Quella di Diane Arbus è una delle figure più interessanti ed enigmatiche della fotografia del XX secolo. Anzi, così enigmatica da aver dato origine a libri e perfino un film biografico basato su esperienze inventate.

Perché tanto mistero? Perché ad essere misteriose sono le motivazioni che hanno segnato tutta la vita della Arbus, dalla decisione prima di avvicinarsi alla fotografia, poi di mettersi a ritrarre soprattutto i freaks di New York e dintorni, infine di suicidarsi a 48 anni.

Qualche sospetto su ognuno di questi punti in realtà c’è, ma il mistero umano rimane in certi casi insondabile e bisogna accontentarsi di congetture o – come appunto nel caso di Fur, il film in cui lei è interpretata da Nicole Kidman – ricostruzioni immaginarie.

L’unica cosa certa che ci rimane della Arbus sono le sue fotografie, all’epoca in certi casi ritenute scandalose e rivoltanti, tanto che le prime che furono esposte al MoMA di New York spesso venivano imbrattate dagli sputi dei visitatori.

Ripercorriamo, dunque, in ordine cronologico alcune famose e belle foto di Diane Arbus. E sfrutteremo l’occasione per raccontare un po’ della vita e della storia di questa grande fotografa americana.

All photographs copyrighted by the Estate of Diane Arbus and are published in low resolution only for documentary reasons.

 

1. Child with Toy Hand Grenade in Central Park, N.Y.C., 1962

Il decennio decisivo per Diane Arbus furono gli anni Sessanta. La fotografia per lei non era affatto qualcosa di nuovo. Aveva avuto un marito fotografo, Allan Arbus, col quale aveva collaborato fin dagli anni ’40, ma le divergenze con l’ex compagno erano diventate insanabili e i due si erano separati proprio nel 1959.

Child with Toy Hand Grenade in Central Park, New York

Di per sé, non aveva bisogno di lavorare per mantenersi. Apparteneva a una ricchissima famiglia newyorkese e il lavoro per le riviste di moda a cui si era dedicata con Allan incominciava ad andarle stretto.

 
Appena ritornata donna libera, cominciò quindi a fare nuove esperienze e visitare nuove realtà. In particolare si lasciò affascinare dal mondo dei freaks della Grande Mela che iniziò a fotografare proprio nel 1960. In generale, scoprì la diversità alla quale – da ricca borghese che lavorava tutto sommato nello show business – non era stata abituata.

Questo la portò, di conseguenza, a cercare la diversità non solo negli ambienti più particolari della sua città, ma anche in situazioni di apparente normalità come a Central Park, dove di tanto in tanto si recava armata della sua macchina fotografica.

La diversità sotto casa

Nel 1962, in particolare, si imbatté in Colin Wood, un ragazzino tra l’altro figlio dell’hall-of-famer del tennis Sidney Wood, campione a Wimbledon una trentina di anni prima. Ma tutto questo la Arbus non lo sapeva. Lei vedeva solo un ragazzino magro che giocava con una bomba a mano giocattolo a cui chiese di potergli fare alcune foto.

Iniziò a girargli attorno e a scattare. Gli chiese più volte di spostarsi, una volta vicino a una fontanella, una volta rivolgendosi altrove. Il piccolo Colin tendeva a mettersi in posa, ma presto si spazientì perché, come ogni bambino che si rispetti, voleva tornare a giocare.

È in questo momento che la Arbus scattò la foto che sarebbe diventata famosa. Il soggetto, teso e stufo, fa una faccia quasi maniacale, che lo stesso Wood decenni più tardi in un documentario dirà essere la sua imitazione dei personaggi dei film di guerra che amava tanto da bambino.

Non solo: a posteriori Wood ha confessato che quello era forse il periodo più duro della sua infanzia a causa del divorzio dei genitori e che nella foto della Arbus ha sempre precipito un senso di commiserazione, come se la fotografa avesse percepito la sua infelicità – così simile forse a quella della Arbus stessa – e fosse riuscita a trasmetterla su pellicola.

 

2. A Young Man in Curlers at Home on West 20th Street, N.Y.C., 1969

Se la prima fotografia della nostra cinquina è tutto sommato un soggetto classico, anche se rimodulato in una chiave angosciante, con la seconda, realizzata appena quattro anni dopo, la Arbus aveva già fatto un passo oltre, oltre la classica scelta dei soggetti da rappresentare ma anche oltre le abitudini e la percezione della morale.

