Cinque magnifici testi dei Baustelle

I Baustelle

Sui Baustelle, negli ultimi anni, s’è scritto tutto e il contrario di tutto. Li si è eletti a band capofila del movimento indie nostrano, quasi dei salvatori destinati a risollevare le sorti di una musica in crisi, e poco dopo, appena sono riusciti a farsi conoscere almeno in parte dal grande pubblico, si è iniziato a dire che non erano più loro, che erano cambiati, come spesso accade agli artisti che passano dai circuiti indipendenti a quelli mainstream. Che i Baustelle siano cambiati, in realtà, non si può negarlo: da cantori di un’adolescenza contraddittoria e vitalistica si sono trasformati in qualcosa di simile a un Baudelaire degli anni Dieci, decadenti e monumentali, orchestrali e complessi; ma sono cambiati non perché si siano “venduti”, come vorrebbero certi commenti da social network, ma perché semplicemente sono cresciuti, positivo o no che sia questo fatto per la loro musica.

D’altronde, dal Sussidiario illustrato della giovinezza, che li aveva visti esordire, ad oggi sono passati addirittura quattordici anni ed era stupido aspettarsi qualcosa di diverso. Quello che è rimasto, a mio avviso, è soprattutto l’accurata scrittura dei testi, nettamente tra i migliori prodotti in Italia nell’ultimo ventennio. Tra tutte le liriche sparse in sei anni di inediti e qualche collaborazione qua e là, ne ho scelte cinque, quelle a mio modo di vedere più rappresentative e belle; certo non è stata una scelta facile, quindi mi riservo, in futuro, di proporvi una selezione di ulteriori cinque bei testi dei Baustelle. Per il momento, però, partiamo da queste canzoni.

 

Gomma

da Sussidiario illustrato della giovinezza, 2000

Il disco d’esordio, pubblicato dall’etichetta indipendente Baracca&Burattini nel 2000, fu accolto da critiche entusiaste da tutti quei (pochi) critici che ebbero modo di ascoltarlo: la musica – un indie rock che presentava tracce di new wave ma anche di elettronica – d’altronde ben si sposava con i testi di Francesco Bianconi, in canzoni ironiche e nostalgiche eppure aperte al futuro.

Il testo a nostro avviso più riuscito in quest’album è quello di Gomma, brano firmato dal solo Bianconi che, al tempo, era affiancato da altri cinque membri della band (gli attuali Rachele Bastreghi e Claudio Brasini, oltre ai poi fuoriusciti Mirko Cappelli al basso, Michele Angiolini alla batteria e Fabrizio Massara al piano e al sintetizzatore). All’epoca il brano non divenne un singolo, ma è sempre stato uno dei più amati della band e, quando il disco è stato ristampato nel 2010, fu scelto per essere reinciso e pubblicato, accompagnato dal video realizzato da DaNdADDy che potete vedere qui di seguito.

Settembre spesso ad aspettarti
e giorni scarni tutti uguali,
fumavo venti sigarette
e groppi in gola e secca sete di te.
Tue cartoline-condoglianze,
«Hello bastardo ci vediamo»,
l’adolescenza che spedivi
sulle mie tenebre incestuose-osé.
Ed il futuro stava fuori
dalla new wave da liceale,
così speravo di ammalarmi
o perlomeno che si infettassero i bar.
Novembre mio facevi freddo,
la fronte frigo il polso a zero,
sporcare specchi era narcosi
«potrei scambiare i miei Le ore con te?».
Tremavo un po’, di doglie blu,
e di esistenza inutile,
vibravo di vertigine,
di lecca-lecca e zuccheri.

Vespe d’agosto in caldo sciame
per provinciali bagni al fiume,
mi pettinavo un po’ all’indietro,
superficiali ricreative pietà.
Sabato sera dentro un buco
e disco-gomma-americana,
leccavo caramelle amare
e primavere già sfiorite con te.
E già ti odiavo dal profondo,
avevo piombo da sparare,
se stereofonica posavo
d’imbarazzante giovinezza lamé.
E fantascienza ed erezioni
che mi sfioravano le dita,
tasche sfondate e pugni chiusi,
«avrei bisogno di scopare con te».
Tremavo un po’, di doglie blu,
e di esistenza inutile,
vibravo di vertigine,
di lecca-lecca e zuccheri.
Di doglie blu
e di esistenza inutile,
vibravo di vertigine,
di lecca-lecca e zuccheri.

