Lo dicevamo già qualche settimana fa: l’inverno, lentamente ma inesorabilmente, si sta avvicinando, e vale la pena iniziare ad abituarcisi, magari riscoprendone i suoni, gli odori, le sensazioni.

Da questo punto di vista, il tema è stato toccato da poeti, musicisti e cineasti, desiderosi di usare questa stagione come metafora della vita, o meglio della morte, visto che l’inverno è per antonomasia la stagione in cui la natura muore per poi rinascere.

Morte, sacralità e rinascita

E il tema della morte, lo vedremo, si lega al clima festoso del Natale – sul quale non abbiamo però voluto insistere, perché alle canzoni natalizie dedicheremo probabilmente presto una cinquina a parte – ma anche a quello della sacralità di un mese che, col suo bianco candore, da sempre ispira un senso di pace e di solennità, di sussurri e affetti familiari.

Lasciamo spazio dunque alle canzoni che abbiamo scelto, orientandoci su alcuni classici anche italiani e su qualche pezzo più recente che però ci pare riesca a cogliere con precisione il senso di una stagione che proprio negli ultimi anni, forse per il clima generale un po’ cupo ma desideroso anche di una nuova alba, ha trovato molti musicisti disposti a cantarla.


Leggi anche: Cinque belle poesie sull’inverno

 

Fabrizio De André – Inverno

da Tutti morimmo a stento, 1968

La morte è il tema principale di Tutti morimmo a stento, il secondo album registrato in studio da Fabrizio De André e probabilmente uno dei suoi massimi capolavori. In un concept album che per l’epoca era una novità quasi assoluta in Italia, il cantautore genovese si ripropose, con l’aiuto di Gianfranco e Gianpiero Reverberi sul versante musicale e Riccardo Mannerini e Giuseppe Bentivoglio su quello di testi, di indagare la morte interiore dell’uomo moderno.

L’inverno diventava quindi il simbolo di una fine ma anche di un nuovo inizio. «Ma tu che vai, ma tu rimani, vedrai la neve se ne andrà domani», recitava il ritornello nella sua prima apparizione, sostituito poi da «anche la neve morirà domani» e infine da «un altro inverno tornerà domani», a indicare la ripetitività delle stagioni e quindi anche della vita stessa.

 

Sale la nebbia sui prati bianchi
come un cipresso nei camposanti;
un campanile che non sembra vero
segna il confine fra la terra e il cielo.

Ma tu che vai, ma tu rimani,
vedrai la neve se ne andrà domani.
Rifioriranno le gioie passate
col vento caldo di un’altra estate.

Anche la luce sembra morire
nell’ombra incerta di un divenire,
dove anche l’alba diventa sera
e i volti sembrano teschi di cera.

Ma tu che vai, ma tu rimani,
anche la neve morirà domani.
L’amore ancora ci passerà vicino
nella stagione del biancospino.

La terra stanca sotto la neve
dorme il silenzio di un sonno greve,
l’inverno raccoglie la sua fatica
di mille secoli, da un’alba antica.

Ma tu che stai, perché rimani?
Un altro inverno tornerà domani.
Cadrà altra neve a consolare i campi,
cadrà altra neve sui camposanti.

 

Bangles – Hazy Shade of Winter

da Less Than Zero, 1987

Datata addirittura 1966 è invece in origine la canzone A Hazy Shade of Winter, scritta da Paul Simon e incisa dal celebre duo folk Simon & Garfunkel, prima come singolo e poi, due anni dopo, come brano dell’album Bookends. Invece della versione originale degli anni ’60, che è comunque pregevole, abbiamo però deciso di introdurre in cinquina la cover che ne fu registrata verso la fine degli anni ’80 dal gruppo femminile della Bangles.

