Cinque memorabili canzoni su Parigi

Parigi è prima di tutto un’atmosfera. È un’immagine da film in bianco e nero, la città dei baci rubati, degli amori infelici, della disperazione che affoga nella Senna. È la città della nostalgia e delle canzoni malinconiche, del jazz e di Edith Piaf. È molte cose e, certo, anche un’immagine stereotipata e antica in cui ci piace affondare, ben diversa dalla Parigi reale e viva di oggi. Ma è un’immagine che esiste, formata da decenni di pellicole che non si possono ignorare.

E allora abbiamo pensato di ripercorrere assieme a voi la storia di alcune celebri canzoni dedicate, dagli anni ’30 ad oggi, alla capitale francese. Canzoni che hanno cercato di descriverne l’atmosfera magica e il fascino. Come vedrete, si tratta di una panoramica abbastanza ampia, che abbraccia diversi generi e diversi stili. Una panoramica che ci ha costretti ad operare alcuni tagli, tra cui i più combattuti sono stati quelli di Paris Bells di Marianne Faithfull e I Love Paris di Cole Porter. Ma speriamo che le cinque canzoni su Parigi che abbiamo scelto vi piacciano.


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J’ai deux amours

cantata da Josephine Baker, Madeleine Peyroux e Dee Dee Bridgewater

Nel 1931 Parigi era una proprietà di Josephine Baker. Ballerina afroamericana con anche sangue amerindo nelle vene, era nata nel 1906 a St. Louis da una famiglia molto umile. Presto aveva cominciato a lavorare nei teatri della sua città prima e di Broadway poi, giungendo in Europa con la tournée della Revue nègre nel 1925.

A Parigi aveva avuto un successo immenso che aveva mobilitato uomini comuni e artisti, poveri e nobili, che chiedevano la sua mano e si sfidavano a duello per lei. La Baker si esibiva nuda sul palcoscenico intenta a ballare il charleston o a cantare brani che oggi definiremmo razzisti come Yes, We Have no Bananas. E da Parigi e dalla Francia, salvo qualche fallimentare tentativo di tornare ad imporsi in America, non si sarebbe mossa più, facendo del paese transalpino la sua patria d’adozione.

Questa nuova cittadinanza fu suggellata appunto nel 1931 dall’incisione di J’ai deux amours. Il brano era stato scritto per lei da Vincent Scotto per la musica e Géo Koger e Henri Varna per il testo; e i due amori del titolo erano quello per Parigi e per il suo paese, ovvero gli Stati Uniti. Celebre, poi, il passaggio in cui cantava: «Manhattan è bella, ma perché negarlo, ad incantarmi è Parigi, Parigi tutt’intera».

La canzone è stata poi eseguita, nel tempo, anche da altri artisti, ma le due versioni più famose sono quelle di Madeleine Peyroux e Dee Dee Bridgewater.

 

April in Paris

cantata ed eseguita da Louis Armstrong, Count Basie, Doris Day, Ella Fitzgerald, Billie Holiday, Dean Martin, Glenn Miller, Thelonious Monk, Charlie Parker, Frank Sinatra, Nina Simone, Mina e altri

Rimaniamo negli anni ’30, l’epoca d’oro di Parigi, almeno nell’immaginario collettivo. Erano gli anni della “generazione perduta”, di Hemingway e di Fitzgerald, degli artisti come Picasso, Modigliani e Dalí, ma anche Duchamp, De Chirico, Magritte e decine di altri.

Parigi era, insomma, la capitale mondiale della cultura, e la si celebrava in molti modi. Negli Stati Uniti, ad esempio, si cercava di inserire la città nelle varie riviste teatrali che venivano prodotte a Broadway. Lo scopo era quello di sfruttare l’effetto romantico ed esotico che la metropoli ispirava nei newyorkesi.

Così nel 1932, quando si allestì Walk a Little Faster, il compositore Vernon Duke e il paroliere E.Y. Harburg composero il brano April in Paris. Un brano nato – almeno nell’idea – durante una cena tenutasi in aprile nella quale si era discusso di quanto bella dovesse essere la capitale francese in quel periodo. Walk a Little Faster fu un successo piuttosto moderato, ma la canzone gli sopravvisse, diventando uno standard. In pochi anni venne incisa da tutti i più importanti jazzisti sia in versione strumentale (celebri quelle di Count Basie, Charlie Parker e Thelonious Monk) che con le parole (in particolare si ricorda un duetto tra Louis Armstrong e Ella Fitzgerald).

Inoltre, il brano ritornò in auge nel 1952 grazie al musical omonimo di David Butler, in cui la canzone veniva interpretata da una Doris Day che stava viaggiando verso il picco della sua carriera.