A Young Man in Curlers at Home on West 20th Street, New YorkAd essere ritratto in questa immagine del 1966 è infatti un uomo truccato da donna: indossa i bigodini, ha le sopracciglia rifatte, le unghie tenute lunghe, lavorate e laccate, eppure un naso, un mento e una bocca che ne rivelano in maniera ineludibile la mascolinità.

Non che i travestiti fossero in assoluto qualcosa di nuovo a New York. Già dagli anni ’50 il Village era diventato il centro della scena beat americana, e nei Sessanta gli omosessuali avevano cominciato a farsi avanti con sempre meno timore, a uscire senza nascondersi e a frequentare dei locali gay.

 
Non a caso, a pochi isolati di distanza da dove la Arbus scattò questa foto nel giugno del 1969 scoppiarono i cosiddetti moti di Stonewall, il primo caso di rivolta della comunità gay contro i soprusi e le violenze della polizia.

I fermenti del Village

Nel ’66 la situazione non era ancora giunta a questi livelli, ma era in fermento e questa fotografia della Arbus fu probabilmente una delle prime attraverso cui la comunità LGBT entrava nei più prestigiosi musei del mondo.

Cosa spinse la fotografa a rompere con le convenzioni e iniziare a ritrarre – come vedremo anche in alcune foto successive, tutte dello stesso periodo – gli esclusi, i dimenticati, i personaggi “particolari” e fuori dal comune?

Rispondiamo con alcune parole della stessa Diane Arbus che risalgono addirittura al 1939, quando aveva appena 16 anni:

Ci sono e ci sono state e ci saranno un infinito numero di cose sulla Terra. Gli individui sono tutti diversi, tutti vogliono cose diverse, tutti conoscono cose diverse, tutti amano cose diverse, tutti sembrano diversi. Tutto quello che c’è stato sulla Terra è stato diverso dal resto. È questo che amo: la differenza, l’unicità di tutte le cose e l’importanza della vita.

 

3. Identical Twins, Roselle, N.J., 1967

E se proprio era la diversità ad affascinare Diane Arbus, bisogna dire che la diversità non si trovava per forza solo nel Greenwich Village di Manhattan, dove anzi era resa stile di vita e regola, ma in ogni luogo.

Identical Twins, Roselle, NJLa diversità, anzi, per usare ancora quel brano del ’39 che la Arbus scrisse come compito per casa durante un seminario su Platone, sta nelle cose di tutti i giorni: «Vedo qualcosa che sembra meraviglioso; vedo la divinità nelle cose quotidiane».

E questa diversità può essere magnifica e inquietante, straordinaria e tremenda, come nel caso di questa fotografia scattata nel 1967 a Roselle, una cittadina di ventimila abitanti in New Jersey, di fianco a Staten Island.

 
Una fotografia che ritrae due gemelle identiche affiancate una all’altra e anzi quasi sovrapposte, cosicché a una prima occhiata possano sembrare gemelle siamesi che condividono un braccio.

Rendere strano ciò che è familiare

Ma non è solo questo a inquietare. Il nero del vestito e dei capelli delle bimbe si contrappone agli elementi bianchi, al muro di sfondo e soprattutto agli occhi vitrei dei due soggetti.

Se il bambino della prima fotografia sembrava avere addosso un’espressione maniacale perché tirato e teso, queste due gemelle sono inquietanti per la loro calma e per lo sguardo sicuro col quale sembrano presagire tempeste e drammi.

Come hanno scritto alcuni critici, il miglior talento della Arbus era di rendere familiari le cose strane e rendere strane le cose familiari, e questa immagine ne è la prova più convincente.

 

4. Jewish Giant, Taken at Home with His Parents in the Bronx, N.Y.C., 1970

Rientriamo a New York con una foto che unisce le due tendenze di cui abbiamo appena visto i principali esempi. Una foto che, cioè, rende strana la normalità e normale la stranezza.

Jewish Giant, Taken at Home with His Parents in the Bronx, New York

Nell’immagine, scattata nel 1970, vediamo la famiglia di Eddie Carmel, il cosiddetto Jewish Giant che in quegli anni aveva raggiunto una certa popolarità in città ma che solo la foto della Arbus e un paio di film di scarso impatto hanno permesso di consegnare ai posteri.

