quando salivano sul palco e si mettevano a lanciare ortaggi contro il pubblico – rovesciando la tradizionale forma di protesta – oppure si preparavano gli spaghetti ignorando chi chiedeva loro di suonare.

Più tradizionale, almeno nella forma, è invece il loro secondo lavoro, MONO tono, pubblicato nel 1978 per la vicentina Cramps Records, all’epoca attiva sul versante rock/progressive con soprattutto gli Area ed Eugenio Finardi. L’apertura del disco è probabilmente la più importante pietra miliare del rock demenziale: prima si sente una voce modificata con l’octaver – in una maniera che ritornerà spesso pure decenni dopo negli album degli Elio e le storie tese – usare una serie di termini gergali giovanili, come «Ehi, sbarbo, smolla la biga che slumiamo la tele» o «Sbarbi, sono in para dura. Schiodiamoci, schiodiamoci», fino al celebre «C’ho delle storie ragazzi, c’ho delle storie pese!»; poi parte la canzone vera e propria, che si apre con la rima «Sono andato alla stazione / ho cercato l’eptadone / poi m’ha preso l’emozione / son scappato col furgone».

Una panoramica ironica e dissacrante sulla Bologna tossica di fine anni ’70 che verrà ripresa in altri brani del gruppo in maniera più o meno esplicita. La canzone, tra l’altro, è entrata a far parte decenni dopo della colonna sonora del film Paz! dedicato ad Andrea Pazienza.

 

Largo all’avanguardia

da MONO tono, 1978

Se Eptadone ironizzava sui vizi del gruppo, Largo all’avanguardia – traccia che compare sia in MONO tono, sia nella ristampa del successivo Kinotto come bonus track in versione live – è la canzone che ne spiega l’estetica e il concetto: gli Skiantos erano un gruppo d’avanguardia, nel senso artistico del termine, un gruppo di rottura, di provocazione, di rovesciamento degli stilemi costituiti.

In Vademecum x giovani artisti, libriccino pubblicato da Antoni presso Feltrinelli nei primi anni Novanta, il leader del gruppo scriveva: «Il giovane artista ha il dovere di mettere a fuoco la propria ricerca cioè deve definire una formula personale, uno stile che lo rappresenti in maniera unica e completa. Rischia, sii audace, ambizioso e indipendente; osa, affronta la novità. […] Abbi il coraggio di disobbedire. La storia dell’Arte figurativa è fatta di disobbedienze: la proporzione greca negò la modularità egizia, Giotto non obbedì a Cimabue, gli impressionisti reagirono alla pittura accademica». Largo all’avanguardia è tutto questo e anche di più: è una canzone in cui abbondano i «Siete un pubblico di merda», i «tanto lui [il pubblico] non c’ha memoria» e così via.

Più che rock demenziale, qui siamo nell’ambito del punk: offensivo, sporco – non solo nei testi ma anche negli arrangiamenti e nella voce del cantante –, controcorrente; e, anzi, forse nella canzone che più di tutte, in Italia, ha portato avanti gli ideali del punk.

 

Mi piaccion le sbarbine

da Kinotto, 1979

Arriviamo così al terzo album, pubblicato nel 1979 sempre per i tipi della Cramps Records: Kinotto fu probabilmente il loro maggior successo e ancora oggi è considerato da molti il loro lavoro più completo e riuscito. Anche qui è l’apertura a definire il tono di tutto il disco: la prima canzone è infatti Mi piaccion le sbarbine, brano che ancora oggi a Bologna i ragazzi conoscono più o meno a memoria e che segna una prima svolta nei testi e negli arrangiamenti, meno estremi e aggressivi ma venati da maggior sarcasmo, sia verso la società che i giovani.

La stessa voce di Antoni qui diventa parodia, assumendo un accento volutamente inglese, tipico di quella generazione di cantanti britannici che negli anni Sessanta veniva a cantare brani d’amore nella nostra penisola rivestendoli con la loro parlata di un tono esterofilo; qui, però, non è più tanto l’amore per una ragazza qualsiasi ad essere esaltato, ma quello per le “sbarbine”, le ragazzine in quella parlata metropolitana che la band cercava continuamente di imitare, spesso anche nella grafia (con le “k” al posto del “ch”, la “x” al posto del “per” e così via).

Per quei pochi che non lo sanno, “sbarbina” deriva da “sbarbo”, che a sua volta è una contrazione di “sbarbato”, termine con cui si identificano appunto i ragazzini a cui non è ancora cresciuta la barba.

 

Gelati

da Kinotto, 1979

A fine anni Settanta, per un motivo che è ben difficile capire, la musica leggera italiana sembrava avere un debole per i gelati: nel 1979, infatti, nello spazio di poche settimane uscirono Un gelato al limon di Paolo Conte (title-track dell’omonimo album poi riarrangiata e portata in giro per l’Italia anche da Lucio Dalla e Francesco De Gregori nel celebre tour Banana Republic) e Gelato al cioccolato di Pupo, celeberrimo brano scritto anche da Cristiano Malgioglio.

Gli Skiantos non potevano essere da meno e all’interno di Kinotto piazzarono la loro Gelati, brano tipicamente demenziale in cui si racconta di un uomo che spende tutte le proprie finanze in gelati, perché, come ricorda il ritornello, «i gelati sono buoni / ma costano milioni».

Ovviamente, come d’altronde negli altri brani citati all’inizio, la canzone si presta a facili letture allegoriche, ma anche rimanendo sul piano dell’interpretazione letterale non perde il suo fascino, grazie alla comicità un po’ naïf tipica del rock demenziale e alle sue rime ardite (almeno per la logica delle canzoni pop).

 

Sono un ribelle, mamma

da Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti, 1987

Dopo i capolavori di fine anni Settanta gli Skiantos entrarono in crisi: nel 1980 provarono a partecipare al Festival di Sanremo con Fagioli, ma non superarono le selezioni preliminari; questo flop portò a contrasti interni alla band sulla direzione da dare agli album successivi e Antoni lasciò.

Registrarono così un album con la voce di Linda Linetti, Pesissimo!, a cui seguì uno stop di quattro anni, interrotto dal ritorno in organico del cantante storico per l’album Ti spalmo la crema, prodotto dai fratelli La Bionda per Caterina Caselli, che ne voleva fare un disco estivo da classifica e per questo l’aveva infarcito di cover.

Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti, che uscì dopo un’ulteriore pausa nel 1987, fu insomma il primo vero disco in stile Skiantos dopo otto anni di ripensamenti e flop, e tra tutti i brani probabilmente quello più riuscito è questo Sono un ribelle, mamma, un inno rock in cui si mettono da parte la velocità e la rudezza punk dei primi tempi in favore di un tono quasi sentimentale che, seppur ancora tipicamente demenziale, non manca a suo modo di poesia e sincerità, grazie anche al sapiente uso del sax.

 

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