Un tempo la tv era il rifugio degli attori non dico falliti, ma di sicuro passati di moda: la stessa Joan Collins, di cui abbiamo parlato appena ieri e che è stata sicuramente una delle dive del piccolo schermo negli anni ’80, era in realtà a quel tempo un’attrice considerata finita, che da anni non riusciva più ad ottenere una parte di rilievo sul grande schermo.

Oggi le cose sono completamente cambiate, da un lato perché la qualità dei prodotti televisivi – complici le esportazioni e il successo dei DVD – è cresciuta enormemente, dall’altro perché nel contempo è calato l’appeal del cinema, sempre più attento a concentrare le energie su poche pellicole di sicuro impatto e però a trascurare tutti gli altri progetti.

Così, anche divi più o meno nel pieno della loro carriera possono oggi scegliere di prendersi una pausa dal cinema ed avventurarsi in una produzione televisiva, che di sicuro è più estenuante per la durata della lavorazione ma può garantire tutto sommato una visibilità pure maggiore.

Solo considerando le serie partite quest’anno negli Stati Uniti, tale scelta è stata fatta da James Spader (con The Blacklist) e Matthew McConaughey e Woody Harrelson (con True Detective), ma questa tendenza è cominciata già da qualche tempo, come dimostra ad esempio pure House of Cards, bella serie lanciata da Netflix – il principale servizio americano di tv via streaming – e da poco arrivata in Italia, con, nel cast, stelle come Robin Wright e il due volte premio Oscar, Kevin Spacey. E proprio di Spacey, nome d’arte del cinquantacinquenne (tra tre giorni) Kevin Fowler, vogliamo oggi ripercorrere la carriera, scegliendo e raccontandovi cinque memorabili film da lui mirabilmente interpretati.

 

Americani

Imparare da mostri sacri come Al Pacino e Jack Lemmon

Piccola perla poco nota in Italia, Americani è probabilmente il primo film che ha fatto conoscere il nome di Kevin Spacey nell’ambiente di Hollywood.

Dopo vari anni passati a teatro, che gli avevano fruttato anche un Tony Award per l’interpretazione dello zio Louie in Lost in Yonkers di Neil Simon, nel 1992 fu scelto infatti da James Foley per un film corale – in originale intitolato Glengarry Glen Ross – su un’agenzia immobiliare di Chicago che, a causa della crisi, deve licenziare dei suoi impiegati e lancia quindi una sorta di concorso in cui i due che riusciranno a vendere di più rimarranno al lavoro, mentre gli altri saranno licenziati.

Misurandosi con assolute star del calibro di Jack Lemmon (premiato a Venezia per questo film con la Coppa Volpi), Al Pacino (doppia nomination sia al Golden Globe che all’Oscar), Ed Harris, Alec Baldwin, Alan Arkin e Jonathan Pryce, Spacey riuscì a cavarsela egregiamente, tenendo testa in particolare proprio ad Al Pacino col quale il suo personaggio doveva confrontarsi sovente; l’ottima prova e la sua versatilità – visto che a teatro aveva interpretato ruoli tra loro anche molto diversi – fecero salire le sue quotazioni e da lì in poi gli aprirono la strada verso produzioni sempre più importanti e ruoli di sempre maggior rilievo.

Il film era tratto da un omonimo dramma teatrale di David Mamet, autore anche della sceneggiatura e da poco uscito dal successo de Gli intoccabili, e vinse a Valladolid il Premio Seminci della Settimana Internazionale del Cinema per il miglior cast, primo premio (di una lunga serie) in parte anche di Kevin Spacey.

 

I soliti sospetti

Roger “Verbal” Kint e l’inquietante leggenda di Keyser Söze

Se Americani aveva mostrato per la prima volta il talento di Kevin Spacey al pubblico statunitense, I soliti sospetti lo mostrò al mondo intero, e questa volta senza che potesse essere messo in ombra da quello di altri grandi attori. Certo, nel cast del film c’erano talenti di ottimo livello come quelli di Gabriel Byrne, Chazz Palminteri, Pete Postlethwaite e Benicio Del Toro, ma qui finalmente Spacey aveva il ruolo più affascinante e quello in grado di permettergli di esprimere tutte le sue qualità di trasformista.

Senza svelare il finale – a cui però, se avete visto il film, vi consigliamo di ripensare –, basti dire a chi non conosce la pellicola che si tratta di un thriller diretto dall’allora trentenne Bryan Singer (che in seguito avrebbe girato X-Men, Superman Returns e il recente X-Men – Giorni di un futuro passato) incentrato sull’interrogatorio che un agente della polizia doganale tiene nei confronti del piccolo truffatore Roger “Verbal” Kint.

Questi è un delinquente da quattro soldi e invalido che, tramite la sua deposizione, ricostruisce tutta la vicenda: un gruppo di malviventi che si incontra in una centrale della polizia per partecipare a un confronto all’americana inizia infatti a lavorare assieme, compiendo una serie di rapine per conto di un misterioso boss della mala chiamato Keyser Söze, che nessuno ha mai visto ma sul quale aleggiano leggende inquietanti, e che non a caso comincia a regolare i conti con tutti i componenti della banda.

Per questa interpretazione Kevin Spacey ottenne vari importanti riconoscimenti, sempre come attore non protagonista visto che il protagonista ufficiale era Gabriel Byrne, all’epoca molto più famoso di lui: dopo la nomination ai Golden Globe e quella dello Screen Actors Guild, arrivarono il premio Oscar e quelli del National Board of Review e del Circolo dei critici di New York.

 

Seven

Il volto folle del serial killer

Ancora un delinquente è anche il successivo personaggio della nostra cinquina, perfino più inquietante del precedente (che pure, sotto alla scorza dell’apparenza, non scherzava affatto): John Doe, il serial killer di Seven, il bel thriller del 1995 diretto da quel David Fincher che poi avrebbe continuato a sfornare film di culto anche con Fight Club, Il curioso caso di Benjamin Button e The Social Network (e che è tornato recentemente a lavorare con Spacey dirigendo i primi due episodi di House of Cards).

Il film, interpretato anche da Brad Pitt, Morgan Freeman e Gwyneth Paltrow, racconta di una serie di omicidi molto macabri che sembrano ispirati ai sette vizi capitali della tradizione cristiana; a compierli è un maniaco che, verso la fine, si consegna alla polizia, prima però che gli ultimi due omicidi dei sette previsti siano stati ancora compiuti.

In questa pellicola tesa e vibrante Spacey riuscì a impressionare ancora una volta il pubblico per il suo ritratto calmo ed inquietante della follia umana; pur non conquistando alcuna nomination agli Oscar, dove il film fu sostanzialmente ignorato, l’attore del New Jersey ottenne però il premio di “miglior cattivo” agli MTV Movie Awards e soprattutto i premi come miglior attore non protagonista del National Board of Review e del Circolo dei critici di New York.

Piccola curiosità: per volere dello stesso attore, il nome di Kevin Spacey non comparve nei titolo di testa, perché l’intento suo e di David Fincher era far sì che l’entrata in scena – e quindi anche il volto – di John Doe giungessero al pubblico totalmente inaspettati.

 

L.A. Confidential

Un gruppo di detective nella Los Angeles degli anni ’50

Gli anni Novanta furono indubbiamente un periodo d’oro per la carriera di Kevin Spacey: nella Broadway dei teatri newyorkesi si era guadagnato una posizione di tutto rispetto dopo anni di gavetta e fatica, mentre ad Hollywood stava improvvisamente bruciando le tappe, visto che dopo il primo ruolo importante erano via via fioccati tutti gli altri, in un crescendo di qualità e di spazio a lui riservato che sembrava preludere a grandi imprese.

Nel 1997 arrivò anche L.A. Confidential, film di Curtis Hanson tratto da un bel romanzo noir di James Ellroy e interpretato anche, oltre che da Spacey, da Kim Basinger, Russell Crowe, Guy Pearce e Danny DeVito: la pellicola era un ottimo adattamento che si soffermava, come di consueto con le storie di Ellroy, sulla Los Angeles corrotta degli anni ’50, con l’unico difetto di essere uscito nello stesso anno di Titanic (pur candidato a nove premi Oscar – film, regia, fotografia, scenografia, montaggio, sonoro, colonna sonora, attrice non protagonista e sceneggiatura non originale –, il film di Hanson ne ottenne solo due, gli ultimi in elenco, mentre in tutte le altre categorie trionfò quello di James Cameron).

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Storia ancora una volta corale, L.A. Confidential seguiva le indagini, prima separate e poi via via sempre più connesse, di tre diversi detective (uno dei quali è il sergente Jack Vincennes, intrallazzato con la stampa scandalistica ed interpretato da Kevin Spacey) davanti a un giro di omicidi e prostituzione che coinvolgeva anche i vertici della stessa polizia losangelina; e proprio nella coralità – che aiutò a lanciare in America la carriera di Russell Crowe – stava anche la chiave del successo del film, interpretato da una serie di ottimi attori.

Spacey ottenne una nomination ai BAFTA e a Cannes, aggiudicandosi nel contempo l’Empire Award.

 

American Beauty

L’Oscar come migliore attore protagonista

Concludiamo con American Beauty, il film che ha chiuso il percorso ponendo Kevin Spacey nell’Olimpo dei grandi grazie a un’interpretazione memorabile e finalmente da primo attore assoluto, non a caso premiata con l’Oscar come miglior attore protagonista (ma la lista dei riconoscimenti è lunghissima: lasciando perdere i numerosissimi premi per il film, il regista Sam Mendes e lo sceneggiatore Alan Ball, Spacey in prima persona si aggiudicò anche il BAFTA e lo Screen Actors Guild Award, mentre ottenne una nomination ai Golden Globe e agli Empire Awards).

La storia è piuttosto nota: in seguito ad una infatuazione per una compagna di scuola della figlia, il quarantaduenne Lester Burnham cambia completamente vita, insoddisfatto delle relazioni che si è costruito fino ad allora, lasciando il lavoro che non ama (e trovando anche il coraggio per ricattare il proprio capo), rispondendo per le rime alla moglie, iniziando a tenersi in forma e a consumare marijuana che gli viene venduta dal giovane vicino di casa, che nel frattempo comincia a frequentare anche sua figlia Jane.

Intrecciando una critica feroce alla società nel suo complesso e al suo “politicamente corretto” con un ritratto verosimile ed agrodolce della classe media, il film – forse perché uscì anche in un periodo in cui a dominare sui mass media era invece un certo “buonismo” – riuscì ad esaltare pubblico e critica, ottenendo incassi da record rispetto alla tutto sommato esigua spesa per la produzione (Mendes era all’esordio assoluto al cinema, Ball veniva dalle sitcom televisive, Thora Birch, Wes Bentley e Mena Suvari avevano rispettivamente 17, 21 e 20 anni) e facendo gridare al capolavoro i critici di mezzo mondo.

Per quanto riguarda Spacey, la sua interpretazione convincente fu uno dei principali motivi del successo del film, mostrandolo per una volta non nei panni di un “duro” o di un “cattivo”, ma in quelli di un sarcastico e simpatico padre di famiglia che vorrebbe cambiare completamente vita ma rimane vittima delle circostanze.

 

Segnala altri memorabili film interpretati da Kevin Spacey nei commenti.