 
Carmel era nato nel 1936 a Tel Aviv, affetto da gigantismo; si era trasferito ancora bambino assieme alla famiglia negli Stati Uniti, e qui era arrivato all’altezza pare di due metri e ventun centimetri, anche se i manifesti pubblicitari parlavano addirittura di due metri e sessantotto.

Contro il volere dei genitori, aveva presto iniziato ad esibirsi in vari circhi come fenomeno da baraccone e nel 1970, a 34 anni, era all’apice della sua pur modesta carriera. Sarebbe morto appena due anni dopo a causa della sua malattia.

Il fenomeno da baraccone

Nella fotografia non è però tanto Eddie ad apparire strano, quanto i suoi genitori, le pose e i vestiti dei quali sembrano stonare con la situazione; la formalità attraverso la quale cercano di relazionarsi col figlio stride infatti con il loro apparente nanismo.

La stessa Arbus spiegò: «Quando lui sta in piedi col suo braccio attorno a loro sembra quasi che possa farli scontrare. Discutono vestiti in un modo così banale che sembra esagerato dalla loro tragedia… un modo arrogante, angosciato, perfino stupido».

 

5. Tattooed Man at a Carnival, Maryland, 1970

Diane Arbus si sarebbe suicidata nel luglio 1971, a quarantotto anni d’età. Avrebbe ingerito barbiturici e si sarebbe tagliata i polsi mentre era immersa nella vasca da bagno della sua casa nel Greenwich Village.

Tattooed Man at a Carnival, MD

Fino all’ultimo, però, continuò a fare fotografie e a tenere corsi per aspiranti fotografi, perseguendo il suo ideale estetico della bellezza nella diversità, trovata nell’eccesso o nel quotidiano.

 
Anche quest’ultima immagine con la quale chiudiamo la nostra veloce rassegna altro non è che l’ennesima conferma della sua coerenza.

Scattata durante una fiera circense nel Maryland, mostra un uomo pieno di tatuaggi non solo nel petto o nelle braccia ma anche sul volto, una situazione già rara oggi ma che allora, più di quaranta anni fa, era appunto materia da circhi e fiere di paese.

La foto come monumento al tempo presente

Preparando una mostra al Guggenheim, scriveva:

Voglio fotografare le considerevoli cerimonie del nostro presente perché vivendo qui ed ora tendiamo a percepire solo ciò che è casuale, sterile e senza forma. Mentre ci dispiace che il presente non sia come il passato e disperiamo al pensiero che possa diventare il futuro, le innumerevoli imperscrutabili abitudini giacciono in attesa del loro significato. Voglio raccoglierle, come una nonna che raccoglie le conserve, perché diventeranno belle. […] Questi sono i nostri sintomi e i nostri monumenti. Voglio semplicemente salvarli, perché ciò che è cerimonioso e curioso e comune diventi leggendario.

Queste foto, insomma, e l’immagine dell’uomo tatuato in particolare sono i monumenti dell’epoca in cui la Arbus visse, e il suo averli immortalati li ha resi imperituri e ha dato loro significato. Un significato che, d’altra parte, vive ancora oggi.

 

Altre 18 foto di Diane Arbus, oltre alle 5 già segnalate

Cinque foto danno, di sicuro, una buona panoramica sul lavoro di un’artista, ma non riescono a soddisfare la curiosità dei più. Ecco perché abbiamo scelto altre 18 foto realizzate da Diane Arbus nella sua pur non lunga carriera, che vi presentiamo qui di seguito.

 

Little Man Biting Woman’s Breast, N.Y.C., 1958

Little man biting woman’s breast, N.Y.C., 1958Come abbiamo in parte già visto, la carriera di Diane Arbus come fotografa ed artista cominciò praticamente a partire dal 1960. Pochi anni fa, però, una interessante mostra negli Stati Uniti ha riportato alla luce alcuni interessanti scatti precedenti a quella data, che ci mostrano una Arbus con già le idee piuttosto chiare.

L’immagine che vedete qui di fianco rappresenta un piccolo uomo che fa finta di mordere il seno ad una donna. Fu scattata nel 1958 a New York e ritraeva quelle strane scene che l’artista amava cogliere in giro per le strade della Grande Mela. Non siamo ancora di fronte ai freaks, ma a quella realtà non manca poi molto.

Child Teasing Another, N.Y.C., 1960

Child teasing another, N.Y.C., 1960Realizzata nel 1960 ma stampata solo dopo la morte dell’autrice, questa fotografia ci mostra due bambini immortalati, come spesso accadeva, lungo le strade di New York. Sono bambini normali, non freak; ma già un po’ particolari, più nella posa che nell’aspetto.

