Cinque libri di storia sull’Olocausto che vale la pena leggere

Il famigerato ingresso del campo di concentramento di Auschwitz, che fu liberato il 27 gennaio 1945

Oggi, 27 gennaio, ricorre la cosiddetta Giornata della Memoria, dedicata a ricordare gli eventi che, durante la Seconda guerra mondiale, hanno portato all’Olocausto, cioè alla morte di milioni di persone. Ebrei, avversari politici, apolidi, testimoni di Geova, omosessuali, rom: tutti trovarono la morte nei campi di sterminio voluti da Hitler e dai suoi gerarchi. Un orrore che ci è stato raccontato da decine e decine di romanzi, memoriali, diari, testimonianze, documentari e film. Un orrore che è sempre bene ricordare e raccontare ai più giovani, per evitare che si ripeta.

Al di là delle opere di narrativa e delle testimonianze, è però importante anche ricostruire una storia più oggettiva di quegli eventi. Una storia che sappia andare al di là dei pur importanti fatti personali e cerchi di individuare cause e conseguenze di quei terribili anni. Per fortuna, di libri di questo tipo ce ne sono parecchi. Già poco dopo la fine della guerra gli storici iniziarono ad interrogarsi su come Hitler avesse potuto fare quello che fece. Negli ultimi venti o trent’anni, poi, quelle ricerche hanno trovato delle sintesi importanti, tanto che si può dire che oggi l’immagine di cosa accadde è piuttosto chiara.


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Questi libri, però, rimangono spesso confinati ad un ambito di specialisti. Anche se in realtà si tratta di volumi che spesso si leggono facilmente, senza prerequisiti particolari. E che aiutano a comprendere almeno in parte uno dei misteri più incomprensibili della storia dell’umanità. Sfruttando l’occasione di questa importante ricorrenza, vi suggeriamo quindi oggi cinque libri di storia che aiutano a comprendere in profondità come e perché è avvenuto l’Olocausto.

 

Saul Friedländer – La Germania nazista e gli ebrei

Due volumi per capire gli anni dal 1933 al 1945

Il primo dei volumi di FriedländerPartiamo da due opere puramente storiche, due lavori che servono a delineare i contorni della nostra indagine. Si tratta, in entrambi i casi, di opere colossali, che hanno cercato di analizzare in toto la questione. La prima è La Germania nazista e gli ebrei, un saggio in due parti dello storico ebraico Saul Friedländer.

Nato a Praga nel 1932 da una famiglia ebrea di lingua tedesca, Friedländer è cresciuto in Francia e si è salvato dall’Olocausto perché fu nascosto, vicino a Vichy, all’interno di un collegio cattolico. I suoi genitori, purtroppo, non furono così fortunati, e trovarono la morte ad Auschwitz. Dopo la guerra, anche per motivi personali, Friedländer si mise quindi ad indagare le ragioni di quegli eventi, ragioni che trovano infatti sintesi in questo immenso lavoro storiografico.

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L’opera, come detto, è divisa in due volumi, che vengono di solito venduti separatamente. Il primo è intitolato semplicemente La Germania nazista e gli ebrei. Gli anni della persecuzione: 1933-1939. Il secondo, invece, lo trovate sotto il titolo Gli anni dello sterminio. La Germania nazista e gli ebrei (1939-1945). Entrambi i volumi sono pubblicati in Italia da Garzanti.

Nel primo, com’è evidente anche dalla periodizzazione, Friedländer si concentra sugli anni antecedenti alla Seconda guerra mondiale, quando l’idea della soluzione finale non aveva ancora preso pienamente corpo ma l’antisemitismo si esprimeva comunque nella vita quotidiana della Germania di Hitler. Nel secondo libro, invece, si passa a delineare la strada verso i campi di concentramento e l’annientamento di milioni di persone. Studiando sia i documenti ufficiali che la memorialistica, Friedländer riesce a dare un ritratto poderoso e convincente delle ragioni che portarono ad Auschwitz.

 

Raul Hilberg – La distruzione degli ebrei d’Europa

Il meccanismo dello sterminio

La monumentale opera di Raul Hilberg sugli ebrei europeiSe Friedländer analizza la Germania, il nazismo e poi i campi, cercando di dare un’idea unitaria dei vari passaggi dall’una all’altra fase, lo storico viennese Raul Hilberg è stato invece la massima autorità per quanto riguarda, nello specifico, la soluzione finale vera e propria. Nato in Austria nel 1926 e scomparso 9 anni fa negli Stati Uniti, paese di cui aveva preso la cittadinanza già prima del conflitto, Hilberg è infatti autore de La distruzione degli ebrei d’Europa, un’opera mastodontica in cui ha ricostruito l’opera di sterminio in tutti i paesi del vecchio continente.