Il brano era uno dei più “rock” della produzione di Simon & Garfunkel e le Bangles l’avevano eseguito già varie volte nei primi anni della loro attività; quando furono avvicinate per realizzare una canzone per la colonna sonora del film Al di là di tutti i limiti (tratto da Meno di zero di Bret Easton Ellis), proposero quindi il vecchio pezzo, riarrangiato in una chiave più moderna e facendosi affiancare da Rick Rubin alla produzione. La loro versione fu un successo capace di arrivare al secondo posto della classifica americana e di superare, per popolarità, l’originale folk.

Time, time, time, see what’s become of me,
while I looked around
for my possibilities.
I was so hard to please.
But look around, leaves are brown
and the sky is a hazy shade of winter.

Hear the salvation army band
down by the riverside, it’s bound to be a better ride
than what you’ve got planned.
Carry your cup in your hand
and look around, leaves are brown now
and the sky is a hazy shade of winter.

Hang on to your hopes, my friend,
that’s an easy thing to say, but if your hopes should pass away
simply pretend
that you can build them again.
Look around, the grass is high,
the fields are ripe, it’s the springtime of my life.

Ahhh, seasons change with the scenery,
weaving time in a tapestry.
Won’t you stop and remember me?

But look around, leaves are brown now
and the sky is a hazy shade of winter.

Look around, leaves are brown,
there’s a patch of snow on the ground…

 

Queen – A Winter’s Tale

da Made in Heaven, 1995

Di morte, in maniera per la verità molto indiretta, parla anche A Winter’s Tale, probabilmente l’ultima canzone incisa per intero da Freddie Mercury nei mesi che lo stavano vedendo lottare contro l’AIDS. Il brano, infatti, non è altro che un insieme di immagini che lo stesso Mercury vedeva dalla finestra della sua stanza d’ospedale a Ginevra, dov’era in cura, e diventa l’occasione per trovare conforto nella natura, nei sogni dei bambini che giocano vicino al lago, nell’inverno così quieto e sereno, tranquillo e beato («quiet and peaceful, tranquil and blissful»).


Leggi anche: Cinque belle canzoni sull’estate in italiano

La canzone fu inclusa in Made in Heaven, l’album postumo uscito quattro anni dopo la morte del cantante, e fu rilasciata anche come singolo in prossimità del Natale del 1995, raggiungendo la sesta posizione nella classifica britannica. Il video che fu realizzato per l’occasione divenne una sorta di epitaffio al grande artista, con le scritte dello stesso Mercury che si intervallavano ad immagini della sua carriera.

It’s winter-fall.
Red skies are gleaming – oh –,
sea gulls are flying over,
swans are floatin’ by,
smoking chimney-tops.
Am I dreaming,
am I dreaming…?

The nights draw in,
there’s silky moon up in the sky – yeah –.
Children are fantasising,
grown-ups are standin’ by.
What a super feeling.
Am I dreaming,
am I dreaming…?
woh-woh-woh-woh

(dreaming)
So quiet and peaceful,
tranquil and blissful,
there’s a kind of magic in the air.
What a truly magnificent view,
a breathtaking scene,
with the dreams of the world
in the palm of your hand.

(dreaming)
A cosy fireside chat,
a little this, a little that,
sound of merry laughter skippin’ by,
gentle rain beatin’ on my face.
What an extraordinary place!
And the dream of the child
is the hope of the man.

It’s all so beautiful,
like a landscape painting in the sky – yeah –,
mountains are zoomin’ higher – mmh –,
little girls scream an’ cry.
My world is spinnin’ and spinnin’ and spinnin’.
It’s unbelievable.
Sends me reeling.
Am I dreaming…
Am I dreaming…?
Oooh – it’ a bliss.

 

Sufjan Stevens – Sister Winter

da Songs for Christmas, 2006

Come dicevamo in apertura, l’inverno è una stagione di morte e di rinascita: muore la natura, seppellita dal freddo, ma rinasce anche la primavera, in un movimento che è simboleggiato anche dalle culture religiose, come dimostra il Natale, in cui al freddo e alla disperazione della Sacra Famiglia – che non riesce a trovare un riparo nella fredda Betlemme di dicembre – si contrappone la venuta di Gesù, simbolo di redenzione, per i cristiani, dell’intera umanità.