Come il titolo ci suggerisce – la traduzione è “Un bambino che canzona l’altro” –, i due si stanno prendendo in giro, imitandosi e deridendosi, senza però cattiveria. Questo gusto per la provocazione e per l’immedesimazione nei panni dell’altro sarebbe rimasta a lungo tra gli atteggiamenti più amati dall’occhio di Diane Arbus.

 

Jack Dracula at a Bar, New London, Conn., 1961

Jack Dracula at a Bar, New London, Conn., 1961Diane Arbus amava fotografare i fenomeni da baraccone, quelli che si esibivano a seguito di circhi di bassa lega, che si spostavano sovente nella campagna americana. Una tendenza cominciata nei primi anni ’60, come documenta questa fotografia, scattata in Connecticut.

Al centro dell’immagine c’è Jack Dracula, nome d’arte dietro cui si nascondeva Martin Semnack, un ventiseienne che era riuscito a trovarsi un lavoro tatuandosi gradualmente tutto il corpo, faccia compresa. È fotografato al tavolo di un bar, a petto nudo per poter mostrare tutti i suoi tatuaggi, con uno sguardo fisso verso la fotocamera.

Teenage boy on a bench in Central Park, N.Y.C., 1962

Teenage boy on a bench in Central Park, N.Y.C., 1962Ritorniamo nelle strade di New York con questa altra fotografia di inizio anni ’60. Anzi, più precisamente, addentriamoci dentro a Central Park, che rimase per molto tempo un vero e proprio terreno di caccia per Diane Arbus e per la sua macchina fotografica.

In questo ritratto c’è, al centro, un tipico ragazzo americano di quel periodo, col suo ciuffo arrotolato alla Elvis Presley, i suoi calzini bianchi e vestiti più o meno alla moda. Gli alberi e il paesaggio del parco sembrano quasi tratti da un film, come Colazione da Tiffany, realizzato in quello stesso periodo.

 

Young Puerto Rican Couple on a Bench, N.Y.C., 1962

Young Puerto Rican couple on a bench, N.Y.C., 1962Nel 1961 usciva l’appena citato Colazione da Tiffany, ma anche un altro film ambientato a New York e destinato ad entrare nell’immaginario collettivo: West Side Story. Tratto da un musical di Broadway, raccontava – alla maniera di Romeo e Giulietta – la lotta tra band di ragazzi bianchi e portoricani.

Quest’ultima comunità era piuttosto numerosa nella New York del tempo e Diane Arbus finì per immortalarne alcuni componenti anche in questa foto, datata appunto 1962. Vestiti bene per uscire nonostante siano evidentemente molto giovani, rappresentano un tentativo di integrarsi, pur nella diversità, che probabilmente incuriosiva la fotografa.

Three boys at a baseball game in Central Park, N.Y.C., 1962

Three boys at a baseball game in Central Park, N.Y.C., 1962Ancora New York, ancora Central Park, ancora l’inizio degli anni ’60. E ancora dei ragazzi, per la verità questa volta di età ancora più giovane, come forse – tra privacy e permessi da chiedere ai genitori – non si potrebbe probabilmente fare oggi.

Lo scatto di Diane Arbus ritrae infatti tre ragazzini, quasi dei bambini, durante una pausa della loro partita di baseball nel parco. Sembrerebbe quasi una scena dei Peanuts di Charles Schulz, che spesso raccontava eventi simili, se non fosse che qui i bimbi sono afroamericani di famiglie di certo non ricche.

 

Teenage Couple on Hudson Street, N.Y.C., 1963

Teenage couple on Hudson Street, New York, 1963Le foto che abbiamo presentato finora non sono tutte ugualmente note, anche perché in alcuni casi sono state riscoperte solo recentemente. Teenage couple on Hudson Street invece è uno degli scatti più celebri di Diane Arbus, realizzato sempre a New York nel 1963.

Al centro c’è una coppia dall’età indefinita. Si vestono come degli adulti, ma i loro visi rivelano la loro vera età, che non deve essere certo avanzata. C’è un po’ di imbarazzo, nel loro atteggiamento. Forse anche la consapevolezza di essere cresciuti troppo in fretta, o di essere in qualche modo fuori posto davanti a una macchina fotografica.