Ebreo anch’esso, emigrò con la sua famiglia negli States già nell’aprile del 1939, subodorando la cattiva aria che tirava sotto il nazismo. Durante la guerra fu quindi arruolato all’interno dell’esercito americano, venendo utilizzato – grazie alla sua conoscenza del tedesco – nello studio degli archivi che man mano le truppe trovavano in Europa. Proprio la scoperta della libreria di Hitler a Monaco lo indusse a concentrarsi sull’Olocausto, tema che sarebbe rimasto centrale in tutto il suo lavoro successivo.

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La distruzione degli ebrei d’Europa è, in questo senso, il risultato di una vita di studi. Più volte rivista e aggiornata, l’opera supera di molto le mille pagine, e può risultare a prima vista piuttosto straniante. Riesce però a dare l’idea, fin dalla sua impostazione editoriale, di quanto complessa e articolata fosse la macchina dello sterminio. E di come quella macchina non fosse limitata alla Germania, ma coinvolgesse quasi tutta Europa.

Uno dei pregi di quest’opera, d’altra parte, è quella di essere una fredda analisi proprio dei processi che portarono all’Olocausto. Hilberg, che pure era in qualche modo parte in causa nella questione, non si dilungò sulla sofferenza degli ebrei, né cercò di fare un’analisi morale della questione. Si concentrò, piuttosto, su come la legge, la burocrazia e il sistema amministrativo dei vari stati avessero consentito quello che era avvenuto. In modo, in un certo senso, da mostrare cosa gli stati di oggi dovrebbero fare per evitare il ripetersi di quei fatti.

 

Christopher R. Browning – Uomini comuni

La polizia tedesca in Polonia

Uomini comuni di Christopher BrowningDopo aver inquadrato, nel miglior modo possibile, l’argomento, cerchiamo di entrare nel dettaglio. I tre libri con cui chiudiamo la cinquina, infatti, rappresentano non più una presentazione generale e dettagliata degli eventi, ma un tentativo di rispondere alla domanda “Come è stato possibile?”. Questa domanda, è inevitabile, è al centro della ricerca non solo degli storici, ma di chiunque si approcci al tema dell’Olocausto. L’odio nei confronti delle minoranze, nella storia dell’umanità, è purtroppo sempre stato presente, ma mai aveva assunto i contorni di uno sterminio così radicato, programmato, esteso.

Una cosa, infatti, erano i vecchi pogrom, a cui gli ebrei erano sottoposti da tempo: momenti di irrazionale furia popolare, che erano tanto veloci ad accendersi quanto a scemare. Nessuno mai nella storia, però, aveva programmato e pianificato l’annullamento di un intero popolo, cercando di realizzare quel progetto con scientifica precisione. Come era potuto accadere? Come avevano potuto, una serie di uomini che fino a poco prima si potevano considerare normali, permettere tutto ciò?


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Una prima risposta cerca di darla Christopher Browning in quello che è forse il suo capolavoro storiografico, Uomini comuni. Polizia tedesca e “soluzione finale” in Polonia. Americano, classe 1944, Browning ha raggiunto una grande fama nel settore grazie alla pubblicazione, nel 1992, di questo libro, in cui segue le terribili gesta di un battaglione di riservisti della polizia in Polonia.

Carte alla mano, Browning dimostra come anche gli “uomini comuni”, cioè persone che col nazismo non avevano molto a che spartire, potevano in quel sistema macchiarsi dei più terribili crimini. Quel battaglione era infatti formato da amburghesi di mezz’età, spesso di estrazione operaia. Eppure questi uomini, che erano normali padri di famiglia, una volta inviati in Polonia si resero colpevoli di terribili massacri nei confronti della popolazione ebraica. Massacri a cui avrebbero potuto benissimo sottrarsi, visto che prima delle azioni veniva data loro la possibilità di non parteciparvi. Il libro è, insomma, un’analisi dei meccanismi psicologici che portarono delle persone normali a trasformarsi, per qualche anno, in assassini. Ed in questo è illuminante.