 

La canzone di Alain Delon

da La moda del lento, 2003

Passano tre anni e dopo l’ottimo esordio i Baustelle ci riprovano; non ci sono più Angiolini e Cappelli, sostituiti rispettivamente da Samuele Bucelli e Stefano Vivaldi, mentre è cambiata anche l’etichetta, che ora è Mimo Sound Records. Non solo: mentre le liriche di Bianconi abbandonano l’estetica adolescenziale e si aprono a temi più adulti (lo stesso cantante ha ormai trent’anni), nelle tracce emerge una maggior influenza del sintetizzatore, mentre trovano meno spazio le chitarre elettriche.

Tra tutti i brani, a noi quello col testo più convincente pare La canzone di Alain Delon, altro classico della band che però non divenne un singolo, visto che gli furono preferiti Love affair e Arriva lo yé-yé; anche in questo caso, testi e musiche sono firmate da Francesco Bianconi.

L’unica cosa che ho
è la bellezza del mondo.
La sola cosa che so
è che vorrei conservarla
per me.

Io già nel ‘96
avevo fame di storie,
vi raccontavo di me
non c’era da stare allegri.
Rubare negli autogrill
ti rende Alain Delon.
Com’ero bello
quando stavi con me,
ero più vecchio
quando stavi con me,
soltanto adesso so
che sono diverso,
sono sporco,
avevo torto marcio,
tu piangevi.
Io già recitavo,
erano anni che studiavo Alain Delon.
Piangevo.

L’unica cosa che ho
è lo squallore del mondo.
La sola cosa che so
è che vorrei conservarlo.
Ti credi Alain Delon,
coi profilattici
tu mi coccolavi quando stavi con me,
ero più bello quando stavi con me,
ero più giovane.
Ma sono diverso,
sono sporco,
avevo torto marcio,
tu piangevi.
Io già recitavo,
erano anni che studiavo Alain Delon.
Fumava.

Ti credi Alain Delon,
sei solo stupida.
Tu eri più bella
quando stavi con me,
una modella
che posava per me,
com’eri piccola.
Ma sono diverso,
sono sporco,
avevo torto marcio.
Tu piangevi.
Io già recitavo,
erano anni che studiavo Alain Delon.
Piangevo.
Ridevo.

 

Il liberismo ha i giorni contati

da Amen, 2008

Da Amen, lavoro del 2008 e il secondo album prodotto da una major (la Warner, come il precedente La malavita), abbiamo scelto di estrarre due tracce, non perché altri album non presentassero testi meritori, ma perché ci sembra che qui più che altrove i diversi accenti della poetica di Francesco Bianconi trovino spazio in maniera più equilibrata.

Le due canzoni, anzi, hanno accenti completamente diversi sia nella ritmica che nella resa emotiva, anche se di fatto parlano dello stesso argomento, cioè di come la politica e l’economia incidano sulle vite dei singoli. Partiamo da Il liberismo ha i giorni contati, brano firmato ancora una volta dal solo Bianconi e ancora una volta non scelto come singolo ma comunque molto amato dai fan.

È difficile resistere al mercato, amore mio,
di conseguenza andiamo in cerca di
rivoluzioni e vena artistica.
Per questo le avanguardie erano ok,
almeno fino al ’66.
Ma ormai la fine va da sé,
è inevitabile.
Anna pensa di soccombere al mercato,
non lo sa, perché si è laureata
anni fa, credeva nella lotta,
adesso sta paralizzata in strada,
finge di essere morta,
scrive con lo spray
sui muri che la catastrofe
è inevitabile.
Vede la fine in metropolitana,
nella puttana che le si siede a fianco,
nel tizio stanco,
nella sua borsa di Dior.
Legge la fine nei saccchi dei cinesi,
nei giorni spesi al centro commerciale,
nel sesso orale, nel suo non eccitarla più.
Vede la fine in me che vendo
dischi in questo modo orrendo,
vede i titoli di coda nella Casa e nella Libertà.

È difficile resistere al mercato, Anna lo sa,
un tempo aveva un sogno stupido:
un nucleo armato terroristico.
Adesso è un corpo fragile che sa
d’essere morto e sogna l’Africa.
Strafatta, compone poesie
sulla catastrofe.
Vede la fine in metropolitana,
nella puttana che le si siede a fianco,
nel tizio stanco,
nella sua borsa di Dior.
Muore il Mercato per autoconsunzione,
non è peccato, e non è Marx ed Engels,
è l’estinzione, è un ragazzino in agonia.
Vede la Fine in me che spendo
soldi e tempo in un Nintendo,
dentro il bar della stazione
e da anni non la chiamo più.