Puerto Rican Woman with a Beauty Mark, 1965

Puerto Rican woman with a beauty mark, 1965Le minoranze furono spesso al centro dell’attenzione del lavoro di Diane Arbus. Sia quelle sessuali e in un certo senso culturali, perché intendevano e vivevano la vita in maniera diversa rispetto alla massa, sia quelle etniche. E tra tutte un posto di rilievo lo ebbero spesso i portoricani, come abbiamo già cominciato a vedere.

D’altronde, i portoricani amavano vestirsi allora in modo spesso piuttosto appariscente. Mentre i neri preferivano tenere, a quel tempo, un basso profilo, gli immigrati che provenivano dal centro America amavano colori sgargianti e modi più estroversi. Un’eccezione è rappresentata dalla donna al centro di questa foto, scura e oscura, quasi luttuosa.

 

A Young Man and his Pregnant Wife in Washington Square Park, N.Y.C., 1965

A young man and his pregnant wife in Washington Square Park, N.Y.C., 1965Ancora più particolare – e famosa – è A young man and his pregnant wife in Washington Square Park, realizzata nel 1965 in un altro parco di New York, quello di Washington Square. Particolare perché al centro c’è quella che all’epoca era un’assoluta rarità: una coppia mista, con lui afroamericano e lei bianca.

La coppia guarda in camera con uno sguardo apparentemente duro, di chi forse è abituato ad essere guardato con sospetto se non addirittura disprezzo. Lei è tipicamente anni ’60, con acconciatura vistosa e occhiali vistosi; lui è quasi compassato, nel tenere lo sguardo un po’ basso. E, ci informa la didascalia della Arbus, lei è incinta.

Patriotic Young Man with a Flag, N.Y.C., 1967

Patriotic Young Man with a Flag, N.Y.C., 1967Come avrete notato, abbiamo disposto queste ulteriori foto di Diane Arbus in ordine cronologico. E siamo ora giunti sul finire degli anni ’60, davanti a un’America diversa da quella che incontravamo all’inizio. Un’America contraddistinta, tra l’altro, dall’opposizione o dal sostegno alla Guerra in Vietnam.

Molte erano le manifestazioni, all’epoca, in un senso o nell’altro. La Arbus preferiva però ritrarre i singoli, come questo sostenitore della guerra, un giovane “patriota” americano. Lo scatto, realizzato con un flash potente, ce lo mostra però quasi mostruoso nel suo acne giovanile, con la sua bandiera e la spilla “I’m proud” (“Sono orgoglioso”).

 

Boy With a Straw Hat Waiting to March in a Pro-War Parade, N.Y.C., 1967

Boy With a Straw Hat Waiting to March in a Pro-War Parade, N.Y.C., 1967È un sostenitore della Guerra in Vietnam anche il ragazzo ritratto in questa ulteriore foto del 1967. In questo caso la Arbus non cerca di mettere in risalto gli aspetti più estremi del viso; anzi, sceglie, al contrario di prima, una rappresentazione perfettamente naturale del soggetto.

Quello che stona – perché qualcosa, nelle foto di Diane Arbus, in un certo senso stona sempre – è il soggetto stesso. Siamo davanti ad un ragazzino dall’aspetto molto ordinato, col suo cappello di paglia un po’ demodé, col suo bel papillon e il viso pulito. Ma sulla sua giacca c’è una spilla con scritto “Bomb Hanoi”, “Bombardate Hanoi”.

Masked Man at a Ball, N.Y.C., 1967

Masked Man at a Ball, 1967In fondo, tutta l’opera di Diane Arbus può essere letta come un’indagine sulle maschere. Fotografava ragazzi che si vestivano da adulti, immigrati che si “camuffavano” da ricchi, uomini che si travestivano da donne, bambini che giocavano ai soldati o si mascheravano per Halloween. Oppure, come in questo caso, signori facoltosi che andavano a feste in maschera.

Qui, nonostante il benessere economico, non pare esserci però l’ombra del benessere mentale, psicologico. Lo sguardo che si scorge al di sotto della maschera è vuoto, quasi assente, le labbra sono serrate, la vita quasi spenta.

 

A Family on their Lawn One Sunday in Westchester, N.Y., 1968

A Family on their Lawn One Sunday in Westchester, N.Y., 1968Verso la fine degli anni ’60 Diane Arbus accarezzò per qualche tempo l’idea di creare una serie di foto dedicata alla famiglia. Anzi, a due famiglie, visto che pensava di contrapporre due possibili tipi di famiglie americane. Non riuscì mai a realizzare quest’idea – anche perché sarebbe morta poco dopo – ma qualcosa di quel progetto ci è rimasto.