 

Zygmunt Bauman – Modernità e Olocausto

Lo sterminio come frutto dell’evoluzione della nostra società

Modernità e Olocausto, importante lavoro di Zygmunt BaumanSulla stessa scia della ricerca di Browning si pone anche Modernità e Olocausto, saggio pubblicato da Zygmunt Bauman nel 1989 (e tradotto in italiano nel 1992). Bauman è noto come sociologo e come il teorico della società “liquida”, termine che va tanto di moda in questi anni per descrivere la contemporaneità. Ma in quel libro ha applicato la sua formazione e la sua visione allo studio dell’Olocausto, proponendo un’interpretazione importante e decisiva anche per il lavoro degli storici.

Nato in Polonia nel 1925 da una famiglia ebrea, allo scoppio della guerra riuscì a scappare nella zona d’occupazione sovietica. Lì finì anche per arruolarsi nell’Armata Rossa e combattere i tedeschi. Rientrato in Polonia dopo la guerra, si laureò a Varsavia e cominciò ad insegnare sociologia. Verso la fine degli anni ’60, però, la ripresa dell’antisemitismo in Polonia gli fece perdere la cattedra e lo costrinse ad emigrare. Dopo un breve passaggio in Israele, arrivò a Leeds, in Inghilterra, dove si stabilì e prese la cittadinanza.

Da lì ha condotto tutti i suoi studi successivi, che hanno acquisito fama internazionale soprattutto negli anni ’90. La sua analisi dell’Olocausto è in questo senso molto lucida. Bauman sostiene, infatti, che l’Olocausto non sia un momento eccezionale della storia dell’umanità, “un attimo di pazzia collettiva”, ma il frutto di una precisa evoluzione storica. Alla base di quello che è successo in Germania e in Europa c’è, infatti, la modernità. Senza la burocratizzazione, l’efficienza, la razionalità funzionale tipica dell’era moderna, uno sterminio di quelle proporzioni non sarebbe mai potuto avvenire.

E questo è anche l’esito più agghiacciante della ricerca di Bauman. Perché le caratteristiche della modernità, cioè quelle condizioni che resero possibile l’Olocausto, sono presenti ancora oggi. E se è vero che il nazismo fu causato dallo sconvolgimento sociale della modernizzazione, portatore di insicurezza e angoscia, è anche vero che pure il nostro tempo è caratterizzato da grandi cambiamenti, non sempre facili da accettare e comprendere.

 

Hannah Arendt – La banalità del male

La storia di Adolf Eichmann e il ruolo della burocrazia tedesca

Il celebre saggio di Hannah Arendt su Adolf EichmannAnche La banalità del male, celebre lavoro di Hannah Arendt, non è propriamente un libro di storia. La Arendt, per formazione, era anzi una filosofa, un’allieva di Martin Heidegger scappata dalla Germania nazista. Questo libro, inoltre, è in realtà la raccolta e la sistemazione di un reportage giornalistico che la Arendt scrisse per il New Yorker nel 1961.

Il movente del libro fu infatti la cattura da parte dei servizi segreti israeliani, in Argentina, di Adolf Eichmann, criminale nazista che era riuscito a rifugiarsi in Sud America sotto falso nome. Rapito e trasportato in Israele, fu sottoposto a un processo che ovviamente attirò l’attenzione di tutti i media internazionali. E la Arendt poté seguirlo seduta dopo seduta, facendosi un’idea molto particolare di quell’uomo e più in generale di tutti i gerarchi di medio livello che avevano reso possibile l’Olocausto.

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Eichmann non era infatti un capo del Partito nazista, né una personalità di spicco. Era piuttosto un burocrate, un uomo anche mediocre, senza cultura e con un passato pieno di fallimenti. Era entrato nel partito con l’ambizione di fare carriera, e si era trovato presto responsabile dell’organizzazione dei treni che dovevano trasportare gli ebrei verso i campi di concentramento. Da buon burocrate, sostenne anche durante il processo di aver svolto il proprio compito nel migliore dei modi possibili. Cosa accadesse agli ebrei una volta giunti a Treblinka o ad Auschwitz non era affar suo (anche se fu dimostrato che lo sapeva).

La tesi che ricavò la Arendt era che l’orrore del nazismo era stato possibile non tanto per la presenza di alcuni uomini profondamente malvagi, ma perché molti altri uomini, normali e quasi banali, non avevano avuto la capacità di porsi delle domande su quello che stavano facendo. Eichmann non si sentiva sinceramente responsabile di quello che era accaduto agli ebrei. Riteneva, anzi, di aver agito bene, tanto è vero che durante il processo cercò di presentarsi come un amico degli ebrei, affermando che con la sua efficenza ne aveva, in fondo, alleviato le sofferenze. Un comportamento assurdo, che però non stride affatto con l’assurdità degli eventi di cui fu uno dei protagonisti.

 

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