E Sufjan Stevens, uno dei più apprezzati cantautori indipendenti della nuova generazione, è appunto un cristiano che negli ultimi anni non ha mancato di omaggiare amici, parenti e fan con delle canzoni scritte o eseguite appositamente per il Natale. Questi EP, che per lungo tempo ha rilasciato al ritmo di uno all’anno, nel 2006 sono stati raccolti in un primo disco, Songs for Christmas, pieno di pezzi tradizionali e di composizioni nuove, tra le quali primeggia questa toccante Sister Winter.

Oh my friends, I’ve
begun to worry right
where I should be grateful,
I should be satisfied.

Oh my heart, I
would clap and dance in place,
with my friends I have so
much pleasure to embrace.

But my heart is
returned to Sister Winter.
But my heart is
as cold as ice.

Oh my thoughts, I
return to summertime,
when I kissed your ankle,
I kissed you through the night.

All my gifts, I gave everything to you,
your strange imagination,
you threw it all away.

Now my heart is
returned to Sister Winter.
Now my heart is
as cold as ice.

All my friends, I’ve
returned to Sister Winter.
All my friends, I
apologize, apologize.

All my friends, I’ve
returned to Sister Winter.
All my friends, I
apologize, apologize.

All my friends, I’ve
returned to Sister Winter.
All my friends, I
apologize, apologize.

La la la la la…

And my friends, I’ve
returned to wish you all the best.
And my friends, I’ve
returned to wish you all the best.
And my friends, I’ve
returned to wish you all the best.
And my friends, I’ve
returned to wish you a happy Christmas.

To wish you a happy Christmas.
To wish you a happy Christmas.
To wish you a happy Christmas.

 

Fleet Foxes – White Winter Hymnal

da Fleet Foxes, 2008

Arriviamo così ai tempi recenti, e in particolare al 2008, un anno segnato, nel campo della musica indie, dalla improvvisa comparsa sulla scena dei Fleet Foxes, band di Seattle che esordì con un album omonimo prodotto dall’etichetta Sub Pop. Il primo singolo tratto dal disco, e pezzo sicuramente più celebre di tutto il lavoro, fu White Winter Hymnal, canzone molto particolare dedicata all’inverno.

In una sorta di canto a cappella con vaghe assonanze folk, Robin Pecknold, Nicholas Peterson, Casey Wescott e Craig Curran (mentre l’ultimo componente della band, Skyler Skjelset, pare non fosse stato coinvolto nell’esecuzione canora) raccontavano una piccola storia senza senso ma colma di immagini invernali – dai cappotti alle sciarpe, dalla neve all’andamento “da inno natalizio” – che evocava quasi magicamente il senso delle stagioni fredde dell’infanzia.

I was following the…
I was following the…
I was following the…
I was following the…
I was following the…
I was following the…
I was following the…
I was following the…
I was following the pack,
all swallowed in their coats,
with scarves of red tied ’round their throats,
to keep their little heads
from fallin’ in the snow
and I turned ’round and there you go.
And Michael you would fall,
and turn the white snow
red as strawberries in the summertime.

I was following the pack,
all swallowed in their coats
with scarves of red tied ’round their throats,
to keep their little heads
from fallin’ in the snow
and I turned ’round and there you go.
And Michael you would fall,
and turn the white snow
red as strawberries in the summertime.

I was following the pack,
all swallowed in their coats
with scarves of red tied ’round their throats,
to keep their little heads
from fallin’ in the snow
and I turned ’round and there you go.
And Michael you would fall,
and turn the white snow
red as strawberries in the summertime…

 

Segnala altre memorabili canzoni sull’inverno nei commenti.