Ad esempio questo scatto, pubblicato all’epoca sul London Sunday Times Magazine e realizzato a Westchester, zona residenziale alla periferia di New York, all’epoca e ancora oggi molto ricca e piena di ville. Anche qui siamo davanti a una famiglia abbastanza facoltosa, che poteva contare su un ampio giardino.

A Very Young Baby, N.Y.C., 1968

A Very Young Baby, N.Y.C., 1968Nel 1968 Diane Arbus fu incaricata dalla rivista Harper’s Bazaar di effettuare una serie di scatti di bambini. Li fece a modo suo, come si vede qui di fianco, con un’immagine che è tutt’altro che rassicurante e tenera, ma forse addirittura un po’ inquietante.

I redattori della rivista, secondo la leggenda, prima della pubblicazione telefonarono alla madre per avere l’ok alla pubblicazione del nome del bambino. I motivi erano due: da un lato, anche loro pensavano che una madre si potesse offendere; dall’altro, quella madre era Gloria Vanderbilt, esponente di una ricchissima famiglia.

La madre diede la sua approvazione e la foto fu pubblicata. Il bambino era il figlio Anderson Cooper, che da allora ha fatto molta strada. È infatti uno dei giornalisti più famosi d’America, visto che conduce un programma sulla CNN che ha già vinto svariati Emmy Awards.

 

Mexican Dwarf in his Hotel Room, N.Y.C., 1970

Mexican Dwarf in his Hotel Room, N.Y.C., 1970Freak, fenomeni da baraccone e, perché no, ogni tanto anche nani: questo era il campionario più amato da Diane Arbus, che come si vede anche in questa foto e nelle prossime dominò l’ultima parte della sua produzione. Persone fuori dalla norma, ritratte poi in ambiti molto particolari e intimi.

Il nano messicano protagonista di questo scatto del 1970, infatti, viene immortalato nella sua camera da letto, di fianco a una bottiglia di alcool. È nudo, coperto nelle parti basse solo da un asciugamano. Paradossalmente, indossa però un cappello, che finisce per rendere la scena in parte assurda.

Albino Sword Swallower at a Carnival, 1970

Albino Sword Swallower at a Carnival, 1970Dopo il divorzio dal marito, Diane Arbus ebbe la necessità di guadagnarsi da vivere. E i suoi scatti nel parco o in giro nel Village non sempre glielo permettevano: la sua arte venne infatti pienamente riconosciuta solo dopo la sua morte.

Così doveva spesso accettare commissioni di riviste, che non sempre la soddisfavano. In questo caso, però, Esquire le permise di andare ad esplorare dei circhi, da cui tornò anche con questa fotografia, di cui era particolarmente orgogliosa. Al centro c’è una mangiaspade albina impegnata in un numero.

 

Untitled (1), 1970-71

Untitled (1), 1970-71La serie di fotografie Senza titolo (in inglese “Untitled”) è una delle più controverse – oltre che una delle ultime – della carriera di Diane Arbus. Fu realizzata quando, dopo una lunghissima attesa, la fotografa ebbe il permesso di entrare in alcuni istituti di portatori d’handicap.

In questa prima immagine che apre la serie – una delle più note – vediamo due pazienti sorridenti a braccetto tra loro. Il contesto potrebbe sembrare, a prima vista, poco rispettoso delle due donne, ma in realtà lo sguardo della Arbus fu sempre neutrale, mai inquisitorio o giudicante nei confronti dei suoi soggetti.

Untitled (6), 1970-71

Untitled (6), 1970-71Concludiamo con un’altra immagine realizzata all’interno degli istituti mentali visitati da Diane Arbus. Il suo progetto era quello di fotografare tutti, anche chi non veniva mai guardato con attenzione da nessuno; e in questo senso i malati mentali rappresentavano il coronamento della sua attività.

Qui vi sono tre donne, due delle quali in costume da bagno, intente a giocare e scherzare su un prato. La scena ricorda quasi quella della foto che già abbiamo presentato, realizzata su un prato di Westchester. Là però avevamo una ricca famiglia borghese; qui tre donne che vivono ai margini della società (ma paiono, paradossalmente, più felici).

 

 

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