 

Alfredo

da Amen, 2008

Se Il liberismo ha i giorni contati è un pezzo nettamente rock che racconta storie di disagio nell’Italia e nella Milano di oggi, Alfredo è invece una ballata lenta ed evocativa che prova a parlare dell’Italia dei primi anni Ottanta partendo dalla vicenda di Alfredo Rampi, il bambino di sei anni che nel giugno del 1981 cadde in un pozzo nei pressi di Vermicino, nella campagna laziale.

Il pezzo, scritto da Bianconi per il testo e da Bianconi e Rachele Bastreghi per la musica, è raccontato come se fossero dei pensieri in prima persona di Alfredino, alternati da una panoramica più ampia su quegli anni.

Un pezzetto bello tondo
di cielo d’estate sta sopra di me,
Non ci credo, lo vedo restringersi,
conto le stelle, ora
sento tutte queste voci,
tutta questa gente ha già capito che
ho sbagliato, sono scivolato,
son caduto dentro il buco.
Bravi, son venuti subito,
son stato stupido ma sono qua
gli aiuti, quelli dei pompieri, i carabinieri.
Intanto
Dio guardava il figlio suo
e in onda lo mandò.
A Wojtyla e alla P2
a tutti lo indicò.
A Cossiga e alla DC,
a BR e Platini,
a Repubblica e alla Rai
la morte ricordò.

Scivolo nel fango gelido,
il cielo è un punto, non lo vedo più.
L’Uomo Ragno m’ha tirato un polso,
si è spezzato l’osso, ora
dormo oppure sto sognando,
perché parlo ma la voce non è mia.
Dico Ave Maria, che bimbo stupido,
piena di grazia, mamma.
Padre Nostro, con la terra in bocca
non respiro, la tua volontà
sia fatta, non ricordo bene,
ho paura, sei nei cieli.
E Lui
guardava il figlio suo,
in diretta lo mandò.
A Wojtyla e alla P2,
a tutti lo mostrò.
A Forlani e alla DC,
a Pertini e Platini,
a chi mai dentro di sé
il Vuoto misurò.

 

Il sottoscritto

da I mistici dell’Occidente, 2010

Chiudiamo la nostra serie di brani con Il sottoscritto, canzone pubblicata nel 2010 all’interno di I mistici dell’Occidente, al momento penultimo album della band. Il disco, pubblicato ancora dalla Warner, accentua alcuni toni mistici e surreali a cui già la band aveva strizzato l’occhio nei lavori precedenti, sia a livello di testi (dove appunto il misticismo, oltre che nella title-track, emerge anche nel brano dedicato a San Francesco), che di musiche, ariose e orchestrali ma spesso con una nota d’inquietudine.

Il sottoscritto è ancora una volta un brano intimo, in cui Francesco Bianconi, di nuovo firmatario in toto del pezzo, presenta le sue paure come autore e come uomo.

Di battaglie perse ben lontano dall’artiglieria,
di proiettili sparati al cielo;
di parole scritte ad un destinatario andato via
prima di avrle ricevute;
di avventati duelli e di future città,
di ali di cera sciolte al sole,
di bugie per amore e amori senza pietà
e di mulini a vento
può cantarti il sottoscritto?
Vorrei darti tutto, amarti meglio,
poter vivere altre vite insieme a te.
Potrai mai scusarmi?

Di rapine in banca che non hanno avuto luogo mai,
di quei non riusciti a farla franca;
degli appuntamenti dati a tarda sera nei caffè,
quelli che hai lasciato abbandonati;
di perduti capelli e di future realtà,
di bei ricordi andati a male,
di bugie per amore e amori senza pietà
e di occasioni al vento
può cantarti il sottoscritto?
Vorrei darti tutto, amarti meglio,
poter vivere altre vite insieme a te.
Potrai mai scusarmi?
Perché io ti canto questo ed altro.
Vorrei darti tutto, amarti meglio,
poter vivere altre vite insieme a te.
Solo tu puoi perdonarmi.
Io ti canto questo ed altro.

 

Segnala altri magnifici testi dei Baustelle nei commenti.

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