 

Sous le ciel de Paris

cantata da Edith Piaf, Yves Montand, Maurice Chevalier e altri

La più celebre e forse più grande cantante francese di tutti i tempi è Edith Piaf, che ha segnato tutta la musica parigina dalla Seconda guerra mondiale in poi. Il suo successo si deve alle sue canzoni ma anche ai cantanti che ha scoperto e lanciato, da Yves Montand a Charles Aznavour.

Se le canzoni della Piaf, che scriveva spesso i testi dei brani che le venivano offerti, riguardano perlopiù l’amore in termini universali, ce n’è una dedicata però a Parigi: Sous le ciel de Paris.

Scritta da Hubert Giraud per la musica e Jean Dréjac per le parole, era stata pensata per il film Sotto il cielo di Parigi di Julien Duvivier del 1951, dove veniva cantata da Jean Bretonnière. Fu però presto incisa dalla Piaf che la rese un classico del proprio repertorio. Il testo è un’esaltazione della Parigi del dopoguerra, della sua voglia di rinascere e dell’ideale di città dell’amore: «Sotto il cielo di Parigi – recita infatti la prima strofa – camminano gli innamorati, la loro felicità costruita su una melodia fatta per loro».

Il brano è poi stato inciso nel corso degli anni dallo stesso Montand, che della Piaf era stato anche l’amante, dal celebre Maurice Chevalier e da altri artisti parigini.

 

Les Champs Elysées

cantata da Joe Dassin e i NOFX

Facciamo ora un balzo in avanti e passiamo al post-’68. In quel periodo Parigi visse una nuova giovinezza, trascinata dagli eventi della contestazione e da una nuova generazione di ragazzi e ragazze che chiedevano un cambiamento delle strutture sociali francesi.

Dal punto di vista musicale la capitale francese non era più, forse, al centro dell’attenzione globale. Qualcuno però la celebrava ancora, tra cui Joe Dassin, un americano che, come la Baker trent’anni prima, aveva fatto della Francia la sua patria adottiva.


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Figlio di un celebre regista hollywoodiano, Dassin si trasferì nel paese transalpino dopo l’università e lì cominciò a incidere le prime canzoni. Arrivò al successo prima in Europa (registrò anche qualche brano in italiano) e poi negli Stati Uniti, dove comunque la popolarità non fu mai comparabile a quella che aveva in Francia. Nel 1969 pubblicò il suo quarto album, Les Champs Elysées, trascinato dalla canzone omonima scritta assieme a Pierre Delanoë e poi tradotta anche in tedesco, inglese e perfino in italiano, con testo di Bruno Lauzi.

Il brano cercava di raccontare la voglia di vivere giovanile, identificata con la varietà degli Champs Elysées: «Sugli Champs Elysées – ripete il ritornello – al sole, sotto la pioggia, a mezzogiorno o a mezzanotte, c’è tutto quello che volete, sugli Champs Elysées». E, poco oltre: «Mi hai detto: “Mi incontro in un seminterrato con dei pazzi che vivono con la chitarra in mano da mattina a sera”. Allora ti ho accompagnato, abbiamo cantato, abbiamo ballato e non abbiamo nemmeno pensato di baciarci». Il brano è stato poi registrato, in versione punk, anche dai californiani NOFX.

 

Free Man in Paris

cantata da Joni Mitchell, Neil Diamond, Sufjan Stevens, Phish, Elton John e altri

Concludiamo, come avevamo iniziato, con una donna, ma una donna ben diversa da Josephine Baker. Se la prima era una ballerina e cantante che si sarebbe battuta per i diritti dei neri ma che negli anni ’20 e ’30 era tutt’altro che “antagonista”, diversa è stata la vita di Joni Mitchell. Canadese, è stata infatti la prima grande cantautrice della storia della musica e paladina, almeno fino alla fine degli anni ’70, della generazione di Woodstock.

Nel 1974 era all’apice della sua popolarità. In sei anni aveva infatti pubblicato cinque album e vinto un Grammy. Era quindi pronta a lanciare il suo nuovo lavoro, Court and Spark, che avrebbe segnato un’evoluzione importante nel suo stile. L’obiettivo era mettere da parte le sonorità folk degli esordi, mescolandole invece ad influenze jazzistiche e rock.

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Si trattava del secondo album pubblicato per la Asylum di David Geffen (che solo qualche anno dopo avrebbe fondato l’etichetta che ancora oggi porta il suo nome). Alla terza traccia presentava Free Man in Paris, un brano che proprio a Geffen era dedicato.

La canzone, infatti, raccontava i ritmi forsennati e la falsità delle relazioni di un uomo che faceva il manager discografico e sognava però di ritornare a Parigi. Lì era libero e vivo, in un luogo «dove non c’è nessuno che mi chiama per chiedere favori e non si decide il futuro di nessuno. […] Vagherei lungo gli Champs Elysées, andrei nei caffè e nei cabaret, pensando a come mi sentirò quando troverò quel mio buon amico».

 

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