Cinque memorabili film sul basket

Cinque memorabili film sul basket

La storia dei film sul basket è fortemente legata alla storia della popolarità della pallacanestro negli Stati Uniti. Se, infatti, questo sport fu inventato e codificato a fine Ottocento per iniziativa del medico e insegnante canadese James Naismith, esso è rimasto per molti anni un’attività diffusa soprattutto a livello universitario, mentre le varie leghe professionistiche venivano regolarmente oscurate dal baseball e dal football americano, più seguiti ed amati dal grande pubblico.

Tutto è cambiato a partire dagli anni Ottanta, quando un gruppo di grandi campioni ha attirato i riflettori sull’NBA: Larry Bird, Magic Johnson, Michael Jordan e tutta una serie di altri grandi atleti hanno reso interessanti le partite ma anche tutto ciò che ad esse gravitava attorno, incrementando enormemente l’impatto mediatico di questo sport.

Proprio da quegli anni, non a caso, al cinema sono iniziati ad uscire film dedicati alla pallacanestro, incentrati spesso sul lato più umano della competizione; film che da noi non sempre hanno avuto grande fortuna, perché ritenuti troppo legati ala mentalità americana o a un sistema scolastico ben diverso dal nostro, ma che in patria sono diventati dei piccoli fenomeni di culto.

Pensati a volte per un pubblico di ragazzini – è il caso di Space Jam o del recente Thunderstruck, interpretati rispettivamente da Michael Jordan e Kevin Durant –, altre volte con fini educativi, si sono rivelati spesso dei film quasi inguardabili, ma in certi rari casi sono riusciti a riscuotere i consensi della critica e del pubblico: su questi ultimi, in particolare, cercheremo di soffermarci. Scopriamo quindi insieme cinque memorabili film sul basket che sono arrivati anche in Italia.

 

Colpo vincente

L’esaltante cavalcata di una high school dell’Indiana

La storia di ogni sport è piena di grandi imprese, di squadre che dal nulla riescono ad emergere e – grazie all’impegno, alla fatica e alle motivazioni – a raggiungere traguardi insperati. Queste storie sono anzi ancora più esaltanti e quindi adatte a una trasposizione cinematografica quando coinvolgono insegnanti e ragazzi, mescolando la tematica sportiva con quella del film di formazione.

Questi sono infatti anche gli ingredienti di Colpo vincente (in originale Hoosiers, dal soprannome con cui vengono chiamati i nativi dell’Indiana), bel film del 1986 interpretato da Gene Hackman, Dennis Hopper (che nei panni di un genitore alcolizzato che viene promosso assistente del coach si guadagnò una nomination agli Oscar e una ai Golden Globe) e Barbara Hershey e diretto da David Anspaugh, all’epoca al suo debutto cinematografico.

La pellicola racconta la storia vera di Norman Dale, un allenatore da tempo inattivo a causa di una vecchia sospensione che viene chiamato ad allenare una squadra delle superiori in una sconosciuta cittadina dell’Indiana (terra da sempre fertile per il gioco del basket); qui, nonostante vari problemi di ambientamento e perfino una mozione della cittadinanza affinché venga licenziato, il coach riesce a trascinare la squadra alla vittoria del campionato statale.

Ambientato nel 1954, il film è anche caratterizzato – come accadeva molto spesso in quegli anni a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta – da una vena nostalgica per l’America più ingenua ma più genuina di un tempo, in cui resisteva l’idea che il duro lavoro e la redenzione che questo comportava potessero venire sempre premiati.

 

Chi non salta bianco è

I campioni interrazziali del playground

Completamente diverso è invece il retroterra culturale di Chi non salta bianco è, film realizzato pochi anni dopo (nel 1992) ma ambientato in un’America ormai pienamente contemporanea, multiculturale e anzi attraversata da sempre più pericolose tensioni razziali. In quello stesso anno, d’altra parte, Los Angeles veniva messa a ferro e fuoco dai disordini scoppiati in seguito al pestaggio di Rodney King, mentre a livello NBA si formava quel Dream Team composto per due terzi da giocatori di colore che, alle Olimpiadi di Barcellona, si presentava come la squadra più forte di tutti i tempi.

Giusto qualche settimana prima rispetto a tutti questi eventi uscì nei cinema americani Chi non salta bianco è, una pellicola che – a dispetto del titolo che la può far sembrare una commediola sportiva di quart’ordine – ha una sua ragion d’essere e nel suo piccolo ha conquistato apprezzamenti inattesi, tra cui, a suo tempo, addirittura quello di Stanley Kubrick.

La trama congegnata dal regista e sceneggiatore Ron Shelton (specializzato in film sportivi, visto che ha messo la firma anche su Bull Durham – Un gioco a tre mani, Blue Chips e Tin Cup) gioca proprio sui pregiudizi razziali: il bianco Billy (Woody Harrelson) e il nero Sidney (Wesley Snipes) si mettono in affari sfidando a soldi svariati giocatori di colore sui campetti della California, riuscendo a conquistare discrete somme grazie al pregiudizio secondo cui i bianchi non sarebbero in grado di giocare a pallacanestro; l’espediente però li porta presto a trascurare le rispettive fidanzate, generando vari problemi personali.

Il film è comunque una commedia bizzarra che fotografa con realismo l’ambiente dei playground americani e del basket “di strada”, in cui vigono regole completamente diverse da quelle dei grandi campionati ma non per questo meno affascinanti o coinvolgenti.

 

He Got Game

Ray Allen in un uno-contro-uno con Denzel Washington

Probabilmente il più celebre tra i cinque film che abbiamo scelto è però He Got Game, sostanzialmente per due motivi: da un lato, perché è scritto, diretto e interpretato dalla coppia Spike Lee-Denzel Washington, che già prima di questa pellicola occupava sicuramente un posto di riguardo nella storia del cinema afroamericano; dall’altro, per la presenza nel cast di quel Ray Allen che è poi diventato una leggenda vivente del basket NBA, capace, solo per fare un esempio, di decidere la finale dello scorso anno – a quasi 38 anni d’età – a favore dei suoi Miami Heat con un difficilissimo canestro da tre punti all’ultimo secondo utile.

Inoltre, nonostante presenti scene giocate quasi esclusivamente nei playground newyorkesi, questo è, dei nostri cinque, quello che più di tutti cerca di dipingere le contraddizioni dello sport professionistico americano, in cui il talento diventa la causa di pressioni indebite e dell’avvicinamento di una serie di avvoltoi che, in un certo senso, “sentono l’odore dei soldi” e cercano di plagiare qualsiasi possibile stella.

La trama infatti è incentrata sul carcerato (per omicidio preterintenzionale) Jake, al quale viene offerta una consistente riduzione di pena nel caso in cui riuscisse a convincere il figlio adolescente, stella del basket liceale, ad iscriversi all’università appoggiata dal Governatore dello Stato, rifiutando le numerose altre offerte che gli sono state fatte; la momentanea scarcerazione di Jake diventa quindi l’occasione per riavvicinarsi – non senza difficoltà di vario tipo – al ragazzo, anche tramite una finale sfida di basket uno contro uno.

Mentre Ray Allen prese lezioni di recitazione, Washington si allenò duramente a basket per prepararsi al film e la leggenda vuole che la sfida finale tra padre e figlio sia stata giocata senza seguire il copione (nel quale il ragazzo aveva ragione molto facilmente del galeotto), con un Allen in difficoltà a tenere al suo posto l’attore di colore.

 

Coach Carter

Quando la scuola è più importante della pallacanestro

Gli ultimi due film che vi presentiamo, i più recenti dal punto di vista cronologico, ci permettono di ritornare all’ambiente del basket scolastico e del ruolo anche sociale che il basket ha assunto negli ultimi decenni negli Stati Uniti: lo sport inventato da Naismith, infatti, è da molto tempo il più “progressista” nell’ambito dei grandi sport professionistici americani, sia perché per primo si è aperto all’integrazione (razziale e non solo), sia per la possibilità di riscatto economico e sociale che offre a ragazzi che escono spesso da situazioni disagiate.

Coach Carter, discreto film del 2005 interpretato da Samuel L. Jackson, si concentra proprio su questi aspetti: ispirato alla storia vera di Ken Carter, la pellicola racconta il ritorno di un allenatore nella sua vecchia scuola superiore, dove dovrà prima riuscire a motivare e migliorare i suoi ragazzi e poi però a far loro capire – anche tramite una mossa estrema come la serrata – che il guadagno facile e lo stesso sport devono essere messi al secondo posto rispetto a un’istruzione adeguata che consentirà loro di lasciare la povertà e l’arretratezza in cui sono nati e cresciuti, alla ricerca di una vita migliore.

Il mix tra sport movie, film di formazione e favola moraleggiante non sempre funziona al meglio, peccando a tratti di un eccesso di retorica, ma il film è ben interpretato e fornisce un bello spaccato del ruolo e degli interessi che lo sport riesce a smuovere a livello scolastico.

Il film è diretto dal Thomas Carter di Save the Last Dance e presenta nel cast il Rob Brown protagonista di Scoprendo Forrester, altro film in cui il basket ha un ruolo importante.

 

Glory Road – Vincere cambia tutto

L’epopea della prima squadra di colore nel basket universitario

Altrettanto edificante, e quindi forse allo stesso modo viziato da un eccesso di retorica, è anche Glory Road – Vincere cambia tutto, film realizzato dalla Disney nel 2006 e in Italia uscito direttamente nel mercato dell’home video (ma trasmesso qualche tempo fa anche da Rai 1).

Tratto anch’esso da una storia vera, raccontata tra l’altro dallo stesso protagonista in una autobiografia che negli Stati Uniti è stato un vero e proprio caso letterario, il film racconta la stagione 1965/66 dei Texas Western Miners, squadra universitaria di El Paso che, allenata da un coach – Don Haskins – praticamente all’esordio e priva di una storia degna di nota in campo cestistico, riuscì a vincere il campionato NCAA schierando per la prima volta una formazione titolare composta esclusivamente da giocatori di colore (e incontrando in finale i Kentucky Wildcats, la cui rosa era composta invece da dodici giocatori tutti bianchi).

La cosa più straordinaria è che di quella squadra, tanto forte spiritualmente quanto relativamente dotata tecnicamente, un solo giocatore ebbe una discreta carriera nell’NBA, quel Dave Lattin che giocò per i Warriors, i Suns e altre franchigie minori.

Nonostante le partecipazioni, in ruoli secondari, di Jon Voight e Emily Deschanel, il film è stato realizzato con un budget relativamente ridotto, giocandosi tutto sull’impatto emotivo della trama e sulla sapiente produzione di Jerry Bruckheimer, uno capace, nella sua carriera, di lanciare blockbuster come American gigolò, Flashdance, Beverly Hills Cop, Top Gun, Bad Boys, Armageddon, Pearl Harbor e La maledizione della prima luna, senza dimenticare le serie tv C.S.I., Senza traccia e Cold Case